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Il prototipo del cantante country: cappello, giacca con le frange, cravatta e quei pezzi country-blues che parlano di amore, solitudine e tramonti.

Hank Williams è una star del suo genere. 11 brani al numero uno delle classifiche country, 17 nella top ten tra il 1947 ed il 1954 ma nonostante questo, la schiavitù dalla droga si fa sentire.


Afflitto fin da giovane da una malformazione alla spina dorsale curata con la morfina, ne diventa presto assuefatto.

E’ il 1953 e i suoi live si sono protratti tra grandi successi e profondi fiaschi. Quando è in forma Hank è capace di reggere anche tre ore di concerto ma se si lascia andare, è la fine. Si dice che una sera abbia bevuto più lui di tutto il resto della band. E quella sera pare non abbia brillato sul palco.

Ad ogni modo è Dicembre e lui ha in programma un concerto il 31 a Charleston.
A fargli da autista chiama Charles Carr, studente neopatentato e senza il becco di un quattrino.

Il viaggio viene interrotto da una forte bufera e durante le soste Hank non perde l’occasione per farsi un goccio.

Tra un ritardo e l’altro diventa presto palese che non sarebbero mai arrivati in tempo. Hank concorda quindi con il suo agente un altra data, l’1 Gennaio a Knoxwille.

Via di nuovo quindi in strada, lui dietro, steso sui sedili posteriori e Carr davanti a guidare come un matto nella neve per più di ventiquattro ore filate. 

Finalmente alle 5:30 del mattino, stremato, si accorge che a Williams è caduto il soprabito. Lo raccoglie e si accorge che Williams non respira.

La corsa in ospedale è inutile e alle 7 del mattino Hank Williams viene dichiarato morto.
Sul taccuino che aveva con sé, contenente gli appunti per le sue nuovi canzoni, una frase recita “then the fateful day came”.