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Parlateci del vostro ultimo lavoro. Cosa vi ha ispirato nella composizione?

E: Per scrivere i testi traggo sempre ispirazione da storie reali, anche se non necessariamente autobiografiche. Nel periodo in cui abbiamo iniziato a scrivere l’EP ero affascinata dalla storia di una ragazza che, in una situazione di grande stress (derivato forse dal fatto di non corrispondere alle aspettative che la sua famiglia aveva su di lei), era stata ricoverata per un’amnesia, e una volta ristabilitasi aveva cambiato radicalmente vita. Ho immaginato che Gilda, la protagonista dell’EP, decidesse a un certo punto – con il preciso scopo di cambiare vita – di procurarsi volontariamente questa amnesia, e che ci riuscisse solo a seguito di un incidente. I singoli testi poi sono nati dal confronto con Lorenzo e con i suoi brani, cosa che ha aggiunto una vena di ironia tragica alla storia che avevo immaginato.

L: A livello musicale mi faccio ispirare da una parte dai miei ascolti, dalle mie influenze, dall’altra dai testi di Eugenia e dalle sensazioni che mi trasmettono.

Quali sono le vostre principali influenze?

L: I miei ascolti spaziano enormemente, in particolare ascolto molta elettronica e molto rock alternativo, se lo si può chiamare così. Un po’ tutti questi ascolti mi influenzano nella scrittura della musica, per citare qualcuno tra quelli che più hanno contribuito: The Knife, Radiohead, Notwist, Nils Frahm, Modeselektor, Sigur Sos.

E: Le mie letture e i miei ascolti sono vari: sono interessata principalmente alla poesia contemporanea, specialmente quella ad alta voce. L’autore con cui ho fatto i conti durante la composizione dell’EP, però, è un poeta di fine Novecento collegato solo indirettamente ai lavori che si fanno in questi anni sulla poesia orale e performativa: Elio Pagliarani. Tra i poeti vivi, la mia maestra è Rosaria Lo Russo.

Come nascono i vostri brani?

L: La musica che scrivo può nascere in qualsiasi momento. È forse la cosa che più mi piace fare, quindi quando ho tempo, scrivo. Vado al computer e traduco in note qualcosa che ho in mente in maniera chiara, oppure provo a rappresentare una sensazione o un’emozione, oppure cerco di imitare un artista che mi piace, oppure mi lascio ispirare dai testi di Eugenia, oppure ancora mi lascio trasportare in un flusso a partire da un primo unico suono che mi ammalia.

E: Al buio e dopo lungo silenzio

In un mondo sempre più incentrato sul web, cosa conta di più tra una pagina Facebook con tanti like o un buon disco?

L: Dipende da cosa si intende per “conta di più”. Per me, in generale, conta decisamente di più il buon disco. Il motivo per cui faccio musica è la musica stessa, la soddisfazione di creare qualcosa che mi piace e la soddisfazione di creare qualcosa che piace a chi la ascolta. La bellezza è il riuscire a comunicare qualcosa di profondo, non certo i molti like. Chiaramente più seguito si ha più si ha modo di raggiungere molte orecchie, e questo fa piacere, ma direi che la cosa che conta davvero è la materia prima, il buon disco è l’essenza di tutto.

Un aspetto positivo ed uno negativo del fare musica?

L: Creare qualcosa di nuovo e bello dal nulla è stupendo, una sensazione meravigliosa. Dà una soddisfazione enorme. Per quanto riguarda l’aspetto negativo non saprei, forse il curare ciò che sta attorno al “fare musica”, come la parte della promozione, ma sul “fare musica” in sé non riesco proprio a trovare aspetti negativi.

Credete che un artista debba schierarsi politicamente?/Approvate la politica nella musica?

E: L’arte per me è anche un fatto politico, o comunque necessariamente sociale. Scegliere di non schierarsi (in senso lato) nell’ambito della propria arte è una scelta politica a sua volta. Con questo non intendo suggerire che si debba dichiarare apertamente la propria posizione all’interno dei brani prodotti. Sono politiche anche altre decisioni: quella di creare in modo collettivo e non gerarchizzato, quella di esibirsi in determinati contesti, quella di non scendere a compromessi col gusto del pubblico sacrificando la propria ispirazione e la complessità del proprio lavoro.

L: Un artista deve poter fare esattamente come vuole. Quindi non credo che debba o che non debba schierarsi politicamente, credo possa fare come meglio crede a seconda di quale messaggio vuole trasmettere al suo pubblico e di quale mezzo vuole utilizzare. Quindi assolutamente ben venga la politica in musica, ben vengano tutti gli argomenti.

Cosa ne pensate dell’attuale music business?

L: Ad essere sincero non ne conosco con precisione le dinamiche. Mi pare sia in rapida evoluzione, in poco tempo cambiano le carte in tavola. Sicuramente ora vanno molto le piattaforme streaming, penso il futuro sia rivolto in quella direzione, e non ci vedo nulla di male.

Credete che le nuove tecnologie aiutino il rapporto tra musicisti e pubblico o che abbiano distanziato gli uni dagli altri?

E: Le nuove tecnologie sono uno strumento ulteriore a disposizione del musicista, un modo per creare un’opera tridimensionale attraverso la contaminazione con altri artisti (l’esempio più banale è la collaborazione che si stabilisce con chi realizza i videoclip dei brani, o con chi si occupa dei progetti grafici). La musica dal vivo in ogni caso è ancora frequentatissima.

L: Penso che le nuove tecnologie abbiano in qualche modo avvicinato pubblico e artisti.

Qual è a vostro giudizio il confine tra indie e mainstream?

L: Immagino che per “indie” in questo caso si intenda quel pop italiano che sta andando molto questi anni. A mio avviso oggi, in Italia, questo confine è davvero leggero, forse non c’è nemmeno. Parlo da punto di vista puramente artistico. La musica underground, se vogliamo chiamare così la musica non mainstream, è sempre stata un contenitore di correnti nuove, sperimentali, alternative al mainstream, in controtendenza rispetto a ciò che va di moda. Ed è sempre stata rappresentata da un certo pubblico di giovani appassionati. Oggi mi pare che, dominata dalla corrente indie-pop, questa “opposizione” underground minoritaria sia davvero debole in quanto non vedo nulla di alternativo o nuovo nella musica indie di oggi, è esattamente identica al pop mainstream. Non voglio fare di tutta l’erba un fascio, è da valutare ovviamente caso per caso, ma la sensazione generale che ho è un po’ questa. Vedo un mercato saturo di prodotti simili l’uno all’altro, artisti che paiono copie di se stessi, prodotti per lo più votati al pop leggero ed alla spensieratezza, c’è poco spazio per qualcosa di diverso. Forse tutto ciò è dovuto anche ai social, non saprei. È un argomento complesso ma molto interessante, da approfondire.

Cosa pensate del Crowdfunding? Lo ritenete un mezzo veramente utile per i musicisti?

L: Si, perché no?

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