Il portale della musica Indie italiana

Parlaci del tuo ultimo lavoro. Cosa ti ha ispirato nella composizione?

Non so piegare il significato del sostantivo ispirazione alle meccaniche logiche che mi spingono a scrivere. Nel caso di “Una fermata in centro”, ho sentito necessario tentare di raccontare il momento esatto in cui, da vittime del vuoto che ci si crea intorno, nell’illusione di difenderci da un reale sempre pronto a dare il peggio di sé, ci si affranca da pensieri negativi, ossessivi e incessanti, con la mai semplice scelta dell’accettazione. Accogliere il reale diviene emancipazione, la solitudine, un rifugio non isolato dove è sempre possibile incontrare chi hai scelto di vedere. La negatività e il dolore scompaiono sotto la luce di quell’ultimo raggio di sole, che ti trafigge ma non “ti lascia solo sul cuor della terra”. È il bello che capita. E il bello è che capita sempre.

Quali sono le tue principali influenze?

La prosa, La letteratura in generale, la poesia. Ho sempre amato leggere storie che sapessero di polvere, di povertà, di famiglie numerose, d’indigenza e passione, di riscatto e di morte. Ho scoperto molto giovane che i libri parlavano di me. Fu pazzesco, parlavano di me raccontando storie che vivevo, di personaggi “perenni” davanti ai bar e di tutto il mondo che allora conoscevo. La mia realtà, ritrovata tra le pagine di autori distanti tra loro per tempo e luogo, è diventata fonte per le storie che ho cominciato a raccontare. La musica l’ho scoperta molto dopo. Ascoltavo di riflesso le canzoni che mio padre sparava a volume altissimo col suo piccolo stereo della Reader’s Digest. Non amavo affatto quella confusione, quelle vibrazioni così invadenti, ma un giorno mio padre, che invece amava il canto e la musica, mi regalò una chitarra, una dodici corde per l’esattezza. Non la usai mai, non mi sentì mai tentare di suonarla. Dopo due mesi morì.

Qualche anno ancora e un giorno, dal nulla, guardando quella chitarra appesa al muro, ho pensato fosse lì da troppo. L’ho staccata dal grosso chiodo che la teneva ferma e appesa per dare un seguito a quel dono. Così ho cominciato a suonare e la voglia di imparare, di sapere tutto, di riuscire a fare tutto s’impossessò di me lasciandomi vinto e innamorato follemente di quel legno ammaestrato. Non ho artisti influenzanti, non ho cominciato a suonare per voglia di diventare qualcuno o emulare un artista. Ho semplicemente sentito il desiderio di dare un seguito a quel regalo e ho scelto di realizzarlo attraverso la scrittura di canzoni. Le scelte stilistiche sono arrivate dopo, con lo studio sopratutto, che ha prodotto poi curiosità e voglia di ascoltare quanta più musica possibile senza distinzione di generi.

Come nascono i tuoi brani?

Nasce prima il testo, il racconto. Scelgo un argomento, una storia, un personaggio. Identifico il messaggio che ho voglia raggiunga chi leggerà o ascolterà e scrivo. Il testo non è mai finito se non è esattamente quello che io decido debba essere e così uso e studio le parole, le significanze, i termini desueti, leggo, scrivo e concludo come in un ripetersi di compiti in classe di italiano. Lavoro allo svolgimento dei brani usandoli come terreno di esplorazione e sperimentazione, per quanto possa valere e interessare il fatto che io la pratichi questa sperimentazione è proprio così che nascono i miei testi. Per il vestito musicale invece, lascio suonare le parole, le pronunzio, le divido e le scandisco in fila oppure le recito e, suonano. Suonano distinte per tonalità e grado, hanno una loro melodica sequenza sonora che so di avere scelto nella fase compositiva del testo ma della quale mi rendo coscientemente conto solo quando affronto la scrittura dell’armonia. Affronto la scrittura musicale non pensando alle misure, alle battute, al tempo in quattro o quanto altro io identifico come una gabbia, scrivo libero dal legame del tempo, uso la musica per vestire parole e non m’interessa se poi in un brano non si trovano battute con la stessa divisione ritmica, la musica è libertà da esprimere nei limiti di regole da infrangere. Amo molto il jazz, la musica classica, lo stile Manouche, la chitarra in generale e soprattutto oggi, che mi esibisco da solo, ho l’opportunità di scrivere i miei arrangiamenti per chitarra cercando di divertirmi il più possibile, passando per tutti i miei limiti tecnici.

In un mondo sempre più incentrato sul web, cosa conta di più tra una pagina Facebook con tanti like o un buon disco?

Non sarò ipocrita, neanche falso; per me conta il disco, quello che hai deciso di suonare e raccontare. Il resto è acquistabile con un bonifico.

Un aspetto positivo ed uno negativo del fare musica?

Premetto che “fare musica” lo traduco con “suonare”. L’aspetto negativo può sicuramente essere rappresentato dal “non essere mai soddisfatto”. Qualsiasi obiettivo raggiunto non sarà mai l’ultimo; ogni svolta epocale, ogni limite superato, ogni composizione realizzata, tutto avrà il sapore di quello che hai inventato ieri mentre oggi ci vedi l’errore, l’orrore, tutte le leggerezze commesse con la complicità dell’ego che ti porta a pensare di aver finalmente prodotto una tua personale opera d’arte. Il lato positivo invece esiste ed è catartico, per me ha il sapore della salvezza, della pace dal nero dei pensieri negativi, è terapeutico, mi offre la possibilità di acquietare il lato selvaggio e usare la rabbia a fin di bene, per immaginare e raccontare, immaginare un futuro di sicuro perfettibile ma umano.

Credi che un artista debba schierarsi politicamente?/Approvi la politica nella musica?

Sì, quando la politica non è partitica ma espressione di un pensiero che riguardi la comunità, la Pòlis appunto. Non comprendo gli uomini e le donne che per esempio chiedono a un “musico” di occuparsi di “spettacolo” e di non “rompere” su questioni che non lo riguardano. Forse ignorano Debord o chissà cos’altro, ma solo per restare all’epoca più recente. Un essere che pensa esprime. Non è detto che chi non ha alcuna capacità di liberarsi debba chiedere agli altri di restare schiavi. La parola è un “dono”, alcuni ne fanno “dono”, altri la “donano” al miglior offerente.

Cosa ne pensi dell’attuale music business?

Che in fondo la lotta per il territorio l’uomo la esprime sempre allo stesso identico modo, cercando di essere il primo o il più forte. Il mondo del commercio non fa certo differenza e quello dell’arte diventa comunque commercio. La grande differenza, la bella differenza oserei dire, come al solito risiede nelle opere, nella loro intrinseca capacità di emergere perché facenti parte del “bello” che l’uomo, comunque tutto, nonostante tutto, cerca e cercherà per sempre. In questo presente, che non è tanto più “bruto” di quello passato, abbiamo e avremo la fortuna di far nascere donne e uomini illuminati, in grado di far progredire il mondo del business musicale come sempre è progredito, scovando artisti che rimarranno eterni.

Credi che le nuove tecnologie aiutino il rapporto tra musicisti e pubblico o che abbiano distanziato gli uni dagli altri?

Credo che le possibilità offerte dall’evoluzione tecnologica favoriscano la vicinanza tra musicista e pubblico. Anche ad altissimi livelli di fama si aprono possibilità per i fan più lontani fisicamente, di avvicinare direttamente il proprio musicista o artista preferito. Non trovo elementi negativi nelle possibilità offerte dalla tecnologia. Sarei leggermente più accorto nel giudizio, se ci spingessimo nel territorio del “come” si usano queste tecnologie per l’industria dei like, delle connessioni perenni e delle storie da condividere, ma in fondo la scelta di connetterti, di avvicinarti a qualcuno la fuori è comunque questione personale, di scelta personale e qui non mi permetto di avanzare giudizi di sorta. Ritengo nel mio modesto e infinitesimale caso, che la tecnologia abbia permesso ad alcuni abitanti di una cittadina nel territorio del Texas, di dichiararsi miei “fan”. Non può essere negativo tutto questo e per qualcuno significa addirittura lavoro, carriera.

Qual è a tuo giudizio il confine tra indie e mainstream?

Oggi questa risposta prevede un tempo di analisi e uno per la sintesi abbastanza lunghi, ma proverò ad essere breve. Evitando le analisi etimologiche affermerei che quando il grande mercato, che poi favorisce le mode, scova un artista interessante, se questi è indie diventa mainstream. Al contrario, le mode favorite dal grande mercato, attraggono coloro che vogliono essere mainstream e diventano indie per poter esserlo. Ci sono diversi punti di vista, un gioco divertente che si può fare partendo da noi stessi e da quello che vogliamo. Poi però ti accorgi che quello che resta è il valore dell’opera d’arte, che non fa mistero di fregarsene di rappresentare, preferisce di gran lunga essere, e forse anche essere indipendente.

Cosa pensi del Crowdfunding? Lo ritieni un mezzo veramente utile per i musicisti?

Se analizzo il sistema, i reali traguardi ottenuti nel conseguimento del proprio obiettivo e il potere di condivisione che il sistema permette, allora il mio giudizio è positivo, ovvio e scontato poiché io credo fermamente nell’uomo, nella comunità, nella reale possibile condivisone non assoluta ma necessaria. Ho partecipato convinto che il mio contributo favorisse davvero qualcosa che meritasse di superare i confini di un appartamento. Ma se sposto questi concetti sulla mia musica, il mio atteggiamento cambia radicalmente. E’ talmente intimo il lavoro che faccio oggi, chiuso in una stanza che è diventata studio, e qui ritorna il positivo della tecnologia, cioè posso produrre il mio disco a casa, che non posso chiedere di sopportare il peso economico di una scelta che comunque resta personale. Non ci riesco. Forse temo di non essere in grado di raggiungere l’obiettivo o forse so di non raggiungerlo, quello che so per certo è che non è questo il mio lavoro, io scrivo canzoni e il senso del gioco, si fa per dire, è quello di mettermi in gioco per quello che ho inciso o scritto, piuttosto che per quello che ho detto. Resta la fiducia nella tecnologia e la sicurezza che sia utile e serva davvero per un miglior presente e futuro comune.