Il portale della musica Indie italiana

Parlaci del tuo ultimo lavoro. Cosa ti ha ispirato nella composizione?

Il disco “Per l’amor del cielo” nasce principalmente da una riflessione, quasi un’autoanalisi, sulla condizione dell’essere umano. A differenza di ciò che avviene solitamente quando si parla in generale dei problemi dell’uomo, in questo caso i temi trattati riguardano la quotidianità, i rapporti tra persone, l’affrontare la propria giornata dalle cose più banali a quelle più importanti, eventi che a volte diamo per scontato etichettare come superficiali, ma che invece ci condizionano la vita a tal punto da determinare la nostra condizione emotiva, psicologica e fisica.

Quali sono le tue principali influenze?

All’interno della band abbiamo ascolti abbastanza diversi, ci muoviamo attraverso la musica cantautorale italiana, il rock americano anni ’70 e contemporaneo, fino ad arrivare al jazz. Quello che probabilmente si sente maggiormente nella composizione è l’influenza di artisti come Caparezza ed Elio e le storie tese, tanto nei testi quanto nella musica. All’interno degli arrangiamenti invece spaziamo abbastanza, mettendo dentro tutto ciò che è costituito dai nostri ascolti più importanti.

Come nascono i vostri brani?

In genere nascono nel momento in cui a livello concettuale si sente l’esigenza di dire qualcosa, di trattare un argomento o sviluppare un’idea. E’ quasi sempre il testo quindi a farla da padrone, ma spesso la composizione della parte musicale va di pari passo a quest’ultimo. Una volta strutturata l’idea, generalmente si lavora sui brani in sala prove facendo sì che prendano la forma definitiva a livello di arrangiamento.

In un mondo sempre più incentrato sul web, cosa conta di più tra una pagina Facebook con tanti like o un buon disco?

Entrambe le cose hanno la loro importanza e la loro funzione. Purtroppo un buon disco, nel 2019, per quanto possa essere un capolavoro, non troverà mai spazio senza investire sulla giusta visibilità, in un mondo assalito da innumerevoli proposte più o meno buone, per quanto paradossalmente sia molto più semplice ora arrivare a milioni di persone, proprio grazie ai social. Allo stesso tempo, un pessimo disco, per quanto sostenuto dai cosiddetti like, prima o poi verrà smascherato…anche se, purtroppo, non è sempre così…

Ti riconosci nella definizione di artista indie?

Sì, se per indie facciamo riferimento al significato originale dell’espressione, ossia indipendente. Siamo sicuramente artisti indipendenti perché ci muoviamo da anni tramite le nostre forze e piccoli aiuti di addetti ai lavori che ci sostengono (in questo caso della nostra etichetta, dell’ufficio stampa ecc.). Non ci sentiamo invece di appartenere a quello che per “indie” viene configurato come un genere musicale, non tanto perché abbiamo qualcosa in contrario (perlomeno non in tutti i casi), quanto per il fatto di sentirci proprio diversi musicalmente da tutto ciò che gira in radio e live in Italia. Anzi, a dire la verità il nostro obiettivo è proprio quello di cercare di non omologarci producendo comunque musica interessante ed originale.

Cosa ne pensi dell’attuale music business?

E’ un discorso abbastanza legato al precedente. Attualmente il business musicale gira tutto intorno ai grandi artisti, sostenuti dalle major, ai talent, ed in generale a quello che può facilmente generale guadagni. Poi c’è tutta la serie di artisti indie di cui parlavamo prima, che sicuramente è in crescita, trova i suoi spazi ed ha il suo seguito, ma probabilmente anche in questo caso il discorso si rifà sempre ai quei pochi nomi che trovano spazio nelle radio e dal vivo nei festival, o grazie al seguito che sono riusciti ad acquisire negli anni. Tutto ciò che invece riguarda gli emergenti non riesco ad inserirlo in un discorso di business, perché purtroppo si parla sempre di cifre (e soprattutto guadagni) molto bassi.

Credi che le nuove tecnologie aiutino il rapporto tra musicisti e pubblico o che abbiano distanziato gli uni dagli altri?

La tecnologia permette sicuramente di ottenere risultati che fino a qualche anno fa erano impensabili per molti, anche a causa degli alti costi per realizzare una produzione. Attualmente, il fatto di poter registrare un disco spendendo poco, farsi pubblicità grazie ai social ed in generale poter condividere in un istante e con quante più persone possibile la propria produzione, è un grande vantaggio e credo unisca più che distanziare. E’ anche vero che l’ascolto della musica è diventato molto “fast”, di conseguenza un prodotto tende a passare sotto gli occhi (e le orecchie) dell’ascoltatore molto velocemente, magari attirando la sua attenzione, ma venendo comunque scalzato in fretta da qualcos’altro.

Qual è il confine tra indie e mainstream?

Non penso il confine sia così netto, soprattutto oggi che l’indie sta in qualche modo, e con orgoglio, cercando di diventare mainstream. Basti pensare a tutti quegli artisti cosiddetti indie che hanno partecipato al festival di Sanremo. Penso che il confine reale, o almeno quello che dovrebbe essere per definizione, si rifaccia sempre all’aspetto economico della produzione di un’artista. Nel momento in cui l’artista è sostenuto da una major, e non sostiene, o sostiene pochi costi di produzione, non può di certo ritenersi indie.

Cosa pensate del Crowdfunding? Lo ritenete un mezzo veramente utile per i musicisti?

All’interno della band abbiamo opinioni contrastanti a riguardo. Sicuramente il crowdfunding può essere un’ottima soluzione per chi possiede già una fanbase, che consapevolmente può investire a priori sulla produzione dell’artista che sostiene, dandogli fiducia e dando per scontato che il risultato sarà positivo. Questo va ovviamente a vantaggio dell’artista che potrà così permettersi di sostenere i costi di produzione che magari da solo non potrebbe sostenere. Al contrario, qualcuno potrebbe pensare che vendere a priori un prodotto non ancora realizzato non sia un atteggiamento positivo nei confronti dei fans. Ognuno, in definitiva, ha la facoltà di decidere cosa è meglio per il proprio progetto.

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