Il portale della musica Indie italiana
Augh Indieani! Oggi vi presentiamo i Cobram, band di casa perché formatisi a Torino dalla collaborazione tra il cantante e Dj DonDiego ed il produttore e chitarrista Pol, al quale si aggiungono il bassista Simone Pollino ed il batterista Stefano Angaramo. Il loro primo disco è in uscita a Febbraio e si intitolerà “A cosa stai pensando?”, edito dall’etichetta Capogiro. Ecco a voi le loro risposte alle nostre domande impertinenti.
 
1 – In un mondo sempre più incentrato sul web, cosa conta di più tra una pagina Facebook con tanti like e un buon disco?

Siamo fan dei contenuti più che dei contenitori, una pagina Facebook con tanti
like può essere un ottimo strumento di promozione se hai qualcosa da proporre,
può essere un megafono molto potente se hai qualcosa da dire, ma se stai vendendo un pacchetto vuoto con una carta scintillante una volta tolto il nastro
si svela il trucco e non rimangono nemmeno più i like.
Crediamo nei dischi come espressione artistica e veicolo di emozione, crediamo
nella potenza del web per poter trasmettere questa emozione il più lontano
possibile, ma i dischi potranno sempre vivere senza web e non viceversa.

2 – Un aspetto positivo ed uno negativo del fare musica?

L’aspetto positivo del fare musica è la musica stessa, il senso di libertà nel potersi mettere a nudo senza imbarazzo, l’entusiasmo della creazione, l’adrenalina del palco, la sensazione di sentirsi speciali anche se hai sempre avuto l’atteggiamento di quello dell’ultimo banco. La musica è un’amante esigente che sa ricambiarti della stessa passione con la quale la alimenti.
L’aspetto negativo è che non viene presa mai troppo sul serio, ci sentiremo dire
“ah fai il musicista, ma di lavoro vero cosa fai?” finché non saremo il Vasco o il
Ligabue 2.0.
Spesso è difficile trovare lo spazio per suonare la proprie canzoni, è difficile
trovare qualcuno che voglia investire su ciò che fai o che non provi a pagarti con
una birra media o una pacca sulla spalla. Però siamo degli inguaribili positivisti
quindi allarghiamo i gomiti, ci facciamo spazio e andiamo avanti!

3 – Credi che un artista debba schierarsi politicamente?/Approvi la politica nella musica?

Crediamo che la musica come ogni forma d’arte sia la libertà di esprimere se
stessi e di mandare dei messaggi che colpiscano le persone, quindi se un artista
vuole identificare la propria arte con il proprio credo politico è libero di farlo.
Noi preferiamo comunicare al di fuori della politica, nelle nostre canzoni si trovano riferimenti sociali ma non politici e se anche dovessero capitare dentro
ad uno dei nostri testi sarebbe sicuramente con un tono dissacrante e non propagandistico.
In ogni caso non critichiamo chi lo fa o lo abbia fatto in passato, per quanto ci
riguarda siamo politicamente rammaricati di non poter votare per il partito dell’amore alle prossimi elezioni.

4 – Cosa ne pensi dell’attuale music business?

L’attuale music business è specchio più del lato business che del lato music.
Il mondo della musica negli ultimi trent’anni ha subito una rivoluzione che ha
portato delle trasformazioni stravolgenti, ha cambiato il lavoro delle case
discografiche, ha cambiato i supporti di ascolto e di conseguenza la qualità
dell’ascolto stesso, ha reso le canzoni e gli artisti strumenti di consumo ancor più di quanto non fosse in passato.
Ormai si comprano le singole canzoni, è molto difficile che si acquisti un intero
album, è un po’ come se Van Gogh avesse passato gli anni migliori a disegnare
un sacco di quadri con un solo girasole anziché dipingerne un campo intero in
una volta sola, si è perso un po’ il senso dell’opera.
Lo spazio dedicato ai nuovi artisti e alla musica emergente è stato intasato
come tangenziali nell’ora di punta da personaggi usa e getta che vengono
prodotti in serie ogni anno dai talent e che spariscono con la stessa velocità con
la quale ci si innamora di loro.
In compenso ci sono molte più possibilità di farsi conoscere e di entrare in
contatto con artisti ed etichette importanti grazie alla rete, se vuoi far sentire ciò
che fai hai più strumenti per entrare in contatto con qualcuno che possa aiutarti
ad uscire dal mazzo come un fante di cuori in mezzo ad un mare di due di
picche.

5 – Credi che le nuove tecnologie aiutino il rapporto tra musicisti e pubblico o credi abbiano distanziato gli uni dagli altri?

Credo che le nuove tecnologie aiutino il rapporto con il pubblico, i concerti oggi
grazie alla tecnologia prendono la gente per mano e la portano dentro allo
spettacolo, fanno vivere loro un’esperienza che va oltre alle canzoni, la portano
in un altro mondo a fare un viaggio come attraverso l’armadio di Narnia.
La tecnologia accorcia le distanze e trasforma i punti di vista, bisogna soltanto
ricordarsi sempre di navigarla e non di farsi travolgere.

6 – Qual è a tuo giudizio il confine tra indie e mainstream?

Oggi il confine tra indie e mainstream si sta mescolando un po’ ma non abbastanza da confondere l’identità delle due correnti.
La “moda” dell’ascoltare indie credo sia nata dal rigurgito di chi si approccia alla
musica con la curiosità della scoperta di qualcosa di nuovo, con chi ricerca
ancora artisti nei quali identificarsi senza che siano necessariamente belli, con
le sopracciglia rifatte o famosi ancora prima di aver scritto una canzone ed
imparato un giro di Do, ma solo perché sono amici di Maria o perché hanno un
non meglio specificato fattore X nel DNA.
La corrente indie ha spalancato le finestre per far entrare una folata di vento
fresco dopo troppa aridità musicale, ma come ogni bufera si è portata dentro un
sacco di roba che è stata catalogata tutta con la stessa etichetta pur avendo
grandi differenze in termini di qualità nella ricerca di suoni e melodie, nei testi e
nella capacità di stare su un palco ed instaurare un rapporto con il pubblico.
Nel maremagnum dell’indie chi ha avuto l’occasione ha cavalcato l’onda per
approdare comodamente su una sdraio al sole del mainstream, dopotutto
diventare famosi e guadagnare il più possibile con il proprio lavoro anche a
condizione di scendere a compromessi è un peccato umano che probabilmente
è più facile da criticare da parte di chi quell’occasione mai l’ha avuta e mai
l’avrà, anche se siamo convinti che entrare o meno nel mainstream non sia
assolutamente una certificazione di qualità, anzi…

7 – Cosa pensi del crowdfunding? Lo ritieni un mezzo utile per gli artisti?

Viva il crowdfunding!! Per fare un disco servono soldi e non tutti sono figli di
qualcuno che abbia dei soldi da spendere o delle entrate che gli possano
permettere di investire abbastanza denaro.
Noi abbiamo autoprodotto al 100% il nostro disco e fatto piangere i nostri conti
in banca, abbiamo un lavoro “normale” e investiamo i nostri risparmi nella nostra musica perché crediamo in quello che facciamo e abbiamo una passione così forte da rasentare la follia.
Non siamo mai ricorsi al crowdfunding ma lo sosteniamo, è un bel modo per
ricevere aiuto e affetto da gente che spesso nemmeno ti conosce ma decide di
credere in te, ha un non so che di romantico, ora che ci penso verrebbe quasi
da scriverci su una canzone!!