Il portale della musica Indie italiana

Parlateci del vostro ultimo lavoro. Cosa vi ha ispirato nella composizione?

L’interno dell’animo, delle sensazioni ed emozioni umane. “Eden Mot.hell” non è propriamente un concept, ma è collegato da questo filo che cerca di arrivare all’inizio della matassa per capire un po’ più noi stessi e quello che ci circonda. Ogni camera di questo criptico “motel” rappresenta una sfumatura della condizione umana, infatti, ogni canzone è diversa, si potrebbe dire “a tema”.

Quali sono le vostre principali influenze?

Probabilmente quello che ci accomuna di più sono il blues (non necessariamente inteso come genere), le sperimentazioni, il groove e la psichedelia, ci piacciono i tripponi. Ognuno poi ascolta di tutto, dal funk all’elettronica, dal punk al jazz.

Come nascono i vostri brani?

Fatta esclusione per l’ep “Green Skin Blue Bones” autoprodotto interamente da me (Cris,chitarra/voce), “Eden Mot.hell” è nato da jam e giretti improvvisati rielaborati con il tempo dalla band e dal nostro producer di fiducia Matteo Cusinato. Solitamente tutto parte da un riff, da un beat, da un suono che fa da colonna sonora a un’immagine o una serie di pensieri. A volte arriva prima il testo, poi la musica, a volte il contrario. Quando c’è l’incastro perfetto siamo già a buon punto, poi c’è la composizione, che spesso facciamo ascoltando, rielaborando e sperimentando come degli alchimisti.

In un mondo sempre più incentrato sul web, cosa conta di più tra una pagina Facebook con tanti like o un buon disco?

Di base ci vuole sicuramente un buon disco, successivamente una buona promozione e fan base. Puoi creare il disco del secolo, ma se esce dallo studio senza che nessuno lo sappia, nessuno ne può godere. I “like”, nello specifico, non sempre sono sinonimo di qualità, ma servono per farsi un’idea di un’audience ed avere un contatto più o meno diretto. Chiaramente si intendono like di gente vera, che segue la band attivamente. I bot o quelli comprati solo per una questione estetica rispecchiano il tipo di prodotto, ovvero, finto. Per essere musicisti onesti la musica deve essere il principio, i social il mezzo.

Vi riconoscete nella definizione di artisti indie?

Se si intende “indie” nell’accezione originale internazionale direi di sì. Fin dal principio ci siamo autoprodotti, dal disco, ai video, dal booking ai live, alle promozioni. Recentemente abbiamo dei collaboratori che ci aiutano a fare le cose fatte per bene. Per quanto riguarda i contenuti artistici siamo padroni e schiavi di noi stessi, e siamo molto felici e di questo.

Cosa ne pensate dell’attuale music business?

Che c’è un po’ di caos. In Italia sembra ci sia un’oligarchia che è riuscita a far cambiare le percezioni del pubblico. Se un tempo c’era Sanremo ora ci sono i talent, la pecca è che se un tempo si rischiava per creare un’identità nazionale, seppur con le sue pecche e prendendo spunto dal resto del mondo, ora sembra ci si accontenti di cantanti esteticamente in linea con il mercato, da usare e buttare appena cambia stagione. Il music business, data la parola è mero mercato, ed è sempre stato così, la gente ci campa, da una parte e dall’altra. Purtroppo, ora pare che per lavorare nel campo della musica non sia più richiesto saperne o avere una certa sensibilità in materia. Credo sia l’innaturale evoluzione del passato. A tal proposito, sarebbe curioso evocare e chiedere a Tenco un’opinione sul passato e sul presente.

Credete che le nuove tecnologie aiutino il rapporto tra musicisti e pubblico o che abbiano distanziato gli uni dagli altri?

Anche questa è una domanda a due facce. Il rapporto si è avvicinato se intendiamo l’ascolto a portata di app, il download immediato del nuovo disco o il “farsi i cazzi altrui”, vedi storie Instagram che sono finalizzate a mostrare il dietro le quinte della vita dell’artista, che per molti casi sono semplicemente un altro palco. Idem per le interazioni, “oddio, ha risposto al mio commento!” (anche se spesso non è nemmeno l’artista a rispondere). In senso puramente mediatico c’è avvicinamento, prima i tempi erano più dilatati, si provava a mandare lettere piene di sogni allegati a un demo registrato male, e chissà se sarebbe mai arrivato nelle giuste mani. Si lavorava molto di fantasia, con un velato romanticismo, pensa a quando andavi nel negozio di dischi e non trovavi la copia di quello che cercavi, bisognava ordinare, aspettare, tornare, pagare e scartare con l’acquolina ai timpani. Dall’altra parte, i mondi si sono distanziati a livello di contatto umano. L’ascolto è più immediato e immediato è anche il passare oltre, se chiedi il pensiero altrui rispondono con una storia Instagram (vedi i dissing tra i rapper, al limite del grottesco). Ricordo un’adolescenza in sella al motorino e via in gruppo a macinare chilometri per un live, con l’ansia di arrivare in tempo. Se non potevi andare ti mangiavi le mani a sentire i racconti presi bene di chi c’era stato. Non era replicabile, non c’erano dirette social, forse ci si muoveva di più. Ora la comodità del divano è il primo grande ostacolo. Chiaramente parlo della media, ai concerti “grossi” c’è ancora la fotta di farsi delle gran file per vedere un’esibizione.. e fortunatamente c’è chi compra ancora musica “fisica”: dischi e vinili.. e cassette!

Qual è a vostro giudizio il confine tra indie e mainstream?

Tornando a ciò che è stato detto sopra, l’ “indie” è avere la paternità e il controllo della propria opera intellettuale. Essere indipendenti da scelte altrui, accogliere consigli e direzioni, ma permettersi anche di rischiare e pensare con la propria testa. Ci sono artisti con i controcazzi che sebbene fossero nel circuito “mainstream” si sono sempre distinti per l’originalità, appunto per questa “indie-pendenza”. Il “mainstream” lo vedo come un seguire la corrente sicura, il genere che va abbomba, con il risultato di essere una copia banale della copia scadente, così non c’è progresso, solo un adattamento. In tal senso, anche essere punk può essere mainstream.

Cosa pensate del Crowdfunding? Lo ritenete un mezzo veramente utile per i musicisti?

Decisamente, se dall’alto dei palazzi discografici non si investe più sui musicisti, sono i fan, i supporters diretti a finanziare l’opera, perché credono nelle potenzialità artistiche, in qualche modo, anche se per poche decine di euro, rischiano. Facendo così, i musicisti sono anche più stimolati a produrre qualcosa di buono, si sentono in dovere di ricambiare il supporto dei fan, che siano amici, parenti o sconosciuti. Ecco, forse il crowdfunding appartiene alla categoria delle tecnologie che avvicinano molto pubblico e artisti, togliendo di mezzo le regole sbilenche del music business.