Il portale della musica Indie italiana
E’ uscito il 19 Dicembre per la New Model Label, il nuovo disco di Saffir Garland, al secolo Gilberto Ongaro, cantautore e tastierista che fa della musica un veicolo di intrattenimento divertito e profonde riflessioni..
 

1 – In un mondo sempre più incentrato sul web, cosa conta di più tra una pagina Facebook con tanti like o un buon disco?

E’ una domanda retorica, ovvio che per un musicista (dovrebbe) contare fare un buon disco, mentre per il suo social webmaster contano i like e le visualizzazioni. Siccome spesso le due figure coincidono, perché non tutti nuotano nell’oro per pagare un esterno, stiamo diventando schizofrenici. Per me contano contenuto e forma della musica, poi se mi devo arrangiare per la comunicazione ci metterò più tempo, ma almeno arriva quello che deve arrivare, senza filtri.

​2 – Un aspetto positivo ed uno negativo del fare musica?

Positivo è che trovi un’espressione laddove la parola non basta. Negativo è
che per lavorare con la musica bisogna farla tutta, anche quella che non ti
piace, al di fuori dei tuoi progetti personali.

3 – Credi che un artista debba schierarsi politicamente?/Approvi la politica nella musica?

Per me la musica è uno spazio più vasto della politica, è impossibile non essere
politici. Se un artista vuole schierarsi apertamente o meno, è indifferente, perché già la sua musica lo fa. Beethoven, con le sue sinfonie allungate, rappresenta la purezza nella musica, ma è anch’egli politico: per il suo tempo, ha rappresentato la libertà individuale del musicista che esprime se stesso. Poi c’è chi scriveva “per grandi committenti” come la Chiesa o le istituzioni pubbliche, quindi un dialogo tra conservatori e progressisti esiste sempre anche
all’interno della musica stessa, ma a un livello filosofico elevato, non stiamo
certo parlando di bandierine rosse o nere.

4 – Cosa ne pensi dell’attuale music business?

Eh? Cito Quincy Jones: “There is no music industry”.

5 – Credi che le nuove tecnologie aiutino il rapporto tra musicisti e pubblico o credi abbiano distanziato gli uni dagli altri?

Li ha avvicinati spaventosamente. Siamo tutti musicisti e tutti pubblico.
Distanziarli non era per niente un fattore negativo, non c’è più magia. Suonando dal vivo ho visto persone che salgono sul palco per sbirciare la scaletta e dirmi
cosa devo suonare. Il palco è uno spazio sacro! Se sui social ci salutiamo, non
puoi interrompere lo spettacolo in corso, è come se venissi in ufficio a rovesciarti
le piante!

6 – Qual è a tuo giudizio il confine tra indie e mainstream?

Se l’avessi capito, sarei già su Raiuno. Il confine oggi penso sia tutto basato sui
contenuti, perché tante produzioni pop suonano indie, e tanti indie sono
indipendenti anche dal buongusto…

7 – Cosa pensi del Crowdfunding? Lo ritieni un mezzo veramente utile per i musicisti?

Eh lo chiedi alla persona sbagliata, io sono rimasto scottato dal crowdfunding,
mentre amici e amiche che l’hanno utilizzato ne hanno tratto vantaggio. Come
tutte le cose, bisogna saperci fare. Gli strumenti ci sono tutti per vivere di
musica, il problema è che invece di adattarli alle nostre esigenze, oggi siamo
noi che dobbiamo servire le esigenze degli strumenti. Ecco perché oggi molti scrivono cercando di definire un nuovo, noi siamo questo, noi siamo quello, come stratagemma per farti sentire della nostra squadra di fan. Questo mi ricorda cosa disse Gaber: “Questa voglia di stare insieme (…) anche quando non c’è più niente da dire (…) quando non c’è più l’urgenza e nemmeno una vera ragione, è proprio lì che vien fuori il bisogno di aggregazione”.