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La scorsa estate la testata Music Business Worldwide ha dato vita a ciò che è stato battezzato il “Fake Artist Gate”. Stando a quanto scoperto da questa inchiesta, le playlist di Spotify di genere Chill, erano piene di profili fake che totalizzavano un numero enorme di stream. Altra particolarità, risiede nel fatto che questi brani non comparissero in nessuna delle altre piattaforme di streaming disponibili oggi, ad eccezione di Spotify.

Ricordiamo ora che Spotify riconosce un pagamento in base al volume di stream che un artista o etichetta produce, all’interno delle loro playlist. Dall’inchiesta è poi emerso che tutti questi fake artists provenivano dalla scuderia della Epidemic Sound di Stoccolma, così come ammesso dal CEO Oscar Hoglund. Il sospetto dell’industria è che Spotify si fosse accordata con la Epidemic Sound per favorire i brani attribuiti a questi fake artist, per riconoscere poi un percentuale di diritti minore, ed aumentare così l’utile sugli streaming.

Tutto questo a discapito di artisti reali. Basti pensare che questi fake artist, sono stati selezionati da Spotify, in favore di altri nomi non inclusi in queste playlist. Tra i tanti artisti come Brian Eno, Jon Hopkins ed altri.

Non stupisce quindi che oggi Spotify detenga un ruolo predominante sul mercato, capace di distaccare (e di molto) altri servizi come Pandora.

A dar battaglia al colosso, ci sta pensando Universal Music Group che in collaborazione con Apple, sta creando una lista curata e supervisionata dagli artisti.

Un mondo che si basa su numeri e calcoli che compongono i milioni di dollari di fatturato che queste aziende accumulano, che suona molto distante dal mondo degli artisti, notoriamente più poetico e passionale.