Il portale della musica Indie italiana

Parlaci del tuo ultimo lavoro. Cosa ti ha ispirato nella composizione?

Era da tempo che cercavo di scrivere un brano che fosse una via di mezzo tra qualcosa di ballabile e una critica che colpisse i compartimenti stagni delle varie fazioni politiche. E’ sicuramente d’ispirazione la vita di tutti i giorni e di conseguenza i dialoghi che ho con le persone o quelli che ascolto. Ogni cosa che fai, che dici o indossi viene visto come un qualcosa di destra o di sinistra. Spesso noi per primi diciamo cose o mettiamo scarpe che possano identificarci come x o y. E’ naturale. La tipologia di persona che cerco di stuzzicare principalmente nella canzone è chiunque aderisca ad una visione politica a tal punto da ridurre tutto ad un derby continuo. Se ti piacciono le camicie bianche sei di destra, se ti piacciono variopinte e un po’ vintage sei di sinistra. Se ascolti reggaeton sei di destra, la cumbia è di sinistra. Così, se per caso mi trovassi a parlare con una persona che ascolta reggaeton, non ci penserei due volte a fargli sapere che è uno stupido, come dall’altro lato se per caso mi nominassero un genere musicale sconosciuto non ci metterei troppo a dare del Radical Chic al mio interlocutore. Cerco di lottare in modo ironico contro questo bisogno di appartenenza esaltato all’estremo che altro non fa che distruggere un qualsiasi dialogo interessante e costruttivo tra le persone. Dal punto di vista musicale, il fatto di aver scelto una strumentale elettronica firmata da Marco (Mad’s Melodies) e sviluppata da Davide( Dave Zeta), entrambi masticanti del genere, è voluto sia per gusto personale che per provocazione. Per lo stesso principio espresso prima, solitamente se senti di dover scrivere qualcosa di interessante non lo scrivi sulla techno o l’house. Inoltre, per essere preso seriamente dagli ascoltatori devi spesso dare l’idea di essere un personaggio “preso male”, invece io volevo qualcosa che fosse un party ma anche un po’ una marcia, che ricordasse le nottate in discoteca o in un rave. L’elettronica dopo due bicchieri(o altro) mentre sempre d’accordo un po’ tutti.

Quali sono le tue principali influenze?

A casa mia si è sempre ascoltata molta musica e di conseguenza sono diventato un ascoltatore provetto di molti generi. Ho passato varie fasi che mi hanno portato a conoscere discretamente bene gli ultimi cinquant’anni di musica e prendo spunto sempre dagli ascolti del periodo. Mi son sempre appassionato alle subculture giovanili e ai generi definibili “underground” ma ho anche una vena pop non indifferente. Sono un patito di Michael Jackson, mi piace Cesare Cremonini ma non disdegno il punk italiano anni ‘80. La più grande influenza è sicuramente il rap in tutte le sue forme. Ascolto e seguo il rap da oltre dieci anni e io per primo ho provato ad interpretarlo in tutti i modi possibili. Ultimamente sto cercando di dare un taglio diverso alla musica che voglio fare per non limitarmi sia dal punto di vista dei testi che dal punto di vista musicale. Non ho più troppo interesse a fare solo rap per i rapper.

Come nascono i tuoi brani?

Possono nascere in modi diversi. Come dicevo prima spesso prendo spunto da dialoghi, scontri avuti con delle persone o ascoltando considerazioni e chiacchierate altrui. Osservo molto sui pullman, nei bar, nei centri commerciali, per strada e sicuramente anche la televisione e internet fanno molto. Altre volte invece può iniziare tutto da un titolo o da un argomento da cui vorrei partire e dal quel punto costruisco tutto. Può succedere anche che ascoltando qualche strumentale mi ispirino un’emozione piuttosto che un’altra e allora può uscirne un pezzo introspettivo o uno magari più scanzonato.

In un mondo sempre più incentrato sul web, cosa conta di più tra una pagina Facebook con tanti like o un buon disco?

Un’artista oggi deve fare i conti anche con followers e like, è inutile negarlo. Le persone nel 90% dei casi cominciano ad ascoltarti scoprendoti su internet tramite condivisioni, stories, pagine, profili e quant’altro. Di conseguenza se i tuoi numeri diventano buoni, avrai probabilmente anche più ascoltatori. Ad ogni modo io son sempre stato per i dischi, se fai un buon disco o anche un buon singolo la differenza si nota.Ci sono artisti con milioni di seguaci e milioni di streams che poi non riempiono i posti dove suonano, c’è chi invece magari non avendo troppa esposizione mediatica si ritrova con un’orda di fan accaniti perché ha fatto qualcosa di diverso e viene ripagato in questo modo. E’importante che qualcuno faccia degli album provando a rimanere nella testa dell’ascoltatore e che lo porti a riascoltare il disco più e più volte. Siamo in un contesto storico dove un disco, magari anche bello, fa il giro dell’ottovolante per tre mesi per poi venir mangiato da altre milioni di uscite. Esce tanta musica e se sei interessato all’ambiente scopri nuovi artisti continuamente e lo ritengo un fattore positivo, ma è anche vero che è facile stufarsi di un’artista che fino al mese prima ti sembrava il genio del momento.

Un aspetto positivo ed uno negativo del fare musica?

Per me l’aspetto positivo è sempre stato il potermi sfogare o il razionalizzare attraverso un testo un’emozione, un accaduto, un periodo della mia vita o appunto un contesto politico o sociale. Altro fattore positivo è sicuramente il palco. Se sei una persona a cui piace stare sul palco, il poter suonare ti lascia delle emozioni forti e soddisfacenti. Il lato negativo è che ci devi credere anche quando non cavi nemmeno un ragno dal buco e non è sempre facile. Se ti muovi da indipendente non è facile orientarsi da nessun punto di vista e si possono investire magari tanti soldi e forze vedendo tornare indietro sempre poco.

Credi che un artista debba schierarsi politicamente?/Approvi la politica nella musica?

Non è obbligatorio e non biasimo chi non ne sente il bisogno. Più che schierarsi politicamente trovo sia importante dare un punto di vista personale su quello che ti capita attorno. Io faccio distinzione tra i brani che ritengo “politicizzati” da quelli che invece si possono definire più di “critica sociale”. Uno può scrivere tranquillamente un brano con forte peso sociale e con una critica ben sottile senza dover essere politicizzato. La musica politicizzata ha avuto il suo periodo d’oro qualche anno fa tirando fuori signori artisti che hanno sensibilizzato milioni di persone su delle signore cause, ma a mio avviso ha avuto quasi sempre il limite di non aprirsi a nuove forme di linguaggio ed estetiche. E’ più una colpa del pubblico che degli artisti stessi. E’ sempre un discorso di appartenenza: chi ascolta musica eccessivamente politicizzata si autoconvince sia anche l’unica giusta, adeguata, corretta, pulita, fuori dalle regole del commercio e tutto ciò che è arrivato prima o dopo è da denigrare senza troppe argomentazioni. E’ oggettivamente un limite, soprattutto se non ti fa aprire verso qualsiasi forma di novità.

Cosa ne pensi dell’attuale music business?

E’ una mafia, ma è una mafia dove tutti sperano di poter entrare in qualche modo per evitare di fare un lavoro umile tutta la vita. Conosco persone pronte a fare il giullare di corte pur trovare il modo giusto per inserirsi. Ma conosco anche una marea di persone pronte a farsi venire il mal di testa pur di criticare il funzionamento di certe dinamiche all’interno dell’ambiente musicale. Spesso condivido quanto dicono, ma nel 2019 trovo ormai scontato e un po’ inutile fare le guerre alle major, agli artisti sovraesposti, ai cantanti scarsi, a Rovazzi, alle Hit Estive e così via. E’ una perdita di tempo. Si chiama Music Business perché si parla di aziende e le aziende cercando di vendere il proprio prodotto a più persone possibili. Niente di più, niente di meno. Io personalmente sono più infastidito dalle modalità e dalle scelte, soprattutto in Italia. C’è un ottimo modo di proporre musica di massa, pop o commerciale che dir si voglia, è c’è un modo raffazzonato di farlo. In Italia le cose fatte bene non piacciono. In America tra i boss del pop c’è gente capace sia dal punto di vista della teoria musicale che dal punto di vista delle performance: Lady Gaga, Beyoncè, Justin Timberlake, è tutta gente forte che vende milioni di copie. In Italia fanno fare le hit estive a personaggi che non esprimono coerenza con i pezzi che interpretano. Se fai uscire un pezzo con forte sound latino non puoi farlo interpretare da una persona che muove il bacino con oggettivamente poca sensualità e ritmo ( parlo sia di uomini che di donne), risulta brutto. Per me davvero non è un problema il concetto di business dietro alla musica, ma è un problema il portare avanti progetti volutamente di poca qualità perché male che vada il risultato a casa lo si porta lo stesso con la metà degli sforzi.

Credi che le nuove tecnologie aiutino il rapporto tra musicisti e pubblico o che abbiano distanziato gli uni dagli altri?

Dipende, accadono entrambe le cose. Come scritto prima, oggi internet e i social sono inevitabili per chi fa musica. Però è anche vero che ormai è diventato quasi l’unico metro di paragone. Non sei forte sui social, non ti ascolta nessuno. Non prendi like, non sei preso in considerazione. Non gira il tuo pezzo su Youtube o Spotify, ergo non funziona quello che fai. Magari non sono numeri bugiardi e non ti segue davvero nessuno, però capita veramente di credere che internet sia l’unico modo per comunicare o raccogliere ascoltatori. Potrebbe tranquillamente finire che tu decida di smettere di fare musica senza esser mai uscito di casa e aver provato minimamente a farti conoscere nella vita reale, negli ambienti giusti, le persone giuste e via discorrendo.

Qual è a tuo giudizio il confine tra indie e mainstream?

Il confine lo fanno solo il numero di persone che ti ascoltano. Quando “Gaetano” di Calcutta la conoscevano in cento era indie, ora che la cantano in diecimila ad un concerto è mainstream. Chissà perché poi quel disco lo chiamò proprio così. Anche per questo argomento conosco persone che perderebbero ore cercando di decidere chi o cosa è indie e cosa no, uguale nel rap. Son discorsi che ho fatto milioni di volte anche io, ma ho scoperto che spesso sono delle perdite di tempo.

Cosa pensi del Crowdfunding? Lo ritieni un mezzo veramente utile per i musicisti?

Forse l’ho preso in considerazione una volta, ma è un’idea che non mi entusiasma molto. Secondo me è adatto a chi è a metà del percorso. Magari se il primo disco per caso ha acquisito il giusto seguito iniziale, potresti pensare di chiedere due soldi ai fan più accaniti, ma senza una buona credibilità secondo me porti a casa poco e forse non facendo questa grande figura.

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