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Parlateci del vostro ultimo lavoro. Cosa vi ha ispirato nella composizione?

J: Per quanto mi riguarda le canzoni del disco si rifanno alla malinconia e alla nostalgia per un tempo che non c’è più, il mio tempo. Purtroppo vivo molto nel passato, ma lo faccio con la consapevolezza di chi vede scorrere i giorni troppo velocemente; cerco quindi di rifugiarmi in una bolla di ricordi. Dopo i vent’anni tutto passa ad una velocità inaudita. CARPE DIEM!

L: Per quanto la domanda sia semplice e diretta è difficile trovare una risposta adeguata. Tanti fattori quotidiani convergono ad ispirare la mia musica e i miei testi: la lettura di un quotidiano, di un libro, la freschezza del mattino, una melodia, la stupidità umana, l’amore, il disamore, l’amicizia. Ma penso che il comune denominatore sia quello che Beaudelaire chiamava Spleen; tanto sublime quanto inspiegabile.

Quali sono le vostre principali influenze?

J: Sono “nipote” degli anni ’70 nonché “figlio rinnegato” dei ’90. In altre parole sono cresciuto più con i Led Zeppelin che con i Nirvana… In Addio nemico mio penso si senta moltissimo il mio amore per Neil Young, ma anche per De André, Guccini, Dalla. Sono anche un appassionato di Jazz, anche se questo lato non traspare molto nel disco.

L: Senza dubbio tutto ciò che gravita attorno al movimento di Seattle degli anni ?90 (Pearl Jam, Alice in Chains), nonché il progressive rock: Tool o Porcupine Tree. I cantautori italiani, da Francesco De Gregori ai Marta sui tubi. Inoltre ho avuto anch’io il mio periodo anni ?70: Led Zeppelin, Pink Floyd, Hendrix, anche se da un annetto cerco di completarmi con il jazz….e ho davvero tanto da imparare….e sono pigro.

Come nascono i vostri brani?

J: All’inizio trovavo delle melodie alla chitarra su cui poi costruivo la struttura generale del brano. Da qualche tempo invece utilizzo prevalentemente il pianoforte, uno strumento più completo che permette di visualizzare quello che stai facendo. Sono piuttosto prolifico nella parte strumentale, mi piace molto l’armonia e le sue regole da rompere. Come diceva John Coltrane “Non c’è mai fine. Ci sono sempre dei suoni nuovi da immaginare, nuovi sentimenti da sperimentare”. Per i testi è diverso, ho bisogno di più tempo; li lavoro anche a distanza di mesi, aggiungendo magari un punto o soltanto qualche parola. Qui è d’obbligo citare Nanni Moretti invece: “Le parole sono importanti!”

L: Prendo in mano la chitarra senza un obiettivo preciso. Faccio qualche esercizio, lo sviluppo, l’orecchio mi parla e mi dice: – Ora ci vuole questo accordo, poi questo arpeggio, poi questo fraseggio eccetera -. A seconda dello stato d’animo poi la melodia che viene plasmandosi sarà malinconica o più incalzante. Trovato l’abbozzo poso la chitarra e lascio che la canzone maturi nella mia testa senza fretta. È un processo che può prendere anche un mese. Ci penso sempre: in bici, al lavoro, in macchina, prima di dormire. Infine il testo: se sono ispirato posso anche scriverlo di getto, salvo qualche leggera modifica in fase di arrangiamento. Il testo è di precipua importanza: può rendere unico anche l’accordo più banale.

In un mondo sempre più incentrato sul web, cosa conta di più tra una pagina Facebook con tanti like o un buon disco?

J: Un ottimo disco, come il nostro.

L: Un buon disco, senza ombra di dubbio. Parla uno che non ha facebook.

Un aspetto positivo ed uno negativo del fare musica?

J: L’aspetto positivo è quello di poter esprimere se stessi: il proprio lato artistico, la propria personalità con le paure, le incertezze, il coraggio… credo che la musica sia il mezzo più diretto. Non hai bisogno di conoscere l’armonia o il pentagramma per cogliere qualcosa: se la canzone ti tocca, lo fa automaticamente, è universale. L’aspetto negativo è legato ai costi: per fare musica di un certo livello devi avere i soldi. I soldi per il disco, i soldi per la promozione, i soldi per una buona strumentazione, i soldi per pagare un grafico che ti faccia il package del cd… Poi magari la fortuna bussa alla porta e allora diventa tutto più facile.

L: Se prendiamo la musica in senso stretto non ci sono aspetti negativi. La musica è arte e in quanto tale è un sublimazione della realtà, forse una delle poche cose che ci permettono di continuare ad esistere. Quanto c’è di negativo esula dalla musica in sé perché concerne esclusivamente il marketing, quindi il capitale. Il 90% di quello che viene commercializzato è frutto della prostituzione a cui gli artisti si sono adeguati o a cui sono stati costretti. Ma se non hai un nome e vuoi farti conoscere bisogna purtroppo scendere a compromessi. Gramsci diceva che il capitalismo va rosicchiato dal suo interno: aveva ragione e non lo abbiamo ascoltato. Si potrebbe adottare il suo insegnamento e applicarlo alla musica: rosicchiarne il suo sistema commerciale dall’interno.

Credete che un artista debba schierarsi politicamente? Approvate la politica nella musica?

J: La musica ha sempre avuto un ruolo di rilievo “politicamente” parlando. Pensate alle trombe che annunciavano l’arrivo di grandi re o anche ai tamburi che animavano le battaglie ad esempio. La politica fa parte della vita, andrebbe cantata con garbo. Quello che voglio dire è che fondare la propria carriera musicale seguendo le ideologie di sinistra o di destra, limiterà molto il tuo raggio d’azione. Raccontare invece quello che tu ritieni giusto raccontare, passando anche per il presente politico, ti permetterebbe di ampliare gli orizzonti, di informarti su ciò che accade ogni giorno, di farti un’idea precisa. Ovviamente bisogna farlo con intelligenza, senza sbraitare cose del tipo “Gli immigrati tornino a casa loro!” oppure “Si facciamo gli hippie, peace and love! W Che Guevara”. Noi abbiamo scritto “No color” la canzone più “politica” del disco. Parla dei bombardamenti ad Aleppo, vissuti in prima persona da chi cerca di documentare quanto succede. Nella canzone non si menziona nessuna ideologia, solo i fatti che abbiamo letto sui giornali.

L: Come sosteneva Quasimodo, il solo fatto di scrivere una poesia, di creare, è da considerarsi un atto politico, e questo perché è un atto anti-sistema, a-politico. È una sorta di coincidentia oppositorum: più si crea e più ci si allontana dal sistema pragmatico voluto dal Palazzo, ma di conseguenza ci si trasforma in suoi nemici con la sola azione di esistere. Detto questo, penso che militantismo e musica siano due cose completamente diverse: scrivere una canzone seduto comodamente sul letto non ha niente a che vedere con il coraggio degli attivisti politici, che personalmente ammiro. L’obiettivo quindi è unire le due cose: schierarsi e far sentire la propria voce, la propria idea politica attraverso la musica.

Cosa ne pensate dell’attuale music business?

J: Cosa posso pensare… non sono nato bello, né stupido. Sono fuori dai giochi, non mi prenderanno mai in considerazione.

L: Non sono abbastanza coinvolto per poterne parlare nel dettaglio, ma per quello che vedo e sento ogni giorno credo sia una catastrofe. Secondo gli antichi la musica era la più nobile delle arti perché invisibile, eppure estremamente potente ed emozionante. Oggi siamo di fronte all’apologia dell’immagine e della banalità. Quando cammino per le strade della città vedo musicisti pazzeschi suonare per ore e racimolare dieci euro a fine giornata. Quando invece vedo i Maneskin guadagnare fior fior di quattrini, mi si gela il sangue. L’auto-produzione avrà pure i suoi limiti, ma ti permette di mantenere una dignità.

Credete che le nuove tecnologie aiutino il rapporto tra musicisti e pubblico o che abbiano distanziato gli uni dagli altri?

J: Aiutano eccome. Per la distribuzione pensate al ruolo di YouTube, per non dire Facebook, tutti possono avere il proprio spazio oggi, raccontare la propria vita. Il problema però è dietro l’angolo: come tutto, bisogna agire con intelligenza e moderazione, altrimenti si rischia di diventare un fenomeno da baraccone del web. Poi magari funziona comunque visti i personaggi che girano su tutte le piattaforme online.

L: Certo che aiuta, ma si perde il contatto con l’oggetto disco, come si è perso il contatto con l’oggetto libro. Andare a comprare un CD al negozio è un atto fisico che impiega tempo, come una ricerca sull’enciclopedia in biblioteca. Questo atto fisico permette di ricordare meglio ciò che si legge o si ascolta senza dimenticare tutto nell’attimo di un click, passando magari ad un altro prodotto, ad un’altra informazione. La questione quindi è delicata: sta al pubblico capire come usare nel modo giusto le nuove tecnologie.

Qual è il confine tra indie e mainstream?

J: I Killing Matthew sono il confine.

L: Vedi risposta di Jacopo

Cosa pensate del Crowdfunding? Lo ritieni un mezzo veramente utile per i musicisti?

J: Si, sempre che tu abbia una fetta di pubblico abbastanza ampia. Se noi dovessimo fare un crowdfunding probabilmente racimoleremmo qualche euro inviato dai genitori.

L: Come ho già detto, l’auto-produzione ha i suoi limiti. Condivido il pensiero di Jacopo.