Il portale della musica Indie italiana

1) Parlaci del tuo ultimo lavoro. Cosa ti ha ispirato nella composizione?

Quando scrivo una canzone lo faccio sempre per esigenza personale: ci sono situazioni che si vivono e poi irrimediabilmente ritornano – dopo un po’ – chiedendo di essere messe nero su bianco, e io puntualmente seguo l’istinto, le trasformo in canzoni. Qualcuno potrebbe considerarla quasi una sorta di terapia… e in effetti è così: la musica mi aiuta – ci aiuta – a vivere meglio, per questo ho deciso, dopo diversi anni, di raccogliere i miei brani in un album. Nella Stanza è dunque un insieme di racconti, nati certamente per esigenza personale, ma con la pretesa di arrivare alle persone, perché poi è questo quello cui un artista mira. Si tratta di tredici brani, realizzati con la collaborazione di Edoardo Morelli (che ha arrangiato e mixato tutto il disco). Mescolo le mie differenti anime, lasciando allo spirito vacuo del pop molto spazio, ma senza rinunciare alle contaminazioni. Due le cover: una rilettura di Love Is All del pianista greco Yanni, e una versione acustica di This Day, brano scritto dal re del gospel Edwin Hawkins.

2) Quali sono le tue principali influenze?

Ascolto musica di tutti i generi, ma la black è la mia preferita. Soul, Gospel, R&B…ho una particolare predilezione per le grandi dive, soprattutto quelle del passato: Whitney, Aretha, Anita Baker, Mariah, Sade… ma a casa mia si può davvero ascoltare di tutto, anche musica italiana, ovviamente.

3) Come nascono i tuoi brani?

La vita fornisce un sacco di spunti interessanti, e quando l’ispirazione mi coglie, appunto tutto su un piccolo quaderno. Ci posso impiegare molto tempo a mettere insieme musica e testo, ma mi è anche capitato di riuscire a scrivere un brano intero in poco più di un quarto d’ora. Quindi l’origine di una canzone, è pressoché imprevedibile!

4) In un mondo sempre più incentrato sul web, cosa conta di più tra una pagina Facebook con tanti like o un buon disco?

Sicuramente una buona pagina Facebook (o, meglio ancora, Instagram) con tanti followers, al momento è quello che conta di più. Perché puoi fare musica meravigliosa, ma se non hai nessuno che l’ascolti, sarà difficile trasformare quella passione in un mestiere. E oggi il consenso del pubblico passa soprattutto da lì. In senso assoluto – ovviamente – conta prima di tutto avere un disco di ottima qualità, realizzato con amore e dedizione; quello che mettiamo in rete dovrebbe essere in primis un riassunto di chi siamo noi, un prodotto che ci rappresenti. Non demonizzo il mezzo, quanto più l’uso distratto che spesso se ne fa.

5) Un aspetto positivo e uno negativo del fare musica?

Vivere (bene) di musica oggi è difficile; questo forse è l’aspetto negativo, legato certamente non alla musica ma al periodo storico in cui siamo. Però ci si può provare: io stesso ho investito sulla mia formazione e oggi lavoro a tempo pieno come insegnante di musica e di canto moderno, cercando di trasmettere l’amore per questa meravigliosa arte, senza però abbandonare gli spazi dedicati alla mia produzione. L’aspetto positivo è che non mi annoio mai, e sono sempre felice di andare a lavorare. Mi sembra già un gran traguardo!

6) Credi che un artista debba schierarsi politicamente? 

No. Personalmente sono contrario. Un artista dovrebbe innanzitutto fare arte. Ovvio: spesso ci ispiriamo alla vita, all'attualità, a quello che succede nel mondo, e dunque è impossibile non esporsi. Ma non bisognerebbe mai perdere di vista che una canzone non è un manifesto politico, ma una propria interpretazione del mondo. La storia – anche quella relativamente recente – è piena di esempi di artisti impegnati politicamente, ma – e questo è un parere del tutto personale – trovo che la violenza verbale cui assistiamo oggi, sia decisamente fin troppo sopra le righe.

7) Cosa ne pensi dell’attuale music business?

A volte mi domando: se fossi nato dieci anni prima, la mia carriera sarebbe stata diversa? Probabilmente sì. Ci sono poche strade percorribili per chi vuole cercare un po’ di notorietà, oggi. E il termine stesso “notorietà” sembra aver acquisito un’accezione quasi del tutto negativa. Ma non c’è nulla di male nel cercare di rendere fruibile la propria musica a più persone possibili. È giusto dare spazio a cantanti che portano introiti sicuri, ma non è giusto toglierlo a chi sperimenta suoni e linguaggi differenti. Nessuno rischia, nessuno investe più… anche per questo molti emergenti scelgono l’autoproduzione.

8) Credi che le nuove tecnologie aiutino il rapporto tra musicisti e pubblico o credi abbiano distanziato gli uni dagli altri?

Le nuove tecnologie ci possono avvicinare a un pubblico mutevole, superando
barriere geografiche e linguistiche, ma sta tutto a come le utilizziamo.

9) Qual è a tuo giudizio il confine tra indie e mainstream?

Questa è una domanda difficile… io credo all’onestà intellettuale di chi si mette in gioco, e alla sincerità con cui si compone. In quel caso sì che si è davvero
indipendenti. Indipendenti dal giudizio degli altri, dalle strategie, dalle mode. È più uno stile di vita. Il confine è un po’ labile, non so cosa sia davvero mainstream, però non demonizzo chi ha successo (o lo raggiunge attraverso un percorso che io personalmente non condivido): se un lavoro è di qualità e mi piace, lo ascolto indipendentemente dalla sua provenienza. Insomma… cerco di non essere prevenuto!

10) Cosa pensi del Crowdfunding? Lo ritieni un mezzo veramente utile per i musicisti?

L’anno scorso ho fatto una raccolta fondi con Musicraiser per finanziare la parte
finale del mio album. Lo ammetto: con quei soldi ci ho pagato a malapena il
mastering, ma la cosa che mi ha più sorpreso è stato il supporto delle persone. Non credevo di riuscire a raggiungere la cifra che mi ero stabilito, e non tanto perché fosse alta – anzi – ma perché non pensavo di avere sostenitori. L’affetto concreto che mi hanno dimostrato è stato una bella sorpresa, quindi sì, per me è stato un mezzo utile: fare un disco per bene è difficile e costoso!