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E’ sempre un piacere vedere una band come i FASK suonare live. Da quasi 10 anni questi ragazzi di Perugia corrono in lungo e in largo per la penisola, seminando sold out. Abbiamo incontrato Aimone Romizi, voce e frontman della band per una piacevole chiacchierata.

Vi apprestate a iniziare la parte finale del tour di “Forse non è la felicità”. Vuoi fare un bilancio su questa esperienza?

Il disco e il tour sono stati un’esperienza incredibile.  E’ senz’altro il tour più grande che abbiamo fatto nella nostra ormai veneranda carriera. Il bilancio è positivo. Abbiamo suonato in posti dove non eravamo mai stati, come la Sardegna ed ovunque c’è stata una risposta molto fisica. Si sono creati legami con le persone del posto e, per come viviamo noi la nostra musica, è la cosa più bella che può capitarci. Io sono sicuro che se anche un giorno tutto dovesse finire, ci porteremo sempre dietro le relazioni che abbiamo costruito. 


Parlando di “Forse non è la felicità”, cosa vi ha guidato nella scrittura?

Rispetto ai primi dischi siamo strutturati in modo diverso, partiamo dalla musica. Iniziamo a comporre e poi adattiamo alcuni versi. Io nel frattempo faccio i miei viaggi reconditi ed osservo il modo in modo compulsivo e matto, scrivo dei versi e sullo scheletro del brano, strutturiamo la linea melodica e la canzone. Solitamente ci guidano contesti emotivi e personali.

Il vostro impatto live è sempre molto forte, a cosa lo si deve?

Questo deriva proprio dal fatto che parliamo di cose che ci riguardano. In più strutturiamo i pezzi in modo molto democratico, nel senso che tutto deve piacere a tutti. Non possiamo terminare un brano se, per esempio, a qualcuno non piace una linea di basso. Questo poi ci aiuta a comunicare meglio la nostra musica dal vivo. 


Dal momento in cui avete iniziato ad oggi che cambiamenti avete notato nella musica?

Beh sì, un tempo si era più “osceni”. Oggi trovo ci sia un approccio più incentrato su come promuoversi, far girare la propria band, ecc. Il concerto con 5 persone adesso sembra sbagliato. Noi siamo partiti dall’idea di suonare sempre al massimo, indipendentemente dal pubblico presente. Oggi sembra che tutto debba essere necessariamente bello, sold out, ecc. Per noi lo slancio era suonare e condividere le nostre sperimentazioni sonore di fronte ad altri. Oggi è tutto più composto, meno “caciarone” e un pò mi manca. Mi sembra si sia persa un pò di spontaneità.

Siete spesso definiti come una band indie rock o alternative. Vi riconoscete in queste etichette? Vi sentite parte di una scena?

Questa domanda è sempre difficile. Secondo me tutto viene molto connesso al proprio background. Io  per tutta la vita ho sempre ascoltato musica depressa e incazzata e quando c’è un filone musicale più felice mi sento un pò disperso. Quando sento le mie canzoni mi sembra di comunicare qualcosa di punk o incazzato. Invece ho incontrato persone che fanno associazioni a cui non avrei mai pensato. Per me non è tanto importante rientrare in una certa categoria, è più importante capire se la mia musica impatta su qualcuno. Se riesce a creare connessioni. Noi facciamo musica per cuori e per teste.


Avete suonato moltissimi concerti, ce n’è uno in particolare che vi ricordate?

Ne ho un milione di concerti che mi porto nel cuore. Il tour di Hybris ha fatto 150 date, ho fatto tantissimi concerti e me ne ricordo moltissimi. Ogni concerto mi muove in modo diverso e per me sono davvero tutti importantissimi. Dai più difficili a quelli più soddisfacenti. Di sicuro un primo Alcatraz è stato un concerto di cui ho sentito il “peso”.

Ci sono aspetti che trovi difficile nella vita in tour?

Sì decisamente. Certo rispetto ad altri lavori più pesanti, ci sentiamo estremamente fortunati. E’ comunque una vita pesante. Non si ha una quotidianità, viaggi moltissimo, dormi pochissimo. I ritmi sono molto alti, non sempre si viaggia comodi e a fine giornata hai sempre un concerto da fare, come un esame da dare che però dà sempre un’enorme soddisfazione.

Quando vi siete resi conto di essere diventati dei musicisti di professione?

Alla fine del tour di Alaska. Ricordo il giorno in cui ho pagato le bollette con dei soldi guadagnati con la musica.

Cosa consigli a chi vuole fare musica oggi?

Credo che non ci si debba domandare cosa serve oggi per fare musica. Se ti fai questa domanda, vuol dire che non ti stai chiedendo cosa vuoi suonare e cosa ti piace e muove il tuo cuore. So che sembra un discorso fricchettone ma io invito sempre tutti a ragionare su sé stessi. A capire se quello che stai comunicando è quello che veramente vuoi comunicare. Nel nostro caso ci siamo sempre chiesti se la musica che stiamo suonando, è musica che avremmo ascoltato, che ci avrebbe colpito. Se la risposta è sì, da qualche parte ti porterà perché lo slancio di fare qualcosa che ti soddisfa colpirà qualcuno. Ragionare troppo su cosa funziona o meno, non porta da nessuna parte. Il concetto di “sfondare nella musica” è deleterio per la musica stessa. Bisogna tornare a una purezza comunicativa che distrugge le barriere. 

Sito ufficiale

Potrete vedere i FASK live in queste date

09/02 Arezzo – Karemaski 
10/02 Ravenna – Bronson 
16/02 Roncade (TV) – New Age
17/02 Palermo – Candelai
23/02 Torino – Hiroshima Mon Amour 
02/03 Santa Maria a Vico (CE) – Smav 
03/03 Roma – Monk Circolo Arci
09/03 Milano – Magazzini Generali
10/03 Firenze – Flog 

17/03 Perugia – Urban