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Buon inizio settimana indieani. Oggi vi presentiamo Ivan Audero che il 15 dicembre ha pubblicato il primo album “Smiling sadness”, che letteralmente significa “tristezza sorridente”. Il sentimento che sta alla base di questo disco è il paradosso della coesistenza di gioia e dolore nello stesso istante, nello stesso luogo, che portano spesso ad un’insoddisfazione di fondo dell’individuo. Il disco è una raccolta di brani prettamente acustici, realizzati interamente da me con chitarra acustica, armonica e tastiera.
 
1 – In un mondo sempre più incentrato sul web, cosa conta di più tra una pagina Facebook con tanti like e un buon disco?

Credo che le due cose siano complementari. Un buon disco senza una buona promozione rischia di rimanere sugli scaffali a prendere polvere, ed è inutile negare che ultimamente i social network sono diventati un ottimo strumento di marketing. D’altro canto, non bisogna illudersi che i “likes” siano quello che fa la differenza, l’artista deve avere in mano un lavoro convincente e una storia coinvolgente da raccontare al proprio pubblico, altrimenti non si riuscirà mai a creare una vera fan base.


2 – Un aspetto positivo ed uno negativo del fare musica?

L’aspetto positivo è sicuramente che si ha la possibilità di esprimere le proprie emozioni. A volte nelle canzoni parlo di aspetti delicati della mia vita, del mio carattere, che fatico ad affrontare anche con i miei migliori amici. L’aspetto negativo è l’incredibile impegno di tempo e risorse che richiede. Se si vogliono fare tutte le cose a regola d’arte, diventa davvero molto dispendioso. E se non lo si fa, si rischia di rimanere delusi dal risultato ottenuto, indipendentemente dalla qualità creativa del progetto.

3 – Credi che un artista debba schierarsi politicamente?/Approvi la politica nella musica?

Credo che al musicista debba essere lasciata la libertà di esprimersi sui temi che sono a lui più cari. Sarebbe un vincolo troppo importante quello di impedire ai musicisti di schierarsi politicamente. Trovo però sbagliato ritenerli dei “guru”, dei modelli da seguire. C’è una storia molto eloquente al riguardo nella biografia di Bob Dylan: nei primi anni della sua carriera, quando esplose come “voce di una generazione”, era perseguitato dai fans che facevano carte false per incontrarlo. E quando ci riuscivano, gli sottoponevano le domande più assurde, credendo di trovarsi di fronte ad un oracolo. Un artista è semplicemente una persona talentuosa, in grado di esprimere le proprie emozioni mediante l’arte, niente di più.

4 – Cosa ne pensi dell’attuale music business?

È un argomento molto spinoso. Non facendone parte, posso solo esprimere le mie impressioni. E le mie impressioni non sono molto positive. Noto che negli ultimi anni si è dato molto (troppo) spazio a persone che in realtà non avevano nulla da dire, nulla da comunicare. Ci sono sicuramente ottimi artisti che sono riusciti a “sopravvivere artisticamente” in questo mondo, ma la maggior parte sono meteore senza arte né parte che vengono lanciati sotto i riflettori per
qualche futile motivo commerciale. Insomma, a volte è troppo “business” e troppo poco “music”.

5 – Credi che le nuove tecnologie aiutino il rapporto tra musicisti e pubblico o credi abbiano distanziato gli uni dagli altri?

Le nuove tecnologie aiutano senz’altro a diffondere la propria musica. Ma come scritto sopra, devono essere utilizzare come integrazione a tutto ciò che è il mondo musicale di un artista. Sicuramente è importante essere attivi sui social, ma è ancora più importante essere brillanti dal vivo e sapere tenere il palco. Io mi gestisco in autonomia le mie pagine social, non sono esageratamente attivo, scrivo solo quando ho qualcosa da esprimere, ma non trovo che questo mi abbia allontanato dal mio pubblico. Anzi, spesso incontro qualcuno per strada che mi dice “ho visto il tuo posto l’altro giorno, bravo”, e ammetto che provo sempre grande soddisfazione.

6 – Qual è a tuo giudizio il confine tra indie e mainstream?

Il numero di ascoltatori? 😀 Scherzi a parte, ho parlato con molti miei colleghi “indie-pendenti” e questa definizione prende ogni volta sfaccettature diverse. Io continuo ad essere dell’idea che per diventare mainstream bisogna comunque scendere a compromessi. Non dico che sia una cosa brutta, credo che a volte si debba saper accettare il consiglio di che è del mestiere, però a patto che l’anima creativa del lavoro rimanga sempre in mano all’artista. Essere indie significa curare ogni aspetto del proprio lavoro in piena autonomia, con i suoi pro e i suoi
contro.

7 – Cosa pensi del crowdfunding? Lo ritieni un mezzo utile per gli artisti?

Ho sempre avuto grande difficoltà nel chiedere soldi, anche nelle situazioni in cui ero in credito. Non ho mai aderito a nessuna di queste iniziative, e non mi garba particolarmente l’idea.