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Parlaci del tuo ultimo lavoro. Cosa ti ha ispirato nella composizione?

Bosco è il riassunto di tre anni di vicissitudini post-adolescenziali in circa 33 minuti. Si parla di precarietà, sia emotiva che legata alle proprie attività ed abitudini. Più che trarre ispirazione dal mio vissuto, potrei dire che l’intero album è stato, nel suo processo di creazione, una valvola di sfogo.

Quali sono le tue principali influenze?

A livello di suoni penso abbia influito moltissimo Robyn, mia guida spirituale made in Svezia. A livello autorale, il mio imprinting cantautorale è legato a Brunori SAS e Maria Antonietta.

Come nascono i tuoi brani?

I brani scritti ad oggi parlano di mie esperienze, solitamente quando mi metto al pianoforte, per comporre, so già di cosa sto per parlare. Dopo essermi seduto al piano, accendo il registratore e suono degli accordi precedentemente pensati, inizio a fare freestyle, come i rapper. Da lì, di solito, escono già subito frasi su cui si può lavorare. Ogni volta che riesco a dare vita qualcosa su cui valga la pena di lavorare, lo ricanto, lo registro nuovamente fino a costruirci sopra un’intera canzone. Da lì, solitamente dopo diverso tempo, parte tutta la produzione “digitale”.

In un mondo sempre più incentrato sul web, cosa conta di più tra una pagina Facebook con tanti like o un buon disco?

La comunicazione è vitale per un progetto, il modo in cui gli artisti si rapportano a internet mi ha spinto, in tempi recenti e insieme a motivazioni più radicate, a iscrivermi a Scienze della comunicazione. Una pagina Facebook con tanti like è un veicolo importante nel momento in cui i tuoi contenuti hanno un valore, offrono interattività e qualità, dunque direi che è più importante, talvolta, avere un disco che valga la pena di essere ascoltato, il resto verrà da sé.

Un aspetto positivo ed uno negativo del fare musica?

Potrei dire che un aspetto positivo del fare, del generare musica è proprio il modo in cui tutto può trovare pace, o quantomeno calma, se trasformato in canzone. È la mia valvola di sfogo per eccellenza. Un lato negativo del fare musica, invece, è il senso di colpa che provo quando mi rendo conto che la musica coesiste con altre attività e, a volte, si ritrova schiacciata tra un impegno e l’altro (parlo sempre del lato compositivo e di produzione, dato che in questo periodo, gioiosamente, gli impegni sono perlopiù musicali).

Credi che un artista debba schierarsi politicamente?/Approvi la politica nella musica?

Non è sempre detto che un artista sia formato al punto giusto da poter fare una corretta informazione politica. Una persona dovrebbe, generalmente, parlare quando è informata. In quel caso sì, approvo la politica nella musica se vuole ispirare, dare un messaggio, fare riflettere.

Cosa ne pensi dell’attuale music business?

Ho la netta impressione che in qualche modo ci sia spazio per ogni artista e questo è un grande traguardo. Lo spazio è sempre esistito probabilmente, ma è una questione di sapersi muovere e i giovani artisti e le giovani artiste ora hanno un’idea più chiara di come nuotare all’interno di un contesto artistico, probabilmente anche grazie a Facebook e Instagram.

Credi che le nuove tecnologie aiutino il rapporto tra musicisti e pubblico o che abbiano distanziato gli uni dagli altri?

In realtà entrambe le cose. Attraverso i social, si possono scoprire un sacco di artisti e artiste interessanti, ma come dicevo prima, sta tutto a loro e a qualche algoritmo che non dipende da nessuno. Quanto al distanziare, dipende. Ci sono tanti tipi di artisti e tanti tipi di ascoltatori: alcuni cercano il contatto reale, vanno ai concerti e alle iniziative a cui gli artisti danno vita, altri magari alimentano scene musicali minori e aspettano che il cantautore di turno faccia tappa dalle proprie parti. La distanza si accorcia o allunga da entrambi i lati. In ogni caso, sto scoprendo proprio in questo periodo quanto sia bello accorciare le distanze, riempie il cuore.

Qual è a tuo giudizio il confine tra indie e mainstream?

In realtà non lo so più. Devo riprogrammarmi per questa risposta. In ogni caso, il “mainstream” è una sorta di punto di arrivo per diversi artisti. Una persona dovrebbe pensare solo alla propria musica, il resto viene dopo (e se arriva, non bisogna assolutamente vergognarsene).

Cosa pensi del Crowdfunding? Lo ritieni un mezzo veramente utile per i musicisti?

È un mezzo senz’altro utile. Al mio compleanno volevo fare una raccolta fondi per cambiare il divano di casa, ma i miei amici me l’hanno formalmente impedito. Dipende tutto, in queste situazioni, da come il Crowfunding è gestito. Sinceramente non ne so molto ed è qualcosa a cui ho pensato in tempi lontani da questi. Alla fine il divano l’ho trovato su Shpock.

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