Il portale della musica Indie italiana

Parlaci del tuo ultimo lavoro. Cosa ti ha ispirato nella composizione?

Il mio ultimo progetto discografico è un lavoro elettroacustico intitolato “Crossroad Blues” uscito per la mia etichetta, la Deep Voice Records, il 28 febbraio di quest’anno.

E’ un concept-album basato sull’interazione tra parte razionale e irrazionale del cervello e di come certe esperienze “segnanti” possano essere trasformate, da parte dell’artista, in qualcosa di significativo dal punto di vista artistico. Tale concept è nato inizialmente dall’osservazione di alcune figure di “disadattati” come Thelonious Monk, Syd Barret, Vincent Van Gogh e, successivamente, da una sorta di auto-psicanalisi personale. Sono nati così 8 brani più un arrangiamento di un pezzo di Andrew Hill che rappresentano un viaggio introspettivo dal caos alla melodia, da texture di elettronica fino alla forma canzone. Il tutto supportato da un gruppo di musicisti, i Basic Phonetics, che ammiro particolarmente come Sarah Stride alla voce, Alberto N.A. Turra alla chitarra elettrica, Carlo Nicita ai flauti e Davide Bussoleni alla batteria.

Quali sono le tue principali influenze?

Per motivi diversissimi ma complementari tra loro e rigorosamente in ordine sparso: Kiss, Pino Daniele, Thelonious Monk, Beatles, Herbie Hancock, Andrew Hill, Morton Subotnick, Brian Eno, Amon Tobin, Radiohead, Carlo Gesualdo, Franco D’Andrea, Steve Reich, Miles Davis, Red Hot Chili Peppers, Cure, Fausto Romitelli, Rolling Stones.

Come nascono i tuoi brani?

Non c’è un modo unitario anche perché, soprattutto in questo ultimo lavoro, utilizzo tecniche di scrittura diverse, spesso mutuate dalla musica contemporanea. In genere comincio a comporre nel momento in cui arriva una qualche idea che mi convince.

In un mondo sempre più incentrato sul web, cosa conta di più tra una pagina Facebook con tanti like o un buon disco?

La tentazione di rispondere “ovviamente un buon disco” è molto forte e c’è una parte di me tenacemente ottimista che è sicura che un giorno sarà quella la risposta giusta. Ma per i tempi che stiamo vivendo, che non spiccano certo per contenuti e creatività, devo purtroppo ammettere che l’avere un largo consenso sui social, troppo spesso ottenuto con qualcosa di nessun valore artistico, renda incommensurabilmente di più. Non solo dal punto di vista economico.

Un aspetto positivo ed uno negativo del fare musica?

Fare musica, soprattutto quando ciò risulta essere un’esigenza e lo si fa con sincerità, impegno e passione, di per sé non ha mai aspetti negativi. Questi sopraggiungono sempre da ambiti che con la musica non hanno niente a che fare.

Credi che un artista debba schierarsi politicamente?/Approvi la politica nella musica?

Credo che l’opera di ogni artista degno di questo nome debba sempre rispecchiare il più possibile l’animo e la voce di chi l’ha creata. Se la politica può essere un modo o un elemento necessario alla propria espressività ben venga. Nella mia musica la politica non c’entra nulla ma ad esempio amo tantissimo gli Area che hanno scritto grande musica dai contenuti politici evidenti. Non ci sono limiti nell’arte.

Cosa ne pensi dell’attuale music business?

Per come la vedo io, le parole “music” e “business” insieme formano un bell’ossimoro. Quando un artista tenta di metterle insieme un po’ della sua creatività inevitabilmente si perde. Poi c’è anche chi decide di trovare dei giusti compromessi ma questo dipende sempre dalle motivazioni per cui si sceglie di fare musica e su questo ognuno ha le sue. Come è giusto che sia.

Credi che le nuove tecnologie aiutino il rapporto tra musicisti e pubblico o che abbiano distanziato gli uni dagli altri?

Ritengo che le nuove tecnologie abbiano portato enormi vantaggi che anche solo vent’anni anni fa erano ritenuti impensabili e inimmaginabili. Basti pensare che al giorno d’oggi chiunque può registrarsi, autoprodursi un disco in casa e con risultati professionali, pubblicarlo e farlo ascoltare, attraverso i social o piattaforme come iTunes, Spotify e simili a un elevatissimo numero di persone anche dall’altra parte del pianeta.Il problema è un altro ed è da riferirsi all’uso sbagliato della tecnologia stessa. Proprio perché è diventato così semplice “mostrarsi”, “far vedere”, “farsi sentire” si cade troppo spesso nell’errore del non pensare adeguatamente e in profondità a ciò che si pubblica. Il lavoro che sta alla base di un progetto artistico è fatto soprattutto di ripensamenti, di scelte da valutare con attenzione. E’ un lavoro certosino e “artigianale” necessario se si vuole realizzare qualcosa che possa avere un significato, quantomeno per sé. Invece oggi c’è una spasmodica voglia di farsi vedere in continua attività al grido di “stay tuned”. Col risultato che si è giunti a una “saturazione” di proposte discografiche che pochissimi acquistano fisicamente. Un tempo l’uscita di un disco del tuo artista preferito suscitava attesa, comprare la copia e ad esempio leggere il booklet regalava emozioni e l’ascolto era sempre attento. Adesso, tranne rari casi, non si “consumano” più i dischi, oramai è semplicissimo reperire gli mp3 di qualunque ultima pubblicazione anche il giorno stesso dell’uscita. L’unica isola felice per il momento rimangono i concerti, unico ambito in cui si può ancora ascoltare musica davvero. Anche se negli ultimi anni c’è stato un ritorno al vinile, ancora è un fenomeno troppo poco diffuso e consolidato. Quindi sta a noi riappropriarci del piacere della fruizione della musica, non alla tecnologia.

Qual è a tuo giudizio il confine tra indie e mainstream?

Non amo etichettare la musica o catalogarla in alcun genere. I confini non mi interessano.

Cosa pensi del Crowdfunding? Lo ritieni un mezzo veramente utile per i musicisti?

Questa domanda si ricollega perfettamente al discorso che facevo prima. Tra le conseguenze di quella “saturazione” discografica c’è anche il fenomeno della scomparsa della figura del produttore. Ovvero di colui che crede in un artista e nel suo mondo e investe su di lui. Questa affermazione è dimostrata dal fatto che ultimamente si è assistito a un proliferare di etichette indipendenti create dagli stessi musicisti. Il crowdfunding pertanto rappresenta un modo per farsi produrre da chi, magari sui social, ti segue e ti apprezza (da cui l’utilità di avere una pagina con molti like).

Pagina Facebook