Il portale della musica Indie italiana

Parlaci del tuo ultimo lavoro. Cosa ti ha ispirato nella composizione?

L’ispirazione viene da me, cioè dal mio inconscio. È stato come un flusso di pensieri che si è letteralmente disperso negli accordi e testo della canzone, sino a plasmare questo personaggio “L’Eremita Postmoderno”, antieroe della realtà odierna e iperconnessa, caotica e artificiale, ma che in mezzo al suo sentirsi fuori luogo, cerca di evadere dalla sua bolla, dalla sua stanzetta, distruggere il mondo delle proprie paure, provando a trovare la sua nuova dimensione di libera verità.

Quali sono le tue principali influenze?

Le mie influenze musicali potrei definirle come delle radici, ognuna va in una direzione diversa, e si estende da un diverso momento della mia vita. Sicuramente il mio grande amore musicale sono stati i Green Day, che derivano dalla mia adolescenza, ci sarebbero un sacco di storie da raccontare che mi legano a questa band, prima fra tutte l’esperienza, anzi meglio dire il sogno, che mi è capitato nel 2013, di suonare sul palco un brano con loro, ho addirittura dei tatuaggi dedicati a loro sul mio corpo, la loro musica è sempre stata molto influente su di me. Sono un fruitore di musica, sicuramente posso affermare che tutto il filone americano, esterofilo, dal rock, punk rock, al grunge, al pop anni ‘90 e il primo decennio del 2000, ha avuto un forte impatto su di me, e resta oggi una mia principale influenza musicale! Negli anni mi sono aperto a cose anche molto diverse però, ad esempio a proposito di “indie made in italy”, negli ultimi anni ho scoperto che mi piacciono un sacco le canzoni di Vasco Brondi, Le Luci Della Centrale Elettrica, il suo modo di scrivere e le sue atmosfere mi hanno completamente catturato.  Mi piacciono anche molto I Ministri e Verdena, in qualche modo anche loro sono tra le mie influenze, e poi c’è sicuramente qualcosa che pesco dal pop mondiale, la melodia è qualcosa che può determinare se un brano mi piace o non mi piace, è essenziale, mescolata a un buon contenuto.

Come nascono i tuoi brani? 

Solitamente gli ingredienti sono una buona dose di solitudine, una chitarra, la notte, un bloc-notes, e un giro di accordi, ai quali ci arrivo un po’ per caso, a volte poggiando semplicemente le mani sulla chitarra così quasi senza accorgermene. Così arriva la tanto nominata “ispirazione”.
Ultimamente mi sta capitando anche di fare il contrario, lasciare andare giù frasi, flussi di pensieri, che creano un concetto, un’atmosfera, da cui ricavo un giro di accordi… e così via!

In un mondo sempre più incentrato sul web, cosa conta di più tra una pagina Facebook con tanti like o un buon disco?

Da romantico sognatore  ti direi subito “un buon disco”. Ma, il ma c’è e come, contano anche i numeri oggi, e noto sempre più frequentemente, che sul web attirano di più il “pollice”, i contenuti poco impegnati, di poco conto, le cavolate direi tante volte, e questo forse perché noi persone oggi abbiamo  sempre meno voglia di ascoltare contenuti troppo prolissi, c’è quasi  come un deficit dell’attenzione post-moderna potremmo direi { ahah), ma soprattutto siamo bombardati da musica sia esteticamente, che nella sua qualità, sempre ben confezionata. Oggi quasi tutti possono permettersi un’audio di discreta qualità, e c’è un’enorme concorrenza, in cui anche un contenuto ricco, rischia di passare inosservato, di non sorprendere, in mezzo alla moltitudine delle pubblicazioni mediatiche. Secondo me l’unico modo è quello di targettizzare il proprio potenziale pubblico sempre di più, non dare per scontato che basti buttare sul web un brano o un album, e proprio perché ci si è  messo impegno e soldi, il nostro sudore,  adesso quasi “pretendiamo” un interesse della gente. La domanda che dovremmo porci è ” chi è il mio ascoltatore ideale?”, e da qui scegliere solo le persone che potrebbero essere potenzialmente connesse con il nostro contenuto, tramite i loro gusti e personalità, e solo con loro iniziare a condividere la nostra musica. Ecco solo in questo caso avere un buon disco potrebbe portarci a dei risultati e seguaci, e  tanti like, e magari a monetizzare il nostro la nostra proposta artistica. E questo per me non deve escludere un impegno nella vita reale, di creare appuntamenti dal vivo, di vivere esperienze, di entrare in contatto con la gente e diversi ambienti, e saper ben connettere le due realtà, che alla fine sono sfumature di una stessa medesima dimensione secondo me. Però un buon disco resta un buon disco, e per quanto mi riguarda tifo sempre più  per la qualità contro la quantità!

Un aspetto positivo ed uno negativo di fare musica?

Un aspetto positivo di fare musica, è che se senti di fare ciò che ti piace fare, e ti dedichi a farlo, è un’attività indiscutibilmente positiva, prima di tutto per te stesso, e poi “rischia” di esserlo anche per altre persone intorno a te, persone che coinvolgi a suonare con te, persone che magari realmente possono apprezzare la tua musica, usufruirne, insomma può diventare tutto come una contaminazione positiva! L’unico aspetto negativo che mi viene in mente, sono a volte le difficoltà che si possono incontrare in un percorso artistico, porte chiuse in faccia, rendersi conto che mancano le situazioni adatte alla tua proposta, retribuzioni spesso inesistenti o poco adeguate all’impegno messo, situazioni dove il fatto che tu magari ti stai impegnando nel tuo sogno e lavoro non viene preso sul serio, in un mondo a volte cinico e scettico per queste realtà. Insomma gli aspetti negativi, come i positivi ce li danno le persone, e come sappiamo siamo tutti esseri umani diversi, pronti a qualsiasi reazione diversa, non ci possiamo meravigliare che esistono aspetti negativi. L’importante secondo me è non fermarsi, muoversi, contaminarsi, a volte vivere anche le situazioni dove ci si sente fuori luogo, vivere tutto, perché se insisti, insisti davvero nel tuo progetto, potrai scoprire che anche gli aspetti negativi hanno avuto un merito per il tuo risultato.

Credi che un artista debba schierarsi politicamente? Approvi la politica nella musica?

Artista per me è qualcuno che esprime un qualcosa che sente in una rappresentazione che coinvolge la percezione di almeno uno dei nostri sensi. Dico questo perché se qualcuno vuole esprimere nella sua musica un idea politica è liberissimo di farlo, perché è ciò che sente, poi ovviamente la gente potrà o no apprezzare la cosa, perché la politica è un po’ come la musica, ha tanti generi ahah, dipende dai gusti personali. A me personalmente piace molto quando un artista inserisce dei contenuti politici nei suoi testi. Ma ovviamente mi piace solo se sono in linea con la mia idea politica, quindi è tutto veramente relativo. Ma credo che un contenuto politico a volte possa creare una carica emotiva in più, coincidendo col pensiero dell’ascoltatore, magari di rabbia o di frustrazione, di denuncia, ecco voglio dire è qualcosa che è più facilmente condivisibile, che magari un contenuto che parla di qualcosa di tuo, di una tua emozione personale, può avere un ruolo decisivo a coinvolgere e sensibilizzare i giovani si determinati argomenti. Ad esempio prima vi ho nominato i Green Day, beh nella loro carriera a un certo punto si sono aperti a lanciare messaggi sociali e politici, prima parlavano di ansie personali, di botta lanciavano messaggi in favore delle minoranze, e mandavano a quel paese i loro stesso presidente, e vedere tutto questo da adolescente, mi ha letteralmente coinvolto!

Cosa ne pensi dell’attuale music business?

Penso che l’idea di esso oggi venga presa negativamente ormai quasi per clichè, ma credo che sia davvero un sistema complesso e che non sarebbe potuto essere diversamente da quello che è oggi. Con la diffusione del libero web, non si può “cadere dalle nuvole” se oggi fai un disco e non lo vendi nei numeri che vorresti. Non vendono più neanche gli artisti affermati del mainstream musicale, figuriamoci gli artisti che si autoproducono, di un panorama indie indipendente. Penso che dovremmo considerare il  music business un po’ come un linguaggio, e come una lingua è vivo e in costante evoluzione, il music business odierno non è per nulla più quello di 10 anni fa, e non sarà per nulla lo stesso tra 5 anni, e dobbiamo imparare a stare al passo con i tempi, a saperci dialogare, interagirci.

Credi che le nuove tecnologie aiutino il rapporto tra musicisti e pubblico o che abbiano distanziato gli uni dagli altri?

Questo argomento oggi è stra trattato, ma secondo me  non è per nulla facile dare una risposta chiara. Per me la verità qui, o quanto meno le mia opinione, sta nel mezzo, non possiamo dire che la tecnologia oggi sia un qualcosa solo di  negativo, cioè oggi basti pensare alla condivisione di un Link… in un nanosecondo una persona sta già ascoltando la tua canzone, e magari in soli 2 secondi l’ha ricondivisa e altre persone la stanno ascoltando. Questo esempio che ho fatto sarà anche un’azione virtuale, ma porta comunque a una finalità reale  le tue orecchie, la tua mente, le tue emozioni, stanno ascoltando una canzone, anche se essa è arrivata a noi tramite la fredda tecnologia. Secondo me dipende tutto da come si usa questa tecnologia. Negare che faciliti la diffusione della tua musica tra te e  il tuo pubblico, sarebbe da ingenui, ma non deve essere un mezzo che si sostituisce completamente ad altri metodi, come andare a suonare dal vivo la tua musica, interagire di persona con gli altri, esprimendo e raccontando chi sei tu e i tuoi contenuti, con le tua voce, e non solo in una didascalia di un post su Facebook. Non si dovrebbe diventare dipendenti della tecnologia, ma dovrebbe essere usata per quello che è: un accompagnamento alla realtà. Faccio un altro esempio, oggi quanta gente durante un concerto dal vivo prende il telefonino per foto e video?… Direi tantissima, e aggiungerei che è liberissima di farlo, ma se c’è un abuso di questo utilizzo  il tutto dovrebbe farci scaturire una riflessione. Oggi potrai anche passare tutto il tempo a guardare il concerto del tuo artista preferito tramite lo schermo del tuo cellulare, e magari sarai felice perché poi potrai riguardarlo quante volte vuoi a casa, condividerlo sui social , mostrare a tutti “che “c’eri anche tu”, ma se avrai con te la memoria del video che hai fatto, invece non avrai con te il tipo di memoria più essenziale… quella emozionale, del momento, data dai tuoi occhi veri, dai tuoi sensi coinvolti, dalle tue emozioni, senza filtri e barriere, e questo abuso delle tecnologie, sta creando una perdita della memoria emozionale collettiva, e tutto questo dovrebbe farci riflettere. Quindi viva le tecnologie, ma solo se sono usate nei modi giusti e complementari alle esperienze reali.

Qual è a tuo giudizio il confine tra indie e mainstream?

Oggi con il termine Indie, raggruppiamo un vero e proprio carrozzone di artisti, che hanno sfumature e stili musicali veramente diversissimi a volte. Secondo me l’indie più che essere un vero  genere distinguibile, è un termine “comodo”, col quale oggi ti ci puoi ritrovare o etichettare, soprattutto se parti dal basso, dalle autoproduzioni, e ovviamente non sei ancora parte di quello che può essere definito “mainstream”. Ho osservato questa etichetta farsi spavaldamente strada in Italia negli ultimi anni, e se vogliamo definire questo Indie qualcosa che è separato dal mainstream, in Italia non noto poi tutta questa differenza, perché ormai è andato totalmente di moda, ed è già qualcosa   mainstream, l’indie ormai sta dentro San Remo, nei più grandi festival da nord a sud, dentro XFactor, in televisione e sul web, gli artisti portavoce di questo genere sono abbastanza conosciuti da essere considerati mainstream. E non c’è niente di male secondo me, qualsiasi artista alla fine sogna di arrivare a più gente possibile, a patto che sia interessata alla sua musica, il fatto che progredire nel proprio percorso artistico possa essere considerato mainstream, poco importa. Poi una cosa strana è che questo movimento indie oggi nel nostro paese ha un merito paradossale… quello di aver reso di nuovo “fico” il cantautorato in italiano, le canzoni in italiano hanno subito una nuova primavera, e a usufruirne e a incrementarla sono stati soprattutto i giovani. Questo è sorprendente, dopo decenni, di una gioventù che ha usufruito quasi esclusivamente di musica anglo-esterofila,  e lo dico da apprezzatore principalmente di band americane e inglesi, ma è sorprendente vivere tutta questa aria di novità, e soprattutto di libertà, vedere queste nuove forme di linee vocali, di testi, di flussi di pensieri, e contaminazioni, sta diventando una nuova identità del nostro tempo.

Cosa pensi del Crowdfunding? Lo ritieni un mezzo veramente utile per i musicisti?

Una volta ero un pò scettico al riguardo. L’idea che la gente ti potesse regalare del denaro per i tuoi progetti e sogni, sembrava un’utopia. Ma devo dirvi che sto vedendo  in giro sempre più artisti farcela, ad esempio attraverso musicraiser, in meccanismi senza contributi a senso unico, ma dove l’artista offre già dei servizi a chi decide di finanziare la sua musica, e si instaura uno scambio giusto ed equo. Infondo funziona un po’ come una prevendita di un concerto, investi soldi per qualcosa che ancora non c’è, ma che grazie al tuo contributo avverrà. Non ho mai fatto un crowdfunding per la mia musica, ma chi sa magari in un prossimo futuro lo farò!