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E’ uscito lo scorso lunedì in digitale “ATLAS/INSTRUMENTAL”, la versione strumentale del sorprendente esordio da solista di Pieralberto Valli, per la Ribèss Records. Un disco tra elettronica, minimalismo, ambient e sperimentazione che si compone di brani senza voce, solo strumentali, composizioni in bilico tra colonne sonore e viaggi dell’anima. “Atlas/Instrumental” predilige il pianoforte, piega a sé l’elettronica, ma non strizza mai l’occhio al mondo sintetico del pop odierno. E’ pop su un sentiero alternativo. Abbiamo incontrato il formidabile pianista per una chiacchierata su musica moderna, social e music business.

1 – In un mondo sempre più incentrato sul web, cosa conta di più tra una pagina Facebook con tanti like o un buon disco? 

Io non credo che il mondo sia incentrato sul web. Il mondo è quella cosa che si vede fuori dalla finestra. Il web è una astrazione composta da una serie di algoritmi. Se non avessimo più energia elettrica il web si spegnerebbe, ma il mondo continuerebbe a girare. Un disco è il risultato dell’espressione e della creatività umana. O almeno dovrebbe esserlo. No? 

2 – Un aspetto positivo ed uno negativo del fare musica?

Non credo ci siano aspetti negativi nel fare musica. Semmai ci sono aspetti negativi nel fare brutta musica.

3 – Credi che un artista debba schierarsi politicamente?/Approvi la politica nella musica?

No, non mi è mai piaciuta. Non mi piaceva in passato, quando c’era tutta una tradizione di impegno politico e non mi piace ora. Ho sempre preferito le persone disallineate, che dicevano esattamente quello che nessuno voleva ascoltare. Fare politica significa conformarsi a un’idea, e questa è l’esatta antitesi dell’arte.

4 – Cosa ne pensi dell’attuale music business?

Non ho un pensiero al riguardo e non è un mondo che conosco abbastanza bene. Io curo il mio giardino, con molta dedizione e con molto amore.

5 – Credi che le nuove tecnologie aiutino il rapporto tra musicisti e pubblico o credi abbiano distanziato gli uni dagli altri?

Li hanno avvicinati sin troppo. A me piaceva il mondo in cui non vedevo le foto dei miei idoli mentre si facevano la doccia o mentre appoggiavano una campagna su change.org.

Poi bisognerebbe chiedersi “chi è il pubblico” oggi: mettere like significa essere pubblico? Andare a un concerto per scattare una foto significa essere pubblico? Non lo so, sono ancora ancorato a una realtà in cui le persone si guardano in faccia e si giudicano in base a quello.

6 – Qual è a tuo giudizio il confine tra indie e mainstream?

Non esiste. Sono due parole vuote.