Il portale della musica Indie italiana

1 – In un mondo sempre più incentrato sul web, cosa conta di più tra una pagina Facebook con tanti like o un buon disco?


​Inutile negare l’importanza dei like nel mondo della musica di oggi. I social però sono solo uno strumento che può aiutare a veicolare la tua musica. In sostanza: un buon disco può darti tanto
gradimento mentre tanti like da soli non fanno un buon disco. Comunque questi discorsi contano poco per noi che amiamo la musica ed è solo alla musica che rendiamo conto. È una cosa che si facciamo per stare bene con noi stessi. Insomma, meglio fare un bel disco che avere tanti like
ma chi può dire se un disco è buono? Di fatto i social in questo sono un termometro impareggiabile.
 



2 – Un aspetto positivo ed uno negativo del fare musica?

Vivendo da sempre in mezzo ad amici e conoscenti musicisti il primo aspetto positivo che mi viene da sottolineare è che la musica è una passione che ti nutre per tutta la vita. Ti rende protagonista di quello che fai, ti costringe a reinventarti continuamente e ti mantiene curioso, attivo, mentalmente vivace. Per esempio quando si partecipa ad una jam session è sempre straordinario vedere quanto due musicisti magari con 40 anni di differenza possano creare, condividere, divertirsi. Sarà una frase fatta ma la musica, o più in generale la passione, mantiene giovani. Fatico ora a focalizzare un lato negativo del fare musica, però di certo esiste anche un rovescio della medaglia. Spesso succede che la musica si ammali di troppa ambizione, questo porta inevitabilmente a vivere stati di agitazione e ansia derivati soprattutto dalla paura di non piacere. Se suonare ti aiuta a condividere e esorcizzare le tue ansie è tutto ok, quando invece le alimenta meglio lasciar perdere.

3 – Credi che un artista debba schierarsi politicamente? Approvi la politica nella musica?
Credo che un artista non debba proprio nulla. Ci si deve sentire liberi ed è solo questa la cosa che conta. La politica nella musica è molto ben accetta quando l’artista ha urgenza di esprimersi in questo senso. Sicuramente è uno degli argomenti più difficili da trattare in musica, quindi meglio lasciarlo fare a chi ne è davvero capace. Tanto per fare un esempio, i vincitori di SanRemo di quest’anno, che passano per artisti impegnati perché cantano “abbasso il terrorismo”, a me sinceramente sembrano solo fortemente retorici. Anche perché io non conosco nessuno a favore del terrorismo islamico… Credo che il segreto sia cercare sempre nuovi punti di vista, se non ti muovi dalla tua “comfort zone” difficilmente troverai qualcosa di interessante da dire.

4 – Cosa ne pensi dell’attuale music business?

Penso che al di là di tutto quando si parla di business le regole siano le stesse dalla notte dei tempi, una su tutte: fare soldi. Un aspetto negativo rispetto al passato è la mancanza di protezione e progetti a lungo termine verso i nuovi artisti e si nota specialmente nei “nuovi talenti” fuoriusciti dai talent. In sostanza io ho la sensazione che un tempo le case discografiche investissero su un artista nell’ottica di creare una vera e propria carriera mentre al giorno d’oggi diventa tutto molto più usa e getta. Ma quando a essere gettate sono le ambizioni dei ragazzi, credetemi, c’è poco da ridere.  Questo comunque succede sempre più spesso anche nell’ambiente “indie”: quando un artista comincia a
suscitare interesse, pochi si preoccupano di formarlo e aiutarlo in un percorso di crescita; sembra che
l’unico interesse sia raccogliere subito il più possibile creando così una sterminata quantità di meteore (dietro alle quali spesso si nasconde parecchia infelicità).

5 – Credi che le nuove tecnologie aiutino il rapporto tra musicisti e pubblico o che abbiano distanziato gli uni dagli altri?
Sarebbe stupido pensare che le nuove tecnologie, create per avvicinare le persone tra di loro, possano
allontanare un artista dal suo pubblico. Quindi chi ha dimestichezza con questi strumenti ha un enorme vantaggio. Però un aspetto negativo c’è: credo che al giorno d’oggi gli artisti più umili o schivi facciano molta più fatica ad emergere perché “in competizione” con colleghi super esposti che
quotidianamente raccolgono consensi anche in contesti in cui la musica non centra nulla. A questo
punto verrebbe da chiedersi: un artista che fa grande musica ma che non è né simpatico né figo ha qualche chance in questo mondo?

6 – Qual è a tuo giudizio il confine tra indie e mainstream?

Credo che non sia molto interessante arrovellarsi il cervello per riuscire ad etichettare un movimento
artistico. Questo serve soprattutto a chi scrive di musica e deve mettere in prosa alcune tendenze. Il
metro di giudizio degli ascoltatori di fatto è solo: mi piace/non mi piace. Il termine Indie fu coniato per definire un rock di nicchia, fuori dalle logiche di mercato e promosso da piccole etichette indipendenti (praticamente volontari) che puntavano soprattutto alla libertà artistica ed espressiva delle band sotto contratto. Oggigiorno pare che il confine “di genere musicale” si sia ristretto molto
e che l’Indie assomigli sempre più al Pop. Queste definizioni sono di fatto superate anche perché
alcuni artisti indipendenti riempiono i palazzetti mentre molti artisti considerati mainstream non vendono più un disco nemmeno ai parenti.

 

 
maggio 17, 2018

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