Il portale della musica Indie italiana

Parlateci del vostro ultimo lavoro. Cosa vi ha ispirato nella composizione?

Abbiamo concepito Incubisogni, che è il nostro disco d’esordio, per esplorare e attraversare innanzitutto come band quegli stati d’animo più profondi che spesso le persone tendono a nascondere nella vita di tutti i giorni e che invece determinano le nostre speranze, le nostre fantasie e le nostre paure: incubi, sogni e bisogni. Se la persona è la maschera che quotidianamente indossiamo come diceva Jung, questo disco è un cercare di mettersi a nudo su tanti livelli, potremmo dire, in forma di rock – che per noi è uno strumento di libertà e di verità prima ancora di un genere musicale.

Quali sono le vostre principali influenze?

Per quanto riguarda le influenze italiane c’è una sorta di sinergia strana tra influenze letterarie e musicali che vanno da Montale a Battiato, da Pasolini ai CCCP, da Flaiano ad Afterhours, Marlene Kuntz e Subsonica. Quanto all’influsso estero, come musicisti siamo tutti cresciuti sullo strumento con i classici – Pink Floyd, Doors, Who, Cream, Hendrix, Beatles, Stones, Led Zeppelin e via… – e ad un certo punto ognuno di noi ha preso una propria via. Davide e Liberiano con la New Wave di Joy Division, Smiths, Cure e Depeche Mode; Leo con l’Indie e l’Alternative di Radiohead, Muse, Alt-J, Interpol, Arctic Monkeys e Franz Ferdinand; io sono un vero e proprio onnivoro di musica, ti direi tutti quelli che abbiamo nominato fino ad ora, soprattutto l’influsso Wave, più una buona dose di Grunge americano (Nirvana e Afghan Whigs in primis) e di Brit Pop inglese dagli Oasis, agli Suede, ai Manic Street Preachers. Però, non posso non menzionare Bowie, gli U2, Lou Reed e Nick Cave come numi tutelari dell’album.

Come nascono i vostri brani?

A volte dalla musica, a volte dai testi. Possiamo dire che la situazione più frequente è che io arrivi in sala con la canzone già pronta a livello di struttura proponendola chitarra e voce e che la si arrangi poi tutti insieme. L’altra modalità invece è che in sala qualcuno di noi proponga un riff (Davide Panetta, il nostro bassista, ha un’ispirazione bellissima in questo senso!) e che ognuno sviluppi le sue idee a partire da quello per sommare alla fine le parti e realizzare qualcosa di corale. Se invece la canzone nasce dal testo, di solito sono io che li scrivo a ricercarne la musicalità per unire le note alle parole.

In un mondo sempre più incentrato sul web, cosa conta di più tra una pagina Facebook con tanti like o un buon disco?

Grazie per la domanda, è molto interessante rispondere perché stavo riflettendo qualche giorno fa proprio su questo, ovvero che fare musica oggi il più delle volte ti mette di fronte a tutta una serie di cose che con la musica non hanno niente a che fare, principalmente il mondo dei social e dell’essere in uno stato di promozione “perpetua” di quello che si sta facendo, quasi una sorta di horror vacui se non si mette almeno una storia al giorno. Non è una critica tout court, ogni generazione ha il suo modo e la sua moda di comunicare ed è giusto così, ma credo che negli ultimi tempi tra l’apparire e l’essere nelle forme d’arte non ci sia quasi più storia e voler fare Rock, oggi più che mai forse, è forse anche mandare affanculo questa logica e rompere questo conformismo. Perciò, tutta la vita, un buon disco ahah.

Vi riconoscete nella definizione di artisti indie?

Abbiamo scelto di far cominciare l’album proprio con un brano, Così è abbastanza Indie?, che rispondesse a questa domanda in modo provocatorio. Noi per Indie abbiamo dei concetti molto chiari, con cui siamo cresciuti grazie a Joy Division, Smiths & Morrissey, CSI, Nirvana: musica che rappresenti innanzitutto e sinceramente chi sei, testi liberi dalle mode del momento, sperimentazione, do it yourself almeno nelle prime fasi di produzione. In questo senso noi ci sentiamo e siamo artisti Indie. In questi anni, soprattutto nella scena romana a cui apparteniamo, abbiamo invece sentito etichettare come “indie” alcune realtà che di queste cose non avevano niente, anzi erano proprio l’opposto: progetti fatti a tavolino, canzoni scritte seguendo gli hashtags su Instagram e cose così. E il punto non è più la vecchia questione punk di “Indipendente o Major?”, è proprio che questa roba non ci ha mai detto niente né musicalmente né umanamente.

Cosa ne pensate dell’attuale music business?

Il music business è diventato liquido come liquida è la nostra società (prendo in prestito il grande Bauman), cioè si muove e attinge dove vede che le cose sono già successe. Non c’è voglia di rischiare, non c’è voglia di far accadere cose nuove, c’è più la funzione rassicurante di una banca, anche nel cosiddetto “Indie”: se hai già i soldi portali da noi, sennò porte chiuse e cavatela da solo. Una volta Peter Hook (bassista di Joy Division e New Order) mi ha detto: “L’esempio più grande di tutto questo sono i talent secondo me, che sono una celebrazione della funzione rassicurante della televisione e del business, non della musica”. Io a titolo personale sono completamente in linea con questa visione, ma la prossima volta chiederò anche a Leo, il nostro chitarrista, che studia marketing e di sicuro avrà una visione e una competenza diversa sull’argomento.

Credete che le nuove tecnologie aiutino il rapporto tra musicisti e pubblico o che abbiano distanziato gli uni dagli altri?

Credo che in una certa misura aiutino e forse è il lato più nobile dei social e delle nuove tecnologie: abbattere muri di comunicazione e aiutare le persone a mettersi in contatto in maniera meno verticale. Una delle cose più belle che osserviamo con la band è quando vediamo che qualcuno tra il nostro pubblico, a cui rispondiamo sempre, ci racconta di sé o addirittura ci manda cose che ha creato (possono essere versi, disegni, scatti, etc.) perché percepisce anche nella nostra musica quell’urgenza di condivisione genuina che fa nascere ogni manifestazione artistica. Così si mettono in campo le energie migliori e si conoscono le persone su un livello più profondo.

Qual è a vostro giudizio il confine tra indie e mainstream?

Premesso che questa dicotomia secondo noi è un po’ superata (un po’ come la domanda punk che ti dicevo prima), perché a volte alcune cose del mainstream sono state più genuine di una certa etichetta indie degli ultimi anni, a cercare di non essere troppo intransigenti forse ti direi che il confine è passare dai talent, perché è una cosa che davvero non concepisco a meno che non si sia arrivati ad un’età o ad una situazione di vita per cui sia davvero l’ultimissima spiaggia. La tomba della creatività, insomma. Invece andarci da ospite deve essere una goduria, come a dire “ce l’ho fatta senza passare da te e mi stai anche pagando per dirtelo”! Ahaha

Cosa pensate del Crowdfunding? Lo ritenete un mezzo veramente utile per i musicisti?

Il crowdfunding ha sicuramente un principio di fondo interessante e Giovanni Gulino, se ricordo bene, è stato forse il primo promotore in ambito indipendente in un momento in cui l’Indie “vecchia scuola” effettivamente sembrava essersi un po’ arenato. Io ero più piccolo ma ricordo che voleva un po’ ravvivare la scena ed era apprezzabile. Oggi con i social e i servizi di streaming musicali a una velocità così repentina penso che tenere il passo sia diventato veramente difficile, anche per i progetti di crowdfunding, perché si arriva a volte a dover pubblicizzare più l’operazione di crowdfunding in sé piuttosto che il fine stesso per cui lo si fa. Resta però una risorsa possibile, quindi male non fa di sicuro.

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