Il portale della musica Indie italiana

In un mondo sempre più incentrato sul web, cosa conta di più tra una pagina Facebook con tanti like o un buon disco?

Purtroppo ad oggi, per quanto riguarda il mainstream e in parte un po’ tutto quello che consideriamo arte e spettacolo, si dà più importanza al contenitore che al contenuto! Il pessimo marketing ha sovrastato la sostanza del progetto rendendo l’ambiente creativo instabile, con prodotti mediocri di breve durata, che piacciono a tutti ma non interessano a nessuno.

Per noi conta di più un buon disco: cioè il contenuto. Solo raggiunto ciò si può pensare al “buon marketing” cioè quello che si basa sui bisogni reali costruiti per l’uomo in una “catena del valore” dove l’immagine sui social ne rappresenta la sua imponente facciata atta ad un’adeguata comunicazione. Diversamente sarebbe solo una grande bolla della mediocre industria dell’ignoranza.

Un aspetto positivo ed uno negativo del fare musica?

Se la musica viene fatta con passione, onestà, creatività e voglia di esprimere ciò che si è, vi sono solo aspetti positivi. I lati negativi al momento ci sfuggono….Siamo abbastanza maturi da credere che la negatività abbia luogo di esistere quando si inceppa qualcosa nel nostro flusso personale. Quando il “fare” non è più uno stato dell’essere ma è solo un mezzo per ottenere un risultato fatto di numeri e previsioni. Per noi protagonisti delle nostre vite, immerse in un costante flusso creativo, queste visioni deterministiche dell’esistenza sono come una macchia di petrolio nel mare dei pensieri.

Credete che un artista debba schierarsi politicamente? / Approvate la politica nella musica?

La musica è nella società, della società, per la società. Pensarla ad un ramo dell’industria dell’intrattenimento è un’utopia delle lobby. Già in passato la musica è stata un mezzo di rivolta e grazie a questo molte generazioni di artisti hanno potuto avere voce in capitolo dando al loro pubblico stimoli e spunti di riflessione per poter scegliere il loro posto nella società! Crediamo che la musica debba anche essere un mezzo di libera informazione e crediamo che stia all’artista decidere se dire “cazzate” o esprimere veramente il suo punto di vista. Noi siamo adulti. Troppo cresciuti per cadere in un mondo fallimentare e schizofrenico creato a tavolino da attori senza volto. Come diceva Gaber: la libertà è partecipazione. La partecipazione è quindi azione; l’azione porta ad interessarsi automaticamente delle politiche che oggi ci sottolineano l’importanza di comprendere come funziona il potere.

Cosa ne pensate dell’attuale music business?

Perché, esiste il music business in Italia? Noi abbiamo visto grandi artisti parcheggiati dall’unica major che ancora esiste nel nostro paese. La stessa Major che compra spazi nei talent show per raccogliere i diritti di sincronizzazione. La stessa Major che fa crescere i talenti in un paio di mesi di tv e poi li rivende nel settore pubblicitario al primo gestore telefonico che capita. Così nascono le nostre Hit!! Cool, non è vero!? Tra questi, le etichette a pagamento, il mondo dei diritti a campione e spazi radiofonici in vendita al miglior offerente, direi che siamo di fronte ad un fatto singolare nel business dell’intrattenimento e non musicale (dato che il prodotto fonografico e quindi contenutistico non è più il perno centrale di queste società). Ci sono tanti talenti, tanti editori e produttori ancora attenti alla qualità contenutistica nel prodotto fonografico, alla costante ricerca di un pubblico reale. Non parliamo di un pubblico generalista, parliamo di attenti consumatori, che delusi dall’acqua stagnante che viene prodotta da mercenari della musica, bazzica il web nella speranza di trovare il “vero talento”.

Credete che le nuove tecnologie aiutino il rapporto tra musicisti e pubblico o che abbiano distanziato gli uni dagli altri?

Il problema non sta nella tecnologia di per sé, ma nella consapevolezza con cui viene usata. Con la dispercezione che i social creano viene a mancare nelle persone la capacità di discernimento tra realtà e finzione. Questo, a parer nostro, rende i rapporti sociali più difficili perché rischiano di basarsi su ciò che si vuole far vedere e non su ciò che si è realmente! Sta a noi essere reali anche nel modo virtuale.

Qual è a vostro giudizio il confine tra indie e mainstream?

La linea di confine sta tra l’onesta creativa del primo e l’adeguarsi ad essere funzionali al mantenimento di uno “status quo” nel secondo caso. Insomma la vera libertà di esprimersi intellettualmente con la musica!

Cosa pensate del Crowdfunding? Lo ritenete un mezzo veramente utile per i musicisti?

Crediamo sia uno strumento valido e meritocratico per emergere nell’attuale mondo dell’informazione liquida, dove chiunque dice di essere un “artista”. In questo caotico panorama il pubblico può finalmente aprire un ombrello per tutta la roba che piove dall’alto. Da questo punto di vista è ad oggi lo strumento più potente in circolazione. Restiamo molto scettici, però, sul “modus operandi” delle piattaforme di crowdfunding che riteniamo essere perfettamente in linea con i tempi che viviamo. Per essere utili dovrebbero funzionare veramente come “Piattaforme Hub” e quindi creare un sistema di contenuti, flussi ed economie circolari, basate sul valore artistico. Allora la domanda giusta è… ma lavorano bene in tale direzione queste piattaforme? Sarebbe ingiusto dire di no, perché è sfuggente come gestiscono gli utenti. Diciamo che ad appropriarsi dei tuoi di utenti, sono i numeri 1! Ancora una volta il sistema culturale “socialista” è impoverito dalla banalità della musica a gettone, dove sono i soldi ad essere i veri protagonisti. Ebbene sì….Dato che se il tuo salvadanaio non si riempie (oppure non hai un nome funzionale al marketing del brand) sei così in fondo alle pagine della piattaforma, che per trovarti i sostenitori devono farsi amico direttamente il sistemista del server.

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