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Dopo tre anni di dolce distanza, questi del campeggio hanno imparato finalmente a conoscermi: sono sorridente, educato, pulito, mi sforzo di parlare francese (una volta ho anche detto “c’est super!”), sono rispettoso di tutto e di tutti. Ma mancava una cosa per farmi amare davvero. La simpatia, la maledetta simpatia. Alcune sere fa mi sono messo a suonare la chitarra, che ho portato qui per la prima volta. Una piccola chitarrina, perché quella normale non sta in macchina (quasi quasi mi compro il sarcofago!). Io pensavo di fare Brassens o Brel, e invece ho finito per cantare Umberto Tozzi, Ricchi e Poveri, Eros Ramazzotti. Per carità, me lo aspettavo e sono stato al gioco. 




È stato divertente. Si sono messi addirittura a ballare il lento su “Ti amo”. Ma il problema non è questo. È la simpatia. Perché dal giorno successivo il tipo del campeggio ha iniziato a sorridermi in modo diverso, mi ha offerto una birra, non ha più corretto il mio francese eccetera. E oggi mi ha detto: “se vuoi domani puoi prendere il mio kajak gonfiabile, te lo presto”. Io dentro di me pensavo: “ma figurati”. Figurati se mi metto sul kajak, se mi allontano dalla riva, se mi metto a guardare i pesci, se mi metto a far cosa sola con la natura, se mi metto il salvagente addosso, se poi torno in spiaggia e dico “bello, è bellissimo, un’emozione incredibile”. Figurati. Ma ho commesso l’imprudenza di dirlo a mia moglie e alla bimbe. Hanno iniziato a dirmi che mi devo buttare ogni tanto, che sono noioso, che prima ero diverso (prima di che?), che sono fastidioso eccetera. Hanno ragione, sicuramente. Ma è proprio l’entusiasmo, la novità, l’esperienza, che mi deprime. È il bambino che fa l’adulto e l’adulto che torna bambino, ma soprattutto il secondo, che mi affatica senza speranza.  E ho cercato di spiegarlo alle bimbe tutta la sera. L’altro giorno siamo andati al parco avventura. Le bimbe erano un po’ distanti a fare il loro percorso. Io, sdraiato sul prato, guardavo con incredulità adulti, tantissimi adulti, sopra di me, scorrevoli come non mai sul cavo d’acciaio, attaccati a un giocondo moschettone. Erano a venti metri d’altezza, a gridare di paura e di entusiasmo. Ma torniamo al kajak e a Umberto Tozzi. Tutto è iniziato con la mia simpatia, con la mia chitarra. La simpatia ha reso bella quella serata, ma ha rovinato questa, anche perchè alla fine il kajak ormai sono obbligato a prenderlo: mica posso deludere il tipo e la mia famiglia! Meglio dire” ok, lo prendo”, e non pensarci più. Ma potrei sempre dire alle bimbe, sul più bello: “no, che peccato, non si gonfia, forse è bucato!”.