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Stando a ricerche e studi, uno dei problemi che la musica dal vivo si trova ad affrontare al giorno d’oggi, è il cosiddetto “effetto Talent”.

Guardando un’esibizione di un talent, magari una finale, molti sono propensi a pensare di star assistendo a un vero concerto.

In realtà non è così. Se vedrete un video registrato durante un live, noterete che ci sono parecchie differenze tra la pulizia e la programmazione di un’esibizione pensata per essere trasmessa in tv e quella di un concerto in un palazzetto o in uno stadio.

E’ un difetto dei nostri tempi ed è lo stesso difetto che ho riscontrato in Bohemian Rhapsody.

Un film travagliato ma non per questo fatto male, anzi. Soprattutto il casting si è rivelato un punto di forza, con bravissimi interpreti che includono non solo Rami Malek ma anche l’ottimo Gwilym Lee, Ben Hardy e Joseph Mazzello.

Menzione a parte per Mike Myers, il cui personaggio pur se inesistente, è paradossalmente uno spunto di riflessione sull’industria che si dimostra lenta e intrappolata nel passato, incapace di vedere nel presente i miti del futuro.

Allora cosa c’é che non va? Semplice, l’effetto talent.

Bohemian Rhapsody non è autentico e non vuole esserlo. Nemmeno per un istante.

A testimonianza di questo, basti pensare che le “persone informate sui fatti” (leggasi Brian May e Roger Taylor, qui anche produttori esecutivi), sono stati i primi a forzare la realtà pur di renderla più vendibile e adatta al cinema.

Ma siamo disposti a perdonarli, serve per dare pathos. Strano non aver trovato altrettanta predisposizione d’animo per prodotti come la serie su Rino Gaetano o su Faber, da molti criticate e da alcuni anche giustamente.

Forse perché personaggi più vicini a noi, personaggi di cui abbiamo respirato l’autenticità.

Invece di autentico qui c’è poco. Se togliamo una prima parte dedicata alla realizzazione del loro capolavoro e forse più interessante, troviamo tanto perfezionismo, professionalità. Una replica perfetta condita con una storia romanzata.

Una storia che serve a mettere l’areola ai già citati produttori, a far fare una figura un po’ sciocca al loro ex bassista ritiratosi Mr. John Deacon e a regalarci una figura dolce e tragica ricca di talento che è impossibile non amare. Un film che si chiude con un finale aperto a cui spero non segua un “The Show Must Go On”, con tutto ciò che ne consegue.

Mi perdonino i lettori ma perché si dovrebbe prestar fede a chi ha scelto di modificare i fatti, invece di raccontare la realtà?

Di tutto ciò che viene messo in scena, la cosa che resta maggiormente sono le canzoni di un gruppo composto da quattro meravigliosi musicisti, che hanno saputo regalare brani immortali a tante generazioni.

Bohemian Rhapsody è un buon film, con una regia forse un po’ didascalica ma ben fatto.

Un film che fa il suo lavoro, intrattiene e con un buon ritmo.

Un film che, non avesse avuto il compito o l’ardire di raccontare la vita di un gruppo e di un personaggio tanto iconico, avrebbe fatto parlare meno.

Un film che è quasi un enorme spot pubblicitario (anche se meno commovente di quello della John Lewis and Partners con Elton John).

Non cercate autenticità in questa parodia, dove il termine parodia è inteso nel suo senso figurativo, come qualcosa di lontano da ciò che dovrebbe rappresentare.

Se cercate autenticità, ascoltate i Queen e la voce di Freddy Mercury. Magari proprio The Show Must Go On. Pensatelo indossare le cuffie, sistemare il testo davanti a se e cantare quelle parole consapevole di una fine sempre più vicina, con un’interpretazione spettacolare.

Credo che tutto ciò che i Queen avessero da dare e da dire, sia nei loro brani e lì resterà.

Spero di non aver peccato di eccessivo cinismo in queste righe, nel caso….don’t take offence at my Innuendo.