Il portale della musica Indie italiana

Parlateci del vostro ultimo lavoro. Cosa vi ha ispirato nella composizione?

A livello di testi è difficile dirlo, soprattutto situazioni personali, non si può parlare di eventi importanti/tragici/storici senza averli vissuti, quindi è giusto scrivere di cose vicine, senza forzare nulla. La melodia invece è sempre qualcosa di inconscio, poi arrangiando le canzoni arrivi a dire “ah ecco da cosa l’abbiamo presa” (e magari era una pubblicità in tv).

Quali sono le vostre principali influenze?

A livello di arrangiamenti abbiamo un sacco di influenze, anche molto diverse tra noi, che vanno dal pop all’indie inglese e anche al cantautorato italiano anni 70. Chiaramente i Dalla, Battisti ecc.. sono sempre lì, come pure il BritPop e i classiconi internazionali. In realtà ascoltiamo anche tanto hip hop, quindi sicuramente qualcosa dentro ci dev’essere, anche se magari non si sente subito.

Come nascono i vostri brani?

Più o meno mischiando le due risposte precedenti, influenze + ispirazione. Generalmente non scriviamo in 2, ma poi l’altro ci mette sempre le mani, sul testo e sulla musica. Di solito c’è già un’idea di arrangiamento, che poi viene sviluppata in studio dal nostro produttore.

In un mondo sempre più incentrato sul web, cosa conta di più tra una pagina Facebook con tanti like o un buon disco?

Senza una pagina Facebook gestita bene puoi avere il disco più bello del mondo ma farai molta più fatica per farlo arrivare alle persone. L’inverso invece non è vero allo stesso modo, perché ci sono dischi bruttissimi, pubblicizzati a regola d’arte, che fanno numeri impensabili. E’ inutile criticare questo sistema, bisogna solo darsi da fare e diventare tutti un po’ grafici, un po’ social media manager, un po’ fotografi.

Da parte nostra, il disco rimane il punto di partenza, anche perché un disco con dei contenuti è più facile da pubblicizzare.

Vi riconoscete nella definizione di artisti indie?

Mah sì, cioè alla fine è una parola. Probabilmente puntiamo molto sul live rispetto ad altri, ma è palese che facciamo tutti parte di un grande gruppo di artisti, si sente, si vede. È inutile demonizzare la parola indie.

Cosa ne pensate dell’attuale music business?

Questo mondo sta crescendo, ci sono tanti festival in più, tanti investimenti in più, la gente inizia ad ascoltare musica diversa e la cosa ovviamente fa piacere. Il problema enorme ha a che fare con le persone che lo popolano. Purtroppo c’è ancora una buona metà di addetti ai lavori completamente improvvisata, che si spaccia per manager/grafico/discografico ma che in realtà non ne sa nulla. Ecco, per far sì che diventi davvero un business (che è una cosa legittima e auspicabile), c’è bisogno che si alzi di molto il livello di professionalità.

Credete che le nuove tecnologie aiutino il rapporto tra musicisti e pubblico o che abbiano distanziato gli uni dagli altri?

Probabilmente hanno connesso e avvicinato tutti quanti, ma allo stesso tempo hanno allargato sia la fruibilità che la possibilità di fare musica. Quindi tanti iniziano perché è più facile, però poi in pochi emergono ed è dura da accettare perché la facilità d’accesso ti da un sacco di false speranze.

Qual è a vostro giudizio il confine tra indie e mainstream?

Sono cose a cui non badiamo molto. Tutti vogliono far arrivare la propria musica al maggior numero di persone possibile, ma se lo fai seguendo dei canoni tipo “ora dico questa cosa perché è mainstream” non funziona, o almeno noi la pensiamo così. Poi ultimamente quel confine è molto esteso, le due definizioni si sovrappongono ed è bello così.

Cosa pensate del Crowdfunding? Lo ritenete un mezzo veramente utile per i musicisti?

Probabilmente sì se usato nella giusta maniera. Un artista che fa crowdfunding deve offrire le ricompense giuste a chi dona e quindi deve avere anche l’attitudine giusta. Altrimenti diventa un po’ come un’elemosina perché non si dà nulla in cambio.

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