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Nati a Firenze, i Dirotta su Cuba sono una band fuori dai canoni.  Hanno proposto un genere che in pochi avrebbero osato proporre in Italia. Oggi, a 30 anni di distanza dal loro esordio, stanno incidendo un nuovo disco, hanno voglia di continuare a suonare dal vivo e sono più in forma che mai. Abbiamo incontrato Simona Bencini e Stefano De Donato, disponibili ed entusiasti, che hanno risposto a molte nostre domande.

Avete compiuto i 30 anni di carriera, quali sono i prossimi progetti della band?

S.B. Sicuramente pubblicare un nuovo album. Negli anni abbiamo guadagnato la possibilità di gestire al meglio il nostro tempo, senza avere troppe pressioni.

S.d.D. Ci siamo sganciati dal meccanismo a cui eravamo legati, dopo aver raggiunto un certo successo. Per me era importante non diventare la cover band dei Dirotta su Cuba. Il prossimo album sarà infatti stilisticamente più vicino a Prince.

Quanto sono importanti i live oggi?

S.B. Sono fondamentali. Noi non credo siamo ancora riusciti a riprodurre l’energia di un nostro spettacolo live in studio, quindi vederci dal vivo è sempre un’esperienza nuova. Considera che sono poche le band che fanno il nostro genere in Italia e noi ci ostiniamo a suonare sempre tutto live.

S.d.D. Io ho una carriera come dimostratore di strumenti e ho girato per molte fiere. Col tempo queste dimostrazioni si sono tramutati in veri e propri concerti. Questo ha portato anche all’attenzione da parte degli addetti ai lavori, che hanno imparato a riconoscere il valore dei nostri concerti.

Siete una band che miscela pop, jazz, funk. Quali sono le vostre principali influenze?

S.B. Io ero molto coinvolta da artisti afroamericani, blues, pop. Quindi quelle sono certamente le mie maggiori influenze.

S.d.D. Non mi posso reputare un appassionato del funk o del soul, ho scelto questo genere perché era il più divertente da suonare col basso. Posseggo 34.000 dischi quindi sono onnivoro. Ascolto Caetano Veloso e per il mio compleanno sono andato a vedere gli Iron Maiden. E’ un genere che mi soddisfa molto dal lato tecnico e mi permette di evolvere.

Quali sono i maggiori cambiamenti che avete notato nella musica da quando avete iniziato ad oggi?

S.B. Oggi è molto diverso rispetto al passato. Le case discografiche hanno perso il loro ruolo di tutela e coltivazione degli artisti. I talent hanno preso il posto degli A&R (Artist and Repertoire). Diciamo che oggi c’è la tendenza ad assecondare il mercato, a creare un prodotto.

S.d.D. Io sono un vecchio e non sopporto chi si lamenta del nuovo o dei limiti che ci vengono imposti. Ovvio che internet ha cambiato le cose, c’è meno pazienza e più ignoranza. Manca la ricerca ed il lungo ascolto ma esistono realtà interessanti e nuove che poi fanno sold out, come i 21 Pilots che vivono solo sul web ma che lo sanno sfruttare. Io lavoro come insegnante ad Amici e lì ci sono molti ragazzi con cui lavoriamo. Dopo qualche tempo si vede quando qualcuno ha la stoffa per farcela. Spesso ci sono ragazzi che ci credono molto ma non hanno le basi, perché oggi si fruisce in modo troppo rapido, un po’ “cotto e mangiato”. E l’ignoranza parte proprio dagli insegnanti, dai radiofonici, dai giornalisti e arriva agli artisti che si trovano così senza le basi. Le radio hanno perso il loro ruolo di educatore da quando sono entrate nel giro editoriale. Siamo nelle mani della S.I.A.E.

Cosa pensate della scena indie attuale, di cui si parla tanto?

S.B. E’ una scena che sta sfornando molti talenti in grado di comunicare con il loro pubblico, nonostante siano lontani dagli ambienti mainstream. Consideriamo che artisti come per esempio Canova, che non è presente in radio con la frequenza destinata ad altri ma fanno sold out nei club in cui suonano.

S.d.D. Beh non so più cosa sia indie. Nella Firenze anni 80 l’indie era diverso. Era simile al mondo grunge di Seattle. Per me è una realtà sempre forte e credo che i Dirotta siano una delle cose più indie che l’Italia abbia sfornato. Tanto che quando suonavamo le prime volte, la gente ci guardava basita e ci chiedeva:”Ma che cazzo fate?”. Per fortuna non ci siamo fermati e Frankie-Hi Nrg ci ha portato in tour con lui. Possiamo dire di essere degli indie incompresi.

Cosa consigliereste a chi vuole intraprendere il mestiere di musicista?

S.d.D. Consiglio di seguire le proprio doti, non solo il proprio sogno. I sogni sono interessanti quando hanno un costrutto. Bisogna guardarsi realmente dentro. Perché ci sono tante persone che suonano ma pochi musicisti e tra questi, gli artisti sono pochissimi.

Come vivete il rapporto con la tecnologia e i nuovi social network?

S.B. Certamente sono utili e ne facciamo uso. Forse non proprio l’uso che dovremmo ma in generale non siamo fissati. Ci sono momenti belli che vale la pena condividere e fa piacere farlo. Ad ogni modo non sono il tipo che si fa un selfie al giorno.