Il portale della musica Indie italiana

1 – In un mondo sempre più incentrato sul web, cosa conta di più tra una pagina Facebook con tanti like o un buon disco?

Un buon disco, ma è il mio parere che non conta. Una pagina con tanti Like crea subito attenzione, anche se i Like sono comprati, succede che la gente si impressiona e magari gli addetti ci investono e ascoltano il disco con una predisposizione diversa, poi se il disco non va bene si rifà ma l’unica speranza che un artista ha per emergere è riuscire a rubare l’attenzione di qualcuno.Questa è la strada giusta, io ovviamente ho preso l’altra.

2 – Un aspetto positivo ed uno negativo del fare musica?

Se non sei famoso, sembri scemo soprattutto dopo una certa età. Il lato negativo è che è davvero dura, io sono una piccola realtà e c’ho messo vent’anni a trovare un equilibrio tra album, social e tour in giro per l’Italia, con cui riesco incredibilmente a campare ma è un equilibrio che potrebbe sparire da un momento all’altro. Ma non posso negare che sia una cosa meravigliosa andare in giro e farmi pagare per parlare dei fatti miei. Poi, per me che prima di tutto scrivo per esigenza personale, il lato positivo è abbastanza evidente: la musica in un primo momento mi ha guarito, intendo proprio a livello psicologico: da ragazzino ero iperattivo, avevo disturbi dell’attenzione e una serie di Tic, quando ho iniziato a fare musica e ad esibirmi dal vivo sono spariti. La musica mi ha fatto da terapia, da amica nei momenti di solitudine e poi in un secondo momento mi ha paradossalmente insegnato a stare al mondo perché è passata da essere un bisogno/sfogo ad un lavoro vero all’interno del quale ho recuperato anche una gran parte della vita pratica da cui ero fuggito sentendomi inadeguato. Nelle mie canzoni racconto tutta questa storia, ricordandomi puntualmente di ringraziare la musica. Racconto le mie stranezze, quelle delle altre persone più o meno come me ma anche le contraddizioni del resto del mondo che spesso tende a metterci all’angolo ma forse è più pazzo di noi.

3 – Credi che un artista debba schierarsi politicamente?/Approvi la politica nella musica?

Assolutamente si, però non penso che chi non lo faccia sbagli sempre. Ci sono secondo me due tipi di cantanti: quelli che cantano e quelli che dicono cose. I primi, secondo me, possono andare ai Talent senza sentirsi in colpa, possono indossare qualsiasi brand senza sapere il perché, possono suonare alle feste dei partiti che non votano, perché fondamentalmente sono voci o, se scrivono anche, penne e basta. Quelli della seconda categoria invece sono quelli che una volta chiamavano cantautori, o alternativi , o indie, prima che sputtanassero tutte queste belle definizioni. Si tratta dell’ultima cellula della resistenza, gli ultimi discendenti della famiglia degli intellettuali, dei poeti, dei liberi pensatori in generale.
Questi qui hanno proprio la responsabilità di esprimersi, di guardarsi intorno e analizzare quello che li circonda ma anche quello che c’è al loro interno. Questo per me è il vero impegno politico: non necessariamente identificarsi in uno partito (anche perché oggi come oggi neanche molti politici si identificano nel partito di cui fanno parte) ma semplicemente portare avanti un pensiero strutturato all’interno delle proprie opere, che sfoci in una corrente, in una sottocultura o semplicemente in un punto di vista sulla realtà diverso da quello dominante.

4 – Cosa ne pensi dell’attuale music business?

Non ne so molto di economia però a me la cosa che da fastidio è che mi pare che si tenda sempre un po’ troppo ad andare sul sicuro: se un prodotto funziona deve essere replicato, imitato, clonato fino alla saturazione totale. Forse è un problema del mondo intero ma guardando fuori vedo ancora un briciolo di varietà nell’offerta, invece qui c’è ancora un’omologazione sfrenata, anche quando esce qualcosa di veramente nuovo nel giro di pochi mesi diventa uno standard imposto come modello da imitare sia dall’alto dei media e delle case discografiche sia dal basso di quelli artisti che vorrebbero il successo prima ancora di capire cosa vogliono essere. D’altronde il cervello cerca sicurezze, l’ascoltatore ha già tanti problemi nella propria vita e la musica spesso gli fa da confort zone e quindi anche psicologicamente se una cosa che somiglia a un’altra non c’è il rischio che la gente si perda. Un amico una volta mentre discutevamo sull’argomento mi ha fatto notare quanto anche le macchine o i telefoni rispetto a molti anni fa siano tutte uguali, insomma sono tempi di crisi.

5 – Credi che le nuove tecnologie aiutino il rapporto tra musicisti e pubblico o credi abbiano distanziato gli uni dagli altri?

Dipende, sicuramente se sei o hai un buon media manager puoi sicuramente arrivare a più persone senza muoverti da casa, quindi, in teoria, è un bene però penso anche che molto spesso il pubblico reale dei concerti e il pubblico web (come anche quello della televisione) siano due mondi separati, che a volte riescono a comunicare altre volte no. Ci sono molti artisti noti, magari virali o usciti dai talent che hanno cifre incredibili sul web che non corrispondono affatto a quelle di chi paga per ascoltarli.
Al contrario invece funziona diversamente: se qualcuno ha una fanbase reale il web può solo che far bene mantenendoti in contatto con il tuo pubblico.

6 – Qual è a tuo giudizio il confine tra indie e mainstream?

Indie secondo me è un aggettivo perché è non è altro che l’abbreviazione della parola “indipendente”, quindi non è un genere tipo il metal, il raggae canonizzato con una serie di regole specifiche. Indie dovrebbe significare (in teoria) l’indipendenza da qualcos’altro: una cosa dovrebbe essere definita più meno indie in base alla percentuale di questa indipendenza al suo interno, come una birra che è alcolica al 5, al 9 o al 12%. Inoltre cambia anche come questo aggettivo viene usato a seconda del contesto: “forte” può essere uno che tira un cazzotto, uno che riesce ad affrontare cose, uno simpatico, un odore, un sapore, allo stesso modo uno può essere indipendente sul piano della produzione (perché ha una casa discografica che è indipendente dalle major) o su un piano di contenuti (se ad esempio non fai canzoni che parlano SOLO d’amore come la musica italiana fa veramente troppo dalle sue origini), o dal punto di vista del suono o dell’attitudine etc.
Io sono cresciuto considerando indipendenti artisti che, facendo la media del valore di ogni parametro osservabile, risultavano avere una percentuale alta di indipendenza. Mainstream, al contrario, potrebbe essere definita quella musica che ha una percentuale bassa di indipendenza, perchè più influenzata dalla moda e dalla richiesta del pubblico: fare una canzone a tavolino per a arrivare a più gente possibile piuttosto che per un’esigenza comunicativa personale non è molto “Indie”.

In Italia penso che in questo momento stiano scrivendo percentuali sballate sopra le bottiglie, penso che abbiano trasformato sta storia dell’indie in un termine che rappresenta l’opposto esatto di quello che la semantica della parola “indipendente” suggerisce, ovvero la musica di tendenza dei giovani. Se la chiamassero semplicemente “Musica Giovane” avrebbe tutto più senso. Chiarito il fatto che detesto le mode e soprattutto le truffe, penso che all’interno di questa musica giovane ci siano cose effettivamente più indie di altre, come penso che ci siano anche cose che mi piacciono molto a prescindere dalla loro composizione chimica.

7 – Cosa pensi del Crowdfunding? Lo ritieni un mezzo veramente utile per i musicisti?

Anche in questo caso dipende dall’artista che sei, dal valore che dai alla tua pubblicità e da quanto tu abbia un pubblico reale che ti sostiene. Nell’ultimo caso il crowdfunding è molto efficace, basta condividere anche solo una volta sulla propria pagina la richiesta di quattrini per scatenare condivisioni e raccogliere davvero belle somme.
Quando invece le realtà sono molto più piccole si finisce a chiedere i soldi agli amici, ai nonni e agli zii e forse è meglio evitare la rete e andarli a prendere direttamente casa per casa.
Io personalmente ho fatto una scelta diversa, ho fatto un crowdfounding live in due singoli eventi per il mio ultimo disco. Non mi sono sentito di tirare in mezzo i social dove già la mia faccia è fastidiosamente presente ovunque e molta gente ha sicuramente cliccato “non seguire più”. Ho preferito salire su un palco con delle scatole di scarpe vuote e stressare solo il pubblico di questi due concerti, ricevendo soldi in cambio di premi estremamente bizzarri. In pratica ho messo in vendita la mia pubblica umiliazione e per soldi ho cantato canzoni che non mi piacciono, mi sono rasato e spogliato sul palco, almeno posso dire di essermelo sudato questo disco. Ah a proposito di cose imbarazzanti, l’album si chiama “L’imbarazzo della scelta”, è uscito il 30 novembre distribuito in digitale da Artist First, è un disco indie perché me lo sono pagato da solo, è Cantautorale perché mi scrivo le canzoni da solo, è Punk perché ho imparato a suonare da solo e ha anche le chitarre elettriche anche se è un po’ fuori moda la cosa, ma meglio così. E’ un album che parla di scelte e dell’imbarazzo che c’è prima, dopo e durante esse. Se volte potete ascoltarlo QUI e dirmi cosa ne pensate sul mio profilo FB www.facebook.com/chiazzettatv oppure sul mio canale YouTube www.youtube.com/chiazzettatv