Il portale della musica Indie italiana

Parlateci del vostro ultimo lavoro. Cosa vi ha ispirato nella composizione?

Marcos: Io ed Emidio ci dividiamo abbastanza naturalmente la parte musicale e la parte lirica e, anche se entrambi ci contaminiamo di volta in volta, io mi sento a mio agio nel parlarti più della musica. In breve, il brano credo sia nato in trenta secondi dopo due mesi o forse tre in cui cercavamo di fare musica non proprio nostra, roba dance, usando Ableton per intenderci. Divertente quanto vuoi, ti apre gli orizzonti di sicuro fare qualcosa di diverso, ma arrivi alla fine e dici “ok, ma non è quello che mi entusiasma”. Un giorno invece scrivo la strumentale di “Gravità” e la mando ad Emidio, che si trovava a Londra. Lui, senza che io sapessi, aveva scritto la sera prima la bozza del testo. Per essere totalmente sincero quindi ho una parola che risponde perfettamente alla tua domanda: frustrazione. Ero frustrato quel giorno e mi mancava quel brivido che sento quando scrivo un pezzo che fila secondo me. Quindi ho scritto un pezzo rock dopo mesi che non lo facevo.

Emidio: Ero a Londra, in un bosco, a fare una piccola cerimonia. Mentre la città festeggiava il Capodanno, io e la mia ragazza cantavamo, soli, tra gli alberi e gli animali, ringraziando. Abbiamo iniziato a riflettere sul concetto relativo di Gravità, di come questa sia più percepibile negli affanni della città, nella schiavitù del proprio carattere e dei propri meccanismi mentali, nel modo fallimentare in cui si continua, ancora oggi, a fare resistenza sociale. Nel bosco percepivamo una gravità diversa. Era presente, si, ma era naturale, ci faceva sentire Esseri Umani, ma simili agli alberi, puro essere. Era un discorso iniziato a Brighton, davanti al mare, e ho scritto questo testo che, inizialmente, si chiamava, appunto, Brighton. Il giorno dopo, quasi contemporaneamente, io carico il testo sul drive per farlo leggere a Maku e lui carica un’idea strumentale da farmi ascoltare. Bella la nostra telepatia, bella la nostra comune passione e il nostro entusiasmo resistente.

Quali sono le vostre principali influenze?

Marcos: Se parliamo di quello che entrambi ascoltiamo andiamo molto fuori strada. Emidio ascolta molta musica etnica, io passo dall’ascoltarmi l’ultimo singolo dei Nothing but Thieves, al gasarmi per una mazurka che passa su Radio Ciao (sono serio, in macchina l’ascolto tantissimo)e infine piango se ascolto la Bossa Nova. Personalmente non saprei darti dei riferimenti a meno che non valga la risposta “tutto”. Con tutto intendo anche un uccellino che fischia e mi da ispirazione per una melodia che poi diventa un pezzo. Sembro pazzo? Succede così nella mia testa. Quindi preferisco che ognuno ci senta quello che vuole nella nostra musica, perché in fondo è proprio così che funziona. Dici che una band assomiglia a questo o a quell’altro artista perché probabilmente stai attingendo al tuo background musicale inconsciamente. Ci sta ed è giusto cosi. Ci mettiamo nel calderone rock, ecco questo si. Ma se parliamo di influenze ecco, alcune linee vocali sono ispirate ai canti degli sciamani che Emidio ascolta. Io mentre scrivevo la strumentale di Gravità avevo in mente Josh Homme (QOTSA) che la suonava, quindi posso dire con certezza che era più un’immagine mentale ad ispirarmi e non la musica.

Emidio: Sii! Ultimamente ascolto solo canti Lakota, Nicola Cruz, Chancha Via Circuito, Musica Medicina e canti di cerimonia, il resto mi annoia. Ascolto anche rock, ovviamente, ma vado alla ricerca di gruppi meno conosciuti, è più divertente e sono meno contaminati da ciò che va. Ascoltiamo quasi tutto, ovviamente, sempre con curiosità costruttiva. Non siamo mai gli stessi, questo periodo è così. Maku mi dice: ascolta questo brano dei Royal Blood. Io lo ascolto un po’, gli dico: “Si! è registrato bene, belle idee”. Poi metto su delle canzoni Inuit (hahah), penso a come vedono la vita e il mondo, al perchè cantano così, e mi arriva una melodia o una frase. Siamo filtri. O antenne.

Come nascono i vostri brani?

Emidio: Posso dirti come sono nate le mie ultime frasi? Da una cerimonia sciamanica, osservando il fuoco. Ecco, altre mentre ero in montagna a guardare in profondità un soffione, o in un bosco a osservare gli alberi, a ringraziare il mare. Anche in città, ma lì devo filtrare bene i giudizi. Per me si tratta di osservare e sentire. In una conversazione con un amico, durante una seduta (è il mio lavoro), in generale, dalle emozioni. Sembra adolescenziale detto così, ma le emozioni sono un dono e sono universali. Quando scrivo devo entrare con o senza paura dentro, altrimenti scrivo letteratura mentale. Credo che anche per Maku sia così. Ha scritto grandi riff dopo momenti in cui si è messo in discussione. Altre volte, come sono nati i primi brani, è la semplice gioia di stare con una chitarra in riva al mare che ci fa improvvisare e creare della musica. La gioia di poter essere lì, insieme, a cantare della vita, a celebrare la musica, l’esser vivi. La musica è stata per noi una scelta, nata dall’aver ascoltato profondamente noi stessi. Quindi Maku mi passa una musica e io ho una ispirazione su una melodia e ho qualche poesia schizzata da trasformare in testo, ci vediamo, Maku cambia un po’ il ritmo della melodia, suggerisce qualche parola meno “intellettualoide”, io suggerisco qualche modifica alla batteria, al basso, meno “pop”… E’ il nostro gioco, ma giochiamo seriamente:  non possiamo farne a meno, è il nostro essere, è un modo di comunicare che ci fa sentire bene, è anche il sogno dei bambini che siamo stati e che saremo sempre. Per citare “i canti degli sciamani” di cui parla Maku (hahah): “como no voy a cantar, si tengo todo para cantar?”

In un mondo sempre più incentrato sul web, cosa conta di più tra una pagina Facebook con tanti like o un buon disco?

Marcos: Dipende tutto dal potere che dai al web. Non è il mondo reale ma sicuramente permette di farti conoscere. Usarlo con equilibrio sarebbe la cosa giusta da fare, quindi arrivare ad avere tanti like può essere anche positivo se hai della sostanza sotto. Farti un podio tra cosa conta di più e cosa conta di meno è un po’ semplicistico. Diciamo che prima pensi a fare bella musica, o almeno una cosa che ti faccia sentire felice di quello che stai facendo. Dopo puoi iniziare a chiedere alla cugina di terzo grado se invita tutti i suoi amici a mettere like. Comunque sia se non si dovessero usare tutti sti social staremmo benissimo eh…la cosa che veramente non sopporto è che molti finiscono per avere una sorta di dipendenza da approvazione. A noi piace la nostra musica, ci divertiamo cosi e poi se piace ad altri ben venga ci divertiamo in più persone. Non entriamo in paranoia se non abbiamo 15k like ad ogni foto, ma sappiamo che oggi è un modo per promuoversi. Tutto qui.

Vi riconoscete nella definizione di artisti indie?

Marcos: Abbiamo smesso di pensare a queste pippe alcuni anni fa. Facciamo musica da camera infatti, per questa intervista, per la prossima forse faremo Crossover (tipo i P.O.D.).

Emidio: Non voglio fare il solito strambo, ma davvero vado nei boschi anche per cercare di vomitare, letteralmente, tutte le etichette che mi si appiccicano addosso e mi intrappolano in un ruolo, anche se per ego o pigrizia sono comode. Però si, razionalmente sarò indie(pendente), finchè mi toccherà lavorare per pagare di tasca mia la musica che produco, e finchè rimarrò indipendente dallo scrivere ciò che la società di massa decide che “va”. L’ha detto Maku, ci abbiamo provato, non abbiamo scritto di località turistiche di massa al mare, ma abbiamo provato a scrivere ItPop o come lo chiamano, dance, elettro funk, queste cose, per giocare, sperimentare. E ci siamo messi a ridere. Erano anche carine, ma non eravamo noi.

Cosa ne pensate dell’attuale music business?

Emidio: Non lo so, davvero. Sono estraneo a tutto questo, non mi interessa. La musica è il mezzo con cui comunico. Osservo artisti sputtanarsi per due soldi, è una loro scelta. Devo essere onesto? Non ascolto indie italiano da quando è finita l’ondata “impegnata” di Teatro degli Orrori, Giorgio Canali, i primi Ministri, i primi Zen, etc. Gli anni d’oro al Circolo degli Artisti, nei club, dove si provava ancora a proporre l’ultima cultura resistente a pagamento. Se devo ascoltare bugiardini in rima preferisco ascoltare un canto di gratitudine all’acqua. Ma anche oggi, forse non ci riuscirei, non credo che questa società si possa cambiare parlando con rabbia, ce n’è già troppa. Ho visto altre cose, un mondo diverso, mi ha cambiato. E per quanto riguarda il business: siamo in questa società. Se vuoi far soldi devi stare alle sue regole. Fin quando posso, sogno e cerco di attuare una società migliore, in cui posso parlare di psicologia, emozioni, spiritualità e aiutare, confortare, sostenere. Fin quando posso, resto partigiano della mia etica. Se dovrò continuare a lavorare per poter fare musica così, va bene. Non guardo la tv, non ho mai visto un talent, non ascolto la radio. So solo che ciò che va in una società malata è malato, credo e applico il baratto come alternativa all’economia dominante, credo negli umanisti e non mi fido degli economisti, non credo nel concetto di maggioranza. Mi ha sempre incuriosito il pensiero della minoranza, ma il mio è carattere.

Credete che le nuove tecnologie aiutino il rapporto tra musicisti e pubblico o che abbiano distanziato gli uni dagli altri?

Marcos: Dipende l’uso che ne fai. Insomma oggi siamo qui a scrivere queste riposte anche grazie a queste tecnologie ovvio. Però la cosa che si dovrebbe evitare è che l’esperienza inizi e finisca davanti a un computer. Noi suoniamo, scriviamo, ci promuoviamo grazie a un pc ma alla fine si fa tutto per sputare un po’ di sangue sul palco. Le tecnologie possono avvicinare pubblico e artisti, ma il rapporto dal vivo non può essere ignorato in questo contesto.

Emidio: come quando mi chiedono di fare una seduta via Skype: si, possiamo farla, ma non è assolutamente la stessa cosa. Ha la metà del potere. Jim Morrison che scrive frasi su fb. Dai, non è la stessa cosa. Ma oggi è così, e se vuoi dire: “Essere è saper stare mentre tutto scorre”, sperando che sia di ispirazione costruttiva per qualcuno, devi per forza usare fb per arrivare. Stiamo perdendo la curiosità.

Qual è a vostro giudizio il confine tra indie e mainstream?

Marcos: Nel momento in cui le tue canzoni iniziano a gonfiarti il conto in banca e puoi lasciare il lavoro che facevi per mantenere la tua passione. Semplice. C’è tanta musica pop che ammicca a voler essere il tormentone estivo e rimane nella mediocrità, quindi rimane finanziato da te e dalla cugina di terzo grado. Sei perciò indie. Poi magari vedi gli Afterhours che vanno su Canale 5. Sono Mainstream. Ha poco a che fare con la musica questa etichetta che vogliamo sempre dare, secondo me. Per parlare di musica, di generi e di contaminazioni varie tra stili, non bastano due righe.

Emidio: l’indie, per etimologia, non dipende finanziariamente. Per me l’indie è, dunque, nei club, i pochissimi rimasti, e non se lo caga nessuno. E non parlo dei localoni. Lì ci sono ancora alcuni gruppi da paura che non beccano i soldi e lottano per avere la cena pagata. Lavorano per pagarsi il diritto alla musica. A loro non interessa compiacere “sotto al sole”, o forse ad alcuni si. A me piacciono le cose nascoste, per pochi. Anche questo è carattere. E per questo è importante che io e Maku abbiamo l’ultima parola su ciò che ha musicato o scritto l’altro, ci completiamo. Per Maku un Pop fatto bene è bene, per me il Pop, in questa maggioranza salviniana, è fallimento. Hahahah ci rido su, in verità, l’importante è che ognuno abbia diritto alla musica che lo fa emozionare. Viva la diversità, dunque, diamo la possibilità anche ai gruppi che meritano e che non hanno voce, sforziamoci di essere curiosi e smettete di chiamare quei gruppi che passano anche in palestra indie, per piacere. Hahah.

Cosa pensate del Crowdfunding? Lo ritenete un mezzo veramente utile per i musicisti?

Emidio: Proprio per ciò che ho appena detto è importante. Perchè sono “indie”, non hanno soldi, non hanno mezzi, ma hanno voglia di farsi sentire, di lasciare qualcosa, di avere un’occasione, una possibilità. Hanno fame. Mio padre me lo ripete sempre. Cerco di sostenere sempre progetti in crowdfunding che secondo me valgono. Vorrei che tutti avessero lo stesso diritto di essere ascoltati, soprattutto chi non ha potere economico. So cosa significa. E spesso, i progetti più validi, e non parlo solo di musica, sono in crowdfunding. Ecovillaggi, festival, documentari, progetti ambientali, ricerca, stili di vita alternativi alla società dominante che, come avrete capito, non condivido. Purtroppo chi ha il denaro, dunque, ahimè, il potere, quasi sempre, canta canzoncine, investe sul petrolio, fa campagna elettorale e non caccia un soldo per cambiare lo stato delle cose. Voglio avere l’illusione che donando anche poco, posso dare potere economico a chi ha idee valide, perchè so che altri, come me, lo stanno già facendo.

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