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Pensa un attimo al tuo gruppo preferito, voce chitarra basso batteria, e poi immaginali nel momento in cui si trovano a mettere in fila quei dieci pezzi registrati per l’album nuovo. Bisogna fare la cosiddetta “tracklist”. Bisogna mettere in sequenza i pezzi in maniera armonica, scorrevole, elegante. Si tratta di un rompicapo spesso irrisolvibile. Un vero gruppo, arrivato a questo punto, litiga. Ma arriveranno a una decisione finale, e questa assomiglierà incredibilmente alla teoria che ora ti vado a svelare.

Esiste un modello universale non scritto per cui nella tracklist ogni canzone ha un ruolo. Ti dico come la vedo io per quanto riguarda i gruppi rock. Questa è una teoria, anzi un pattern, anzi un algoritmo, anzi un template, anzi chiamalo come vuoi, anche “galateo per una tracklist armonica e vincente” che puoi misurare in tutti gli album che hanno formato il tuo gusto musicale. Puoi trovare qualche eccezione, chiaro, ma senza eccezioni che regola è?

 
La 1.
La 1 deve spaccare il culo ai passeri. “La botta di energia del rock”, come canta Federico Fiumani. Una bombetta killer di 3 minuti, se possibile introdotta da un riff come minimo irresistibile. Se il tuo artista preferito non ha questo tipo di pezzo, è inutile che faccia il disco.
 
La 2.
La 2 cazzo se è figa! Non è un singolo ma quasi. Non è un inno ma quasi. Non è un capolavoro ma quasi. Il 2 d’altronde non è il numero del doppio ma il numero del quasi. Quasi te lo spiegherei, ma anche questa canzone finisce piuttosto in fretta e dobbiamo passare alla…
 
La 3.
La 3 è il singolo. Più precisamente, il primo singolo, “quello che anticipa l’album”. È la canzone che sentirai ancora un milione di volte perché diventerà famosa. È un buon pezzo ma non sarà mai il tuo preferito. Robusto, ma con un tiro un po’ paraculo e ritornello pettinato. Te ne stuferai e parlando con i tuoi amici dirai frasi del genere “…che poi, il singolo è la più brutta dell’album…”
 
La 4.
La 4 è il secondo singolo. È la ballata per limonare, il lentone con melodia puttanissima. Adult Oriented Rock, segnatelo. Il tuo artista preferito l’ha scritta a casa sua per la sua ex fidanzata (che è modella o attrice o cantante figa) nel momento di maggiore sofferenza per la separazione. Insomma, ha capitalizzato la sofferenza componendo una canzone d’amore che gli consentirà di schiacciarsene dieci al giorno ma senza guarire mai da quella tipica sofferenza d’artista procuratagli dalla sua ex. La sofferenza piace, poco ma sicuro. Soffrono persino gli artisti, figurati la gente normale!
 
La 5.
La 5 è brutta, ma poi la rivaluti. Hai presente quei pezzi che a forza di sentirli poi ti piacciono? Possono essere di due tipi: il primo è il classico tormentone estivo. Il secondo è la 5.
 
La 6.
La 6 è quella con l’ospite. Uno famoso. Ma in quel pezzo la sua voce è abbastanza irriconoscibile, anomala, forzata, distante. Una maldestra operazione discografica, è evidente. Tutto sommato una delusione, se devi essere sincero, ma un buon argomento di conversazione con gli amici fan dell’ospite famoso.
 
La 7.
La 7 è una canzone normalissima in linea con la produzione del gruppo. Se sei un fan distratto, non la noterai neanche. Se sei un fan convinto, le riconoscerai un valore nell’economia della tracklist (“dovevano riempire il disco”). Se sei un fan appassionato/fuori di testa, un giorno diventerà la tua canzone preferita della band, per una o due settimane, poi il tuo pezzo preferito diventerà la 7 dell’album precedente.
 
La 8.
La 8, attenzione: è un’altra ballata. Ma di quelle un po’ ruvide, forse troppo mature, certo anticipatorie di una nuova consapevolezza, ma probabilmente inutili. In breve: la 4 è wannabe, la 8 è might have been. (Segnati anche questa.) Uscirà come singolo solo a giochi fatti, quando il tour si sta concludendo e bisogna sparare le ultime cartucce.
 
La 9.
La 9, accidenti, poteva essere la 1. Solo che erano un po’ simili e l’hanno messa in fondo. Peccato perché merita. Ma la tua attenzione ormai sta scemando, è passata più di mezz’ora dall’inizio di questo album e intanto hai acceso la TV, o stai controllando il cellulare, o hai preso la chitarra per inventare una canzone che assomiglia vergognosamente alla n. 4.
 
La 10.
La 10, signore e signori, è il pezzo di chiusura. Quello aulico. È il più lungo del disco (dura almeno 6 minuti) e deve lasciare una traccia indelebile nell’immaginario dell’ascoltatore. Non puoi ignorarlo anche se la tua attenzione è ormai ai minimi termini. Svegliati, pubblico di merda, qui si fa la storia della musica. È un pezzo che ha l’ambizione di essere la summa del pensiero dell’artista. C’è l’orchestra. Una lunga coda strumentale. Se vai a leggere i credits, infatti, qui suonano altri tot musicisti da Conservatorio che per pochi euro hanno accettato di mettere i loro violini nel disco di quattro buzzurri che sanno fare quattro accordi in croce. Non sto denigrando il tuo gruppo preferito, intendiamoci, sto solo riportando quello che pensano questi musicisti mentre fanno il loro lavoro.

 

E poi c’è la ghost track, che fa cagare, ma ti dà quello spavento gestibile che ti mette addosso una sana inquietudine.

 

L’album è finito. Quello prima ti sembrava meglio, ok, rispetto il tuo pensiero. Però stai attento a quali parole usi per dirlo, perché anche tu rischi di rientrare nei pattern o template o algoritmi dell’ascoltatore dei gruppi famosi.