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The Bloody Beetroots è la creatura di Sir Bob Cornelius Rifo. Un mix di elettronica, punk, rock e fumetti. Il volto celato dalla maschera dell’Uomo Ragno, Rifo ha una lista di collaborazioni lunghissima che comprendono persino Paul McCartney. Lo scorso 13 Luglio ha infiammato il Flower Festival con il suo dj set e noi lo abbiamo incontrato in quell’occasione. Scoprite cosa ci ha raccontato.

HAI APPENA PUBBLICATO IL TUO EP “HEAVY”. COME HAI APPROCCIATO LA COMPOSIZIONE DEI BRANI E COME LO PORTERAI DAL VIVO?

Nasce da un’esigenza di riportare il dj set al centro dell’attenzione della scena electro. Con i precedenti progetti abbiamo suonato in tutto il mondo ma dopo ho sentito l’esigenza di fare qualcosa di nuovo nell’elettronica. Ho staccato gli ampli e ho creato qualcosa di totalmente elettronico. E’ la prima svolta di questo tipo per The Bloody Beetroots. Abbraccia tutti i generi del mio background musicale. All’interno di “Heavy” ci sono 2 collaborazioni con 2 amici losangelini. Doctor Fresh uno dei pionieri della gHouse e Wildchild pioniere del bass house. A questi si aggiungono 3 brani miei. Il piano di quest’anno è molto fitto. Prima c’è stato il 10° anniversario di “Warp”, poi una serie di remix che verranno lanciati tra cui due collaborazioni con 2 artisti australiani. Stiamo girando moltissimo. E’ una cosa inaspettata. Per me il dj set è il cuore del progetto The Bloody Beetroots perché rapportandomi con il pubblico in modo diretto, mi dà modo di capire al volo cosa funziona e cosa no. Siamo prossimi a rilasciare un altro pezzo con ZHU, popolare grazie al brano “Fede”. Abbiamo messo insieme un brano molto diverso da quanto ci si aspetta da noi. Stiamo anche collaborando con Frank Carter & the Electric Snakes. Siamo come cani sciolti. Anarchia pura.

CREDI CHE IL TUO STUDIO DELLA MUSICA ABBIA INFLUENZATO O AIUTATO IL TUO MODO DI COMPORRE?

Ovviamente mi aiuta a capire la musica, l’armonia e la melodia. E’ vero che droppo cose pesanti ma corredo questa pesantezza con armonia e melodia quindi lo studio aiuta ma poi è importante deschematizzare, per imparare da te stesso. Con gli schemi non si va da nessuna parte. The Bloody Beetroots ha acquisito personalità proprio perché ha distrutto alcuni dogmi.

C’E’, TRA LE TANTE COLLABORAZIONI AVUTE, UNA CHE HA LASCIATO MAGGIORMENTE IL SEGNO?

Tutte lasciano il segno. Io sono un fan delle persone con cui ho collaborato. Lo faccio come esperimento sociale Voglio spenderci tempo insieme e conoscerli. Se viene fuori un brano, tanto meglio. Al momento vorrei collaborare con delle persone sconosciute. Mi piace l’idea di riscrivere The Bloody Beetroots con qualcuno che possa contribuire con un suono nuovo.

COME VIVE IL RAPPORTO CON I SOCIAL E LE NUOVE TECNOLOGIE?

The Bloody Beetroots è passato attraverso tutte le mode e i social. Non facciamo la gara degli streams, non ci serve. Siamo un progetto underground. Vogliamo espandere la nostra audience. A me interessa che quando suoniamo ci sia gente perché sono loro il termometro della mia attività. Io sono musicista, performer, compositore. La musica alimenta la mia performance. Sono sicuro che dopo aver visto un nostro show te ne vai con un po’ di domande perché spingiamo tanto nella preparazione della performance. L’obiettivo è dare al pubblico uno show, sia esso un dj set o un concerto.

HAI GIRATO IL MONDO CON I TUOI LIVE. HAI NOTATO DIFFERENZE NEL MODO DI VIVERE LA MUSICA LIVE TRA ITALIA E PAESI ESTERI?

C’è più indipendenza nella scelta musicale. Sembra che l’Italia vada per induzione. Qualcosa viene messo sul mercato e tutti lo seguono e lo copiano. All’estero ci si innamora dell’artista e non di un trend. In Italia noi combattiamo sempre con le mode del momento. Siamo antagonisti a quello che c’é. Sempre. Non passiamo in radio e siamo schietti in quello che diciamo. Quindi diamo fastidio.

OGGI HA ANCORA SENSO FARE UN DISCO O E’ SOLO PIU’ UN PRETESTO PER POTER SUONARE LIVE?

Credo che i singoli funzionino di più al giorno d’oggi. Viviamo in modo molto veloce. Per fare un disco serve tempo di qualità per l’artista per crearlo e per l’ascoltatore, che dovrà fruirne. In alcuni generi come il pop ha ancora senso fare dischi. In alcuni paesi ci sono inversioni di tendenza però. Ad esempio si privilegiano i festival piccoli a quelli che mettono in cartellone nomi super inflazionati. E questo è utile perché fa imparare alla gente il valore della musica e abbraccia tutti i generi. Secondo me ha senso fare un album perché una canzone non può esprimere un artista in toto.

TI RICONOSCI NELLA DEFINIZIONE DI ARTISTA INDIPENDENTE?

Assolutamente sì. Faccio quel cazzo che voglio e il mio team mi segue. Essere indipendenti vuol dire prendersi delle responsabilità. Ma noi restiamo in piedi.

SECONDO TE QUALE GENERE MUSICALE SI IMPORRA’ IN FUTURO?

Non lo so, credo che stiamo raggiungendo un livello di umanità molto basso e che l’umanità dovrà necessariamente riscattarsi. Credo che torneremo a cose più concrete, per far capire alla gente che stiamo facendo qualcosa. Si sta chiudendo un cerchio e ci si sta spostando su un livello di umanità diversa. Spero che qualsiasi cosa arrivi, porti con sé tutta l’umanità possibile perché abbiamo bisogno di umanità.

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