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Vi dirò la verità: mi sono divertito.

Non sono andato al concerto di questi due gruppi rock per fare le pulci ma solo per divertirmi.

Non avendo mai visto un loro live in prima persona, mi sono detto che sarebbe stata una bella esperienza e ci sono andato.

Il risultato sono state due ore di show ben suonato, ma andiamo con ordine.

I primi a salire sul palco sono stati i Whitesnake. La band di David Coverdale è in gran forma. Il leonino frontman non ha perso nemmeno una goccia del suo carisma e sul palco è sciolto come il sottoscritto quando si fa un caffè la mattina con indosso solo i boxer.

Nell’ora a loro disposizione i Serpenti Bianchi piazzano i pezzi che tutti vogliono sentire. Da “Gimme all your love tonight” a “Is this love?” fino ad arrivare al finale con “Still of the night”. Notevoli le prestazioni di Reb Beach e Joel Hoekstra alle chitarre. Tommy Aldridge colpisce per il suo drumming potente e preciso e per l’assolo eseguito come sempre, malmenando la batteria a mani nude. Al basso troviamo un Michael Devin scatenato e alle tastiere il “nostro” Michele Luppi. Il set è energico e la band fa un lavoro splendido soprattutto in supporto a un Coverdale la cui voce sente il passaggio inesorabile degli anni. La sua prestazione è infatti lontana dai fasti passati ma c’è da dire che il sessantasettenne cantante si difende comunque.

Finito il loro set è la volta dei Def Leppard.

Il quintetto inglese domina il palco con energia e naturalezza. Il loro è un viaggio nei ricordi, una celebrazione a cui tutti i presenti si uniscono. Phil Collen passeggia per il palco con sicurezza sfornando riff e assoli a cui fa da controcanto un ottimo Vivian Campbell che fa un lavoro egregio. Rick Savage al basso non perde un colpo e forma una base ritmica essenziale e precisa su cui si muove il batterista Rick Allen, giustamente osannato dal pubblico. Joe Elliot guida la band che sforna una hit dietro l’altra. “Rocket”, “Animal”, “Love Bites”, “Pour some sugar on me”, “Armageddon it”, “Histerya” sono solo alcuni dei 16 pezzi che animano la scaletta. C’è anche spazio per una versione acustica di “Two step behind” mentre la chiusura è affidata a “Rock of ages” e “Photograph”.

Il led wall che campeggia dietro la band fornisce animazioni e scenografie perfette per ogni canzone e lo show scorre rapidamente.

Anche per Joe Elliot gli anni passano e la voce non è più quella di una volta.

Dirlo può sembrare un segno di arroganza, ma la verità è che sono condizioni normali per chiunque, anche per questi navigati showmen.

A loro non mi sentirei di chiedere più di quanto hanno dato che, considerata l’età e l’impatto che hanno avuto su un genere, è veramente tanto.