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Vuoi parlarci della genesi di “Quattro”, il tuo ultimo disco?

Certo. E’ un disco nato da tutte le storie e le esperienza accumulate negli ultimi due anni. La scrittura è durata molto meno perché il grosso del disco, l’ho scritto in una decina di giorni. E’ un disco che ho scritto in parte da solo, dato che è stato poi arrangiato con i ragazzi della band con cui ho condiviso gli ultimi 2 anni di vita musicale, cosa che ci ha permesso di raggiungere una forte unione artistica. Gli arrangiamenti sono quindi venuti fuori in modo molto naturale. Spero che si senta nel disco.

Il video del singolo “Felice” è un collage di vecchi spot finlandesi. Come è nata questa idea?

E’ un’idea che ho avuto io perché volevo fare uscire un singolo di lancio. Tra tutti i brani, non credo che “Felice” sia il più rappresentativo ma ho notato che ascoltandolo, nessuno riusciva a star fermo. Nello stesso periodo, i ragazzi della Karhu (un brand di articoli sportivi con cui collaboro), mi hanno inviato i filmati che sono poi finiti nel video. E’ stato divertente vedere poi il risultato finale, in cui questi ballerini, già non bravissimi, sono stati forzatamente messi a tempo con il brano.

Lavori sia come produttore che come artista. Cambia il modo in cui approcci il lavoro a seconda del ruolo che ricopri?

Sì, cambia parecchio. Come artista chiedo sempre a qualcuno di produrre i miei dischi, mentre sulle canzoni degli altri ho sempre una sicurezza diversa. E’ una cosa che non sono ancora riuscito a decifrare. La realizzazione dei provini è il momento più divertente per me, è quando devi scoprire gli arrangiamenti, saltando da uno strumento all’altro, come un artigiano. Ho lavorato con persone con cui ho un feeling perché in passato, mi è capitato di farlo per persone che non conoscevo e ho scoperto che perdeva un pò di coinvolgimento e non mi piaceva tanto.

Hai sempre lavorato agli arrangiamenti con la tua band?

No, è una cosa che è nata nel tempo. Il disco precedente non era stato arrangiato con altri musicisti. In questo caso lo abbiamo suonato tanto in sala prove, scritto le parti ed il fatto che a suonare i brani siano gli stessi musicisti che li hanno arrangiati, crea un’amalgama completamente diversa.

Il tour è molto incentrato sulla musica e meno sulle scenografie. Da cosa deriva questa scelta?

E’ una scelta ben precisa perché a me piace pensare che il fulcro di tutto questo lavoro, resti la musica. Bisogna sempre renderle grazie perché senza di lei, tutti questi giovani eroi, i sold out, ecc, non esisterebbero. Per me è un modo di distinguermi e far capire che per me e i ragazzi della band, la sola cosa importante è suonare. Senza bis né metronomo e magari anche commettendo un errore. In questa era di plastica, un pò di umanità trovo sia utile.

Che rapporto hai con i social? Quanto contano?

Contro sicuramente tantissimo. Bisogna prenderne atto e usarli nel modo più intelligente e educata possibile. E’ un grande mezzo di comunicazione. Bisogna accettarlo anche se a volte non sempre si ha la voglia di gestire anche i social, oltre a tutti gli altri aspetti della vita..

Cosa ne pensi del crowdfunding?

Se esiste probabilmente ha senso. Penso che in una sana storia musicale, debba esserci un’etichetta che paga il disco, un’agenzia di distribuzione che lo distribuisca e un’agenzia di Booking che trovi date per promuoverlo. E’ un modo per dare valore ad un lavoro. C’è sicuramente un investimento diverso, rispetto all’ascoltatore che ti dà 10 € in anticipo.

C’è un artista con cui vorresti collaborare?

Sì ce ne sono molti. Mi diventa difficile dare un nome solo.

Ti riconosci nella classificazione di artista indie? Ti piace la scena indie?

Sì è una scena molto varia, quindi mi ci ritrovo. E’ strano perché veniamo visti come indie sia io che Carl Brave e Franco 126 però è un modo per creare una macrocategoria. Ovviamente con alcuni colleghi sono più affine che con altri, in termini di linguaggio.

Rispetto agli esordi, quali sono i cambiamenti che hai notato nel settore musicale?

Ce ne sono parecchi. Io ho fatto quattro dischi e in 17 anni sono cambiate tantissime cose. Per ogni disco io e l’etichetta abbiamo dovuto trovare un modo per proporlo. Abbiamo dovuto adattarci al modo in cui si vende e si propone la musica. Quando ho fatto i primi due dischi, non esisteva Spotify e si iniziava a vendere su iTunes. Anche nelle radio è cambiato molto. Ho visto decimarsi gli spazi per la musica in radio. E’ diventato un network sempre più parlato. Spotify ha in qualche modo riempito quel buco, come i talent che hanno riempito il vuoto lasciato dall’assenza di scouting.

Un bilancio del tour?

Sono molto contento perché il pubblico è sempre carico, la voce si sta spargendo e vedo che in tanti hanno voglia di musica live.

Un consiglio a chi vuole iniziare una carriera nella musica?

Anche se sembra retorico, il mio consiglio è quello di scrivere bene canzoni. Poi di seguire la musica, andare ai concerti, frequentare gli ambienti in cui si ritrovano artisti, parlando con le persone, ecc. La mia scuola è sempre stata quella. Ho frequentato musicisti più grandi e per 3 anni ho anche fatto il merchandiser per una band Ska-Core e da lì si sono poi aperte anche altre strade.