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Parlaci del tuo ultimo lavoro “Indiani e Cowboy” con Rick Del Castillo. Cosa ti ha ispirato nella composizione?

I brani sono nati negli ultimi 2 anni e vedevo che avevano come minimo comun denominatore il confronto tra il bene e il male e i contrasti in generale. Così mi è venuto in mente l’idea del titolo che è emblematico. Le figure degli indiani e dei cowboy incarnano bene quel conflitto. In più si lega alla storia degli Stati Uniti. Paolo Pagetti, un amico della Riverdale Production mi ha parlato di questo produttore americano e da lì è nata la collaborazione. Questo disco è nato “tra la via Emilia e il Texas”, perché è stato registrato ad Austin.

Hai notato differenze tra il modus operandi di un professionista come Del Castillo rispetto ad altri produttori con cui hai lavorato in passato?

Sono due mondi abbastanza lontani. Io ho sempre lavorato in Italia, anche con i MCR, quando abbiamo avuto un’esperienza in Irlanda, era in realtà comunque un entourage italiano in Irlanda, quindi il modo di lavorare era quello di sempre. In questo caso c’è una produzione americana. La differenza maggiore è il modo in cui si approcciano ai pezzi. Si concentrano molto sul feel, sulla spontaneità del musicista. In Italia si cerca sempre una certa perfezione che non serve, soprattutto in certi generi. In America non le cagano queste cose. Ho visto gente dedicata all’amore della musica così com’è. E si preserva l’emozione del suonare, anche di fronte a determinate imperfezioni. Anno un livello tecnico elevato che forse gli permette di approcciare il lavoro come fanno. L’obiettivo è emozionare chi sta ascoltando.

La copertina è molto significativa. Da dove nasce l’idea del bacio tra un indiano e un cowboy?

L’ispirazione me l’ha data il famoso murales diffuso all’uscita del nostro nuovo meraviglioso governo. Quello mi ha ispirato l’idea di fare qualcosa di simile e che comunicasse che il bene il male sono legati. Non capiremmo cos’è il bene, se non avessimo anche il male. Faremmo fatica a distinguerli se non ci fossero entrambi.

Quali sono i cambiamenti che hai notato da quando hai iniziato ad oggi?

E’ tutto cambiato drasticamente. Oggi tutti possono fare musica e registrare canzoni. Oggi registri in camera tua con un pc e puoi trovare una distribuzione indipendente via web. Da una parte è una cosa positiva e dall’altra è negativa perché si rischia di inflazionare un mercato già saturo e a volte con delle cose improponibili. E’ cambiato anche il modo di fruire la musica. Oggi non c’è più il concetto di pagare la musica perché l’idea è che sia gratis. Siamo disposti a pagare cifre abnormi per assistere ai live di artisti stranieri, che sono bravissimi ma non sempre siamo pronti a sovvenzionare la musica di artisti più piccoli. Il lato positivo è che oggi è più semplice avvicinare il pubblico, cosa che ho sempre cercato di fare. Così come è successo con i 550 sostenitori della nostra campagna crowdfunding, che sono le persone che, per me, hanno dato vita al disco esattamente come noi che lo abbiamo suonato e inciso.

Credi che il pubblico abbia subito l’influenza della produzione di tutti questi contenuti?

Non credo sia stato influenzato negativamente ma oggi si satura una situazione in cui si fa fatica a capire cosa seguire e cosa lasciar perdere. La mia paura è che si vada verso un mercato della mediocrità.

Come vivi il rapporto social?

Confesso che sono la persona meno social del mondo. Ho delle persone che curano le mie pagine perché non ho quella capacità. A me piace rispondere direttamente a chi è interessato al mio lavoro, restare in contatto con chiunque abbia una domanda da rivolgermi.

Ti ritieni un artista indie e soprattutto, cosa ne pensi della nuova corrente indie?

Non la seguo ma oggi non ha più senso la definizione. In un settore dove tutto è indipendente, niente lo è più. Cos’è indie? Se si cerca di identificare un modo di scrivere non voglio farne parte e non ne ho mai fatto parte. Se oggi si pensa a come si produce la musica oggi, allora è tutto indie. Non esiste un mercato discografico, non esiste il concetto di etichetta che c’era in passato. Persino le Major oggi sono “indie”.

Vuoi parlarci della tua esperienza con il Crowdfunding?

La vedo come una cosa solo positiva. Alcuni artisti vogliono restare chiusi e preservare il loro spazio, invece io sono fatto al contrario. E’ un mezzo fatto per gente che vuole coinvolgere altre persone e porta anche lavoro in più, ma è una cosa che mi appassiona tantissimo. A me viene da pensare alle persone che ricevono i nostri pacchi, a chi sono, a che effetto farà ricevere il packaging. Avrei voluto averlo con i miei artisti preferiti.

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