Il portale della musica Indie italiana

1.Parlateci del vostro ultimo lavoro. Cosa vi ha ispirato nella composizione?

Matteo: In linea generale i testi sono stati ispirati semplicemente da tutte le cose che ci sono capitate negli ultimi mesi. A livello di sound volevamo dare un taglio più elettronico pur mantenendo uno stile simile a quello di “Mistico”, con un  giro di chitarra caldo e intrigante.

2.Quali sono le vostre principali influenze?

Matteo: Sicuramente ci sono molti gruppi brit pop e tanti altri della scena musicale oltre oceano che ci hanno ispirato e continuano ancora oggi ad ispirarci. Resta comunque il fatto che in questo momento stiamo puntando a cercare nuove sonorità che ci facciano riconoscere il più possibile da tutti.

3.Come nascono i vostri brani?

Matteo: I nostri brani nascono praticamente in ogni momento: in genere soprattutto quando siamo in compagnia di amici magari al parco o durante una serata in giro per la città o addirittura alle quattro di notte magari davanti a una calda tisana, oppure fumando una sigaretta in giardino.

4.In un mondo sempre più incentrato sul web, cosa conta di più tra una pagina Facebook con tanti like o un buon disco?

Antonio: Questa è un’ottima domanda. Se dovessimo parlare dal punto di vista strettamente artistico non c’è alcun dubbio che la canzone, il disco, o comunque il “prodotto musicale”, dovrebbe essere il primo punto di riferimento di chi fa musica. Resta il fatto che anche prima dell’avvento di internet e dei social network l’aspetto estetico / mondano è sempre stato preso in considerazione dagli artisti, chi più chi meno. Oggi forse è semplicemente più alla portata di tutti: prima era necessario passare tramite canali media come radio, tv o magazine, oggi basta un account Instagram o Facebook per fa parlare di se. Non si giudica un libro dalla copertina quindi? Direi “ni”, nel senso che la propria musica è il punto nevralgico di un artista però alla fine conta molto anche l’immagine. A nessuno piace una brutta copertina di un disco, un look raffazzonato o peggio ancora lasciare tutto completamente al caso.

5.Vi riconoscete nella definizione di artisti indie?

Matteo: Si e no, diciamo che ci piace molto questo nuovo fenomeno indie, quasi come un’ondata di freschezza, però in parallelo vogliamo conservare lo spirito e il sound Baryonyx. Ci piacerebbe il più possibile essere noi stessi e cercare di raccontare alle persone che ci ascoltano un pezzo della nostra storia.

6.Cosa ne pensate dell’attuale music business?

Antonio: Il mondo della discografia attualmente è piuttosto complicato. Ci sono le grandi major che di fatto controllano tutto il mercato non lasciando spazio agli indipendenti, soprattutto gli emergenti, ai quali non restano che le briciole. In altre parole pochissima offerta per lo stesso tipo di musica prodotta quasi in serie e tanta, forse troppa offerta nel settore underground e indipendente. Questo squilibrio a mio avviso non durerà in eterno: questa nuova ondata indie e un po’ anche l’avvento di internet hanno sparigliato le carte. Personalmente ho sempre preferito la musica underground o comunque poco “mainstream” quindi mi auguro vivamente che tutti quelli come noi che vivono questo mondo possano avere nuove chance.

7.Credete che le nuove tecnologie aiutino il rapporto tra musicisti e pubblico o che abbiano distanziato gli uni dagli altri?

Antonio: Devo dire che inizialmente ero molto scettico sull’affidare gran parte della comunicazione a internet ma mi sono dovuto ricredere. Ecco forse devolvere al 100% tutte le risorse allo streaming e al digitale sarebbe eccessivo e controproducente ma in linea generale devo dire che questi mezzi avvicinano moltissimo il pubblico agli artisti. Bisogna sbattersi parecchio per coinvolgere sempre nuove persone, specialmente alla luce degli algoritmi dei social network che di fatto bloccano la visione dei post ai propri follower. Su noi stessi comunque stiamo sperimentando una bella fase grazie all’aiuto di Spotify e Instagram: sono diventati i nostri punti di riferimento principali. Ad ogni modo vogliamo ancora affidare una buona fetta della nostra comunicazione a radio, tv e magazine perché crediamo che ancora oggi siano gli unici mezzi in grado di farsi conoscere velocemente ed efficacemente.

8.Qual è a vostro giudizio il confine tra indie e mainstream?

Antonio: Bisogna vedere cosa si intende per mainstream e per indie. C’è chi definirebbe “mainstream” un prodotto utile solo ad incassare o comunque a vendere e chi invece lo considera solo un sinonimo di “divulgazione di massa”. Forse secondo me la giusta definizione di fatto sta un po’ nel mezzo. Parliamoci chiaro, un artista che non ha nessun ritorno economico dal suo lavoro alla lunga sarà costretto a smettere: non si deve certamente pensare solo ai soldi ma alla fine anche quelli contano. Stessa cosa per il concetto di indie. Quando ero un adolescente se mi parlavano di “indie” pensavo all’underground pop rock, al brit pop, al pop punk, insomma a tutto ciò che era appunto “indipendente” dalla logica della musica di massa passata in radio e in tv. Oggi in Italia non si parla semplicemente di indie ma di “indie-italiano”: si è creato proprio un fenomeno che io descrivo sempre come una nuova fase cantautoriale della nostra musica, un “cantautorato 2.0”. Non è facile trovare una linea di confine quindi tra questi due concetti perché ad esempio se un brano indie senza l’appoggio di alcuna etichetta di rilievo, dovesse sfondare a livello popolare diventando virale, sarebbe impossibile non definirlo “mainstream”; allo stesso tempo però non lo si potrebbe neanche definire più underground. L’unica linea di confine vera a mio avviso resta la voglia di fare un prodotto secondo le proprie regole, senza voler scendere a patti con nessuno, specialmente se si parla di regole imposte da etichette o mass media. Questo è veramente essere indie o, come si diceva un tempo, underground.

9.Cosa pensate del Crowdfunding? Lo ritenete un mezzo veramente utile per i musicisti?

Antonio: Ci è stato proposto qualche volta di lanciare una campagna di crowdfunding, facendo così che i nostri stessi fan diventassero anche nostri finanziatori, ma abbiamo sempre poi lasciato perdere.  A mio avviso il crowdfunding è un metodo di finanziamento poco diffuso nel nostro Paese, c’è sempre un po’ di diffidenza per chi dall’altra parte dovrebbe investire qualcosa in un prodotto di fatto incerto. Ovviamente questo lo dico non in modo offensivo ma come un discorso più dal punto di vista culturale.  Se un musicista o in generale un giovane con un’idea da voler sviluppare riesce a mettere in campo una buona strategia di marketing e comunicazione allora può avere anche una possibilità di poter ottenere un finanziamento tramite il crowdfunding. In definitiva quindi suggerirei a chi parte da zero o comunque non ha un seguito considerevole nel mondo reale di pubblico/clienti di non buttarsi in campagne di crowdfunding in quanto sarebbero dispendiose e altamente rischiose: infatti a seconda della piattaforma in caso di mancato obbiettivo si rischia di perdere tutto ciò che si era faticosamente accumulato. Chi dispone di un buon seguito può farci un pensiero ma a mio avviso si fa prima a vendere merchandise o, banalmente, i dischi ai concerti.

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