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UNREAL CITY - Intervista alla band

Gli Unreal City sono un'interessante realtà italiana, nata nel 2008 dall'unione del tastierista Emanuele Tarasconi e della chitarrista Francesca Zanetta. Nel corso della loro carriera hanno suonato in tutta Europa e condiviso il palco con delle autentiche leggende come il Banco del Mutuo Soccorso. Li abbiamo incontrati in occasione dell'uscita del loro ultimo disco "Frammenti notturni", pubblicato il 10 Settembre scorso.

1 - In un mondo sempre più incentrato sul web, cosa conta di più tra una pagina Facebook con tanti like o un buon disco?

Facebook, ma in generale è una problematica che riguarda tutti i social media, è una piattaforma virtuale di estrema importanza per chiunque oggi voglia fare musica. Permette di mostrare ciò che si produce, di pubblicizzare il proprio lavoro, di promuovere la propria attività live, di proporre ascolti gratuiti delle proprie creazioni e, forse la cosa più originale, permette un contatto molto più diretto fra l’artista e il pubblico. Attraverso Facebook, il fan può seguire i propri musicisti preferiti seguendoli “virtualmente” nei backstage dei concerti, nelle dirette degli incontri o delle sedute di registrazione, nelle prove o nei momenti di relax. E’, d’altronde, quello che cerchiamo di fare anche noi con la nostra pagina, o con il nostro canale youtube o con il nostro profilo su instagram: l’esperienza dei social network va nella direzione di accorciare la distanza fra pubblico e artista. Va da sé che alla base di queste possibilità crediamo sia imprescindibile che vi sia un proposta artistica di qualità: purtroppo, e negli ultimi anni sempre maggiormente, piattaforme come youtube o Facebook hanno creato un certo qual margine di indifferenziazione fra la figura dell’artista e quella della facebook star o dello youtuber. Ad ognuno il proprio lavoro, sia chiaro, non abbiamo nulla contro gli youtuber o gli influencer di Facebook, non c’è alcun giudizio qualitativo in merito. Solo riteniamo che queste due figure debbano necessariamente essere distinte, e su questa falsa riga possiamo dire che la presenza e l’attività di un artista sui social network sia necessariamente subordinata ad una proposta musicale curata e di qualità.



2 – Un aspetto positivo ed uno negativo del fare musica?

Credo che ognuno abbia, nella propria esperienza musicale, delle esperienze positive e delle esperienze negative che agendo come una sorta di traccia orientano il proprio percorso artistico. Per quanto riguarda noi, che cerchiamo di sostare in quel complesso interstizio fra il progressive rock e l’indie rock, crediamo che l’assoluta libertà da vincoli stilistici e manierismi vari sia l’aspetto maggiormente positivo del nostro modo di fare musica. La grande lezione del progressive rock degli anni ’70, d’altronde, è proprio questa: si gioca con la musica, si gioca a contaminarsi continuamente, a farsi attraversare da molteplici impressioni ed influenze, si sperimenta con con gli strumenti, li si trasforma con l’effettistica. Il prog è un grande metodo di decostruzione e desacralizzazione di strutture musicali, che siano la musica classica, il jazz, la fusion, la world music, il punk, l’elettronica, la new wave. Quello che il prog propone è un’annientamento teorico dei confini: l’artista-artigiano è da solo insieme ai suoi oggetti-strumenti (immagine che si riflette, talvolta in modo un po’ ingenuo, nei muri di tastiere dei gruppi degli anni 70) che manipola seguendo le proprie impressioni immediate. Ovviamente il rischio è quello di sconfinare nel ridondante, nel barocchismo. Una vecchia battuta recita che “Tales From Topographic oceans” degli Yes (doppio album contenente solo quattro brani della durata di venti minuti ciascuno) sarebbe uno dei dischi fondamentali della storia del punk, se non altro perché avrebbe messo in evidenza il punto di non ritorno al quale era giunto il prog nella seconda metà degli anni ’70. Il nostro lato maggiormente indie tenta di arginare questo problema, mettendo un freno ad una spinta che, alla lunga, diventerebbe deleteria. L’aspetto negativo di muoversi in questo interstizio è la risposta, davvero imprevedibile ed estremamente localizzata, del pubblico. Il nostro pubblico più numeroso e accogliente è quello canadese e quello statunitense, mentre in Europa i paesi nei quali suoniamo con più frequenza sono l’Olanda, il Belgio, la Germania, la Svizzera, l’Austria e la Francia. In Italia l’affermazione di un gruppo con influenze progressive è molto più lenta e complicata, al di là della –comunque imponente – nicchia di affezionati. Pian piano, questo connubio di Prog e indie sembra dare i suoi frutti, e siamo enormemente soddisfatti di poter registrare un disco come “Frammenti Notturni”, di pubblicarlo su Cd e vinile e di promuoverlo con un lungo tour che è partito da Rotterdam con il release party dell’album, attraverserà l’Europa per arrivare in Canada a Québec City ad Ottobre e transiterà per tre date negli Stati Uniti –Boston, Chicago, New Jearsey-. Si tornerà poi in Italia, per una data al mitico club “Il Giardino” di Verona il 10 Novembre, e già si preannunciano progetti di concerti in oriente...

3 - Credi che un artista debba schierarsi politicamente?/Approvi la politica nella musica?

La musica è principalmente un dispositivo biopolitico, per dirla con Foucault, ed è una qualità che già aveva messo in luce Platone, quando nel dialogo La Repubblica, sottolinea il ruolo che ha la musica nell’influenzare gli affetti delle persone e nello spingerli ad agire in un modo piuttosto che in un altro. Abbiamo tanti epifenomeni che si dipanano a partire da questa osservazione. Pensa alla Marsigliese: prima della rivoluzione francese era una canzone contadina, un canto popolare; poi, influenzata dal clima illuministico e rivoluzionario in poche decine d’anni passa ad essere una canzone di guerra per, infine, imporsi come inno rivoluzionario. Oppure l’An die Freude di Beethoven, che negli anni è stata suonata e celebrata tanto da terribili regimi dittatoriali quanto da grandi democrazie. Nella modernità abbiamo fenomeni simili, con l’arrivo del jazz negli stati uniti, la “musica degenerata” degli afroamericani, o con l’italicissima divisione fra musica andina – di sinistra – e musica celtica – di destra – negli anni 70. E poi Joan Baez, Bob Dylan, Bruce Springsteen, Woodstock, l’isola di Wight, il punk, il britpop... Non si può far musica senza fare, di riflesso, della politica, e questo che l’artista ne abbia o meno l’intenzione: è strutturale, è l’effetto immediato della pubblicazione di un’opera artistica. La musica trascina dietro di sé un significativo correlato ideologico, che sia la “Storia di un impiegato” di De André o “Questo piccolo grande amore” di Baglioni. Dietro ad ogni opera d’arte, vi è un artista che (consapevolmente o meno) prende una posizione ideologica e quindi politica.

4 – Cosa ne pensi dell’attuale music business?

Non credo esista una sola direzione del music business, credo che ogni esperienza componga una storia a se stante originale e impossibile da sussumere in un orientamento generale. Il mondo del progressive rock, per esempio, è graziato da un pubblico che ancora acquista molti dischi fisici, che predilige il vinile al digitale e, se può, evita sia la pirateria sia l’ascolto in streaming sui portali musicali. Di contro, la distribuzione è estremamente atomizzata, e non sono molti i negozi che hanno il coraggio di mettere in vetrina il disco di un gruppo prog che non sia fra i super-classici del genere. Paradossalmente, si potrebbe arrivare a dire che questo genere, in Italia, è abbastanza poco frequentato, e se si hanno delle buone idee (che non significa non avere dei riferimenti storici ben precisi) c’è ancora possibile ritagliarsi un margine di visibilità. Torniamo alla questione già accennata dei social network: molti colleghi, nel nostro ambiente, inciampano proprio sulla questione della promozione che l’artista, oggi, è chiamato a farsi tramite il web. Per noi è al contrario una parte importantissima (e sotto alcuni aspetti anche molto divertente e soddisfacente). Idee originali, contenuti forti, buona produzione e altrettanto buona promozione, unitamente, sono fattori con i quali è possibile scardinare una visione persecutoria del music business come mondo chiuso, impermeabile, frustrante. Finchè c’è musica, c’è libertà, c’è un certo qual tipo di amore che è la più potente e profonda critica al sistema –anche musicale – che un musicista possa fare.

5 – Credi che le nuove tecnologie aiutino il rapporto tra musicisti e pubblico o credi abbiano distanziato gli uni dagli altri?

Nuove o vecchie che siano, il grande criterio attorno alla questione della tecnologia riguarda la modalità con cui si utilizza. Le tecnologie riguardano gli oggetti che l’uomo utilizza come strumenti con cui realizzare opere che prima pensa. Quando la tecnica prende il sopravvento sull’idea, allora il messaggio non potrà essere che di freddezza, e questo prescinde da qualsiasi distinzione di genere musicale od artistico in senso lato. Durante le registrazioni del nostro ultimo album, “Frammenti Notturni”, c’è stato un momento molto emozionante. Eravamo al mitico Studio 2 di Padova e stavamo registrando un assolo di chitarra molto strano, strutturato sul sistema atonale. Insieme a Cristopher, l’ingegnere del suono, ci stavamo scervellando alla ricerca di un suono che potesse riflettere l’atipicità di quella partitura. Ebbene, nel giro di un paio d’ore, il pavimento dello studio era disseminato di effetti, delay, distorsori, wha, modulatori di frequenze, phaser, tremoli, un Binson Echorec e un amplificatore leslie a valle. Si faceva realmente fatica a camminare in mezzo a tutti quei pedali. Mentre Francesca, la nostra chitarrista, suonava, io e Cristopher manipolavamo quegli effetti in tempo reale, destrutturando quel suono, facendolo letteralmente a pezzi per poi ricomporlo, prima più lento e poi più veloce, prima più scuro e poi più chiaro. Quella modalità di registrazione ci piacque così tanto che la riutilizzammo in un altro brano, questa volta applicandolo su una parte di pianoforte elettrico, e in quel caso fu totalmente diverso: il Rhodes suonava come uno strano sintetizzatore distorto, instabile, isterico, meraviglioso. Sono solo due esempi, che riporto in quanto ne ho avuto un’esperienza diretta, del fatto che se controllata, la tecnica risulta essere la migliore amica di un musicista.

6 – Qual è a tuo giudizio il confine tra indie e mainstream?

C’è un senso per il quale io credo che si debba sganciare il termine indie dall’identificazione a un’indipendenza di certa musica dalle grandi etichette discografiche commerciali. Non credo abbia più molto senso, ad oggi, smettere di definire un artista indie solo perché firma un contratto con una major. Quello che mi piace pensare, dal nostro stretto e difficile interstizio fra prog e indie, è che la vera indipendenza sia principalmente artistica. Paradossalmente, è un’attitudine molto prog: l’artista indie è quello che fa proprie delle regole per superarle, alle volte seguendole, altre rimanendo distante da esse, in una sorta di tentativo di perenne pro-gettualità, di rilancio costante della puntata. Il vero musicista indipendente, a mio avviso, è colui che è sempre fuori di sé, fuori dal proprio “centro di gravità permanente”, fuori dal proprio Io, in un processo di costante (auto)negazione. E’ una posizione arrischiante, anticommerciale, frustrante, ha qualcosa di egoistico e di narcisistico. Al contrario, un artista che “trova la sua strada” (come la vulgata comune – molto X Factor - intende il punto di capitone del percorso di un musicista), ritagliandosi un personaggio e una direzione e seguendo in modo pedissequo questo solco, di fatto diventa dipendente da esso, e questo tipo di vincolo è, a nostro avviso, molto più deleterio di qualsiasi firma con una major.

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1 - In un mondo sempre più incentrato sul web, cosa conta di più tra una pagina Facebook con tanti like e un buon disco?
Senza dubbio conta di più un buon disco, una pagina con tanti like porta tanti like alle foto e tanti commenti, ma non porta le persone ai live.. quello lo fa solo la musica fatta bene.