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Parlaci del nuovo disco “Canzoni di una certa età”. Cosa ha ispirato la composizione?

Dal titolo si evince, speriamo, una volontà di prendere le distanze da quello che è il panorama attuale per quanto riguarda i musicisti nostri coetanei, che alla soglia dei 40 (qualcuno anche oltre) ancora parlano di università e primi baci… Noi abbiamo voluto trattare temi più consoni all’età che ci portiamo addosso, divorzio, difficoltà nel mondo del lavoro, l’amore tra persone mature…

Quali sono le vostre principali influenze?

Diciamo che sono molte, e molte all’ascolto del disco sono palesate con citazioni ai limiti del compromettente!

In un mondo sempre più incentrato sul web, cosa conta di più tra una pagina Facebook con tanti like o un buon disco?

I numeri fanno parte del mondo dell’apparenza, tutti i giorni riceviamo mail che ci offrono “visualizzazioni reali”, per fortuna noi come band ancora riusciamo a sfuggire da questa logica e ci accontentiamo del confronto con le persone in carne ed ossa, alle quali è sempre bello poter dare un bel disco, col suo booklet da leggere e quell’incelofanatura sempre così difficile da affrontare.

Un aspetto positivo ed uno negativo del fare musica?

Un aspetto sicuramente positivo per noi come band è l’indipendenza, la libertà, ma come diceva Pasolini “l’indipendenza che è la mia forza implica la solitudine, che è la mia debolezza”, ed anche per noi è così, essere indipendenti e liberi equivale ad essere soli, ma per fortuna siamo in 4 e sappiamo farci buona compagnia.

Credi che un artista debba schierarsi politicamente?/Approvi la politica nella musica?

La politica dovrebbe essere ovunque, figuriamoci nella musica, e ancor più nella fattispecie della canzone…

Cosa ne pensi dell’attuale music business?

Non ne so nulla, non ne capisco le dinamiche, deve essere l’età che non mi aiuta, o devono essere certe logiche lontane dalla creatività, chissà…

Credi che le nuove tecnologie aiutino il rapporto tra musicisti e pubblico o che abbiano distanziato gli uni dagli altri?

Se parliamo dei social hanno aiutato molto il rapporto tra musicisti e pubblico, ma d’altro canto hanno fatto anche in modo che il pubblico possa partecipare alla vita dell’artista con un like e non esca più di casa per seguirlo ai concerti.

Qual è a tuo giudizio il confine tra indie e mainstream?

Oggi è stato abbattuto, sono sinonimi a tutti gli effetti, e probabilmente è stato profetico Calcutta.

Cosa pensi del Crowdfunding? Lo ritieni un mezzo veramente utile per i musicisti?

Ne parlo in un brano: queste raccolte fondi nascevano col più nobile degli intenti, poi a tutti gli effetti si sono ridotte ad una questua tra parenti e amici col 10% di tasse da pagare a chi gestisce il business. Non ho avuto notizia di questo ritorno al mecenatismo.

Sei l’organizzatore del “Primo Maggio dei Castelli” di Velletri. Quali sono le difficoltà e le soddisfazioni che questo impegno ti dà?

Beh, vedere la riuscita di una manifestazione realmente indipendente inorgoglisce un bel po’ e fa sopportare con una certa tranquillità anche le dolenti note della burocrazia organizzativa (dalla circolare Gabrielli in poi un vero suicidio per gli eventi di pubblico spettacolo)

Hai trovato appoggio da parte delle istituzioni?

Per fortuna abbiamo avuto sempre più persone favorevoli che contrarie a questo evento nel nostro territorio che è quello dei Castelli Romani, così anche “politicamente” siamo sempre stati appoggiati ed aiutati, anche se non direttamente con contributi economici, ma almeno con la fornitura di servizi importanti ed il patrocinio del comune di Velletri

Cosa apprezzi e cosa non apprezzi degli artisti con cui entri in contatto?

A quarant’anni ho imparato a scegliere, entro in contatto solo con artisti che apprezzo, in primis dal punto di vista umano.