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Quel cognome da pittore sufficiente anche senza nome, quelle rughe da vecchio anche quando era giovane, e quei chili di anelli alle mani – penso sia stato il peso degli anelli ad allungargli le braccia per fare quei gesti larghi e prendere più mosche – Ligabue nel 1995 pubblicava Buon Compleanno Elvis.

 


Per il quindicenne che ero, in quel momento erano canzoni che non potevi non conoscere. I miei amici della valle di Susa erano andati al concerto a Susa, in quel periodo in cui Ligabue faceva una quantità folle di concerti in ogni angolo d’Italia. Un mio amico aveva comprato gli spartiti originali dell’album (avrebbe poi preso anche “Mondi Sommersi” dei Litfiba). Tutte le radio mandavano questa voce ruvida e ascoltabile al massimo tre minuti, non uno di più, ma almeno accettavano di abituarci a una voce che radiofonica non era, e un po’ scartavetrava le orecchie a chi era assuefatto al bel canto sanremese.
Era un Ligabue spartiacque, per me il Ligabue più Ligabue. Prima faceva canzoni belle con la band dei ClanDestino, ma con quelle distorsioni un po’ transistor anni ottanta che mi fanno sentire nonno. Dopo sarebbe diventato una superstar a 360°, non nego che i suoi film mi siano piaciuti, i libri non li conosco, le canzoni belle restano però un pallido ricordo, per quanto mi riguarda.

Secondo me Buon Compleanno Elvis era forte non solo perché avevo 15 anni, ma anche perché un po’ si sentiva che Ligabue si stava giocando tutto. Il “rocker di Correggio” aveva una band nuova, e un suono cambiato, pieno di tremolo, calore, valvole. La “forza della banda” erano corde elettrificate elementari, americane, molto tradizionali. Un cantautore di mezza età scriveva un disco per tutti, popolare, pieno di provincia e con una marcata attitudine da Springsteen italiano.
Una di queste notti ero sveglio e mi sono trovato a riascoltarmelo tutto su Youtube. “Certe notti”, l’unica canzone difficile da suonare, in mi maggiore con accordi che era meglio guardare sullo spartito originale dell’amico di cui sopra. “La radio che passa Neil Young sembra avere capito chi sei”: non conoscevo ancora Neil Young, avrei capito davvero dopo che è cosa giusta e detta bene. “La notte che ti tiene tra le sue tcettce un po’ mamma un po’ porca com’è”: intro porcellina al suo celeberrimo “finché fa male finché ce n’è”. E poi i misteri della dizione: “LeggeVeVero…” perché allungava le vocali aggiungendo la V? “Certe vite passano leggere come le canZoni” e la simpatica Z emiliana. “Troia” la parolaccia più usata del disco. In “Hai un momento Dio?” si palesava tifoso dell’Inter di Moratti. “Il cielo è vuoto o il cielo è pieno” era la mia canzone preferita, ma anche di tutte le altre conservo perfetta memoria ancora oggi (“Viva” e “Vivo morto o X”, “Seduto in riva al fosso” e “Quella che non sei”…) come ben mi sono accorto in quella certa notte in cui chissà come mai stavo sveglio ascoltando Buon Compleanno Elvis.

Sono grato a questo album per quello che è stato per i miei 15+ anni, per me e per i miei amici, stare insieme, qualcosa in comune, canzoni che ci raccontavano ciò che avremmo vissuto poco più tardi, per una manciata di anni e poi basta, forse. Stavolta mi sento di essere grato non a una canzone, non a un cantante, ma proprio a un album.