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TANGO di Matteo Gorgoglione

Un soffio leggero di vento, l’istante degli ultimi giorni di estate, un sereno cielo stellato: gli ultimi frammenti di tutto e di nulla. Sono solo, davanti a questa piccola chiesa. Aspetto che la ragazza all’ingresso mi stacchi i biglietti per un concerto per chitarra di musica sudamericana, due interi e due ridotti. Intanto guardo la locandina del concerto. 




Si avvicinano alla locandina anche lui e lei, sessantenni, abbronzati, pensionati. Hanno quella faccia di chi ha smesso con l’allegria ma non con il tentativo della sbornia, sono sempre convalescenti ma mai ammalati. Lei è alta, e ancora bella. Lui, alto, un po’deluso, la camicia bianca aperta sul petto, i ricordi di una vita felice consumata dal tempo, dal vivere quotidiano. Sono dietro di me. Lui mi dice, senza che io lo veda, un po’ simpaticone: “così giovane e già tanguero!”. E aggiunge, rivolto alla compagna, “menomale che ci sono le nuove leve”. 
Io mi giro e dico “beh, no, non ballo il tango…ascolto musica, così, come tutti”. Lui mi dice “eh, ma devi provare il tango, il tango è una passione, è bellissimo…ti entra dentro”. Poi si ferma un attimo e mi dice “ti ci vedo”. Io pensavo “ma da cosa lo vedi…”, ma lei intercetta i miei pensieri e mi dice, guardandomi negli occhi: “il tango fa vibrare il tuo cuore”. Io dico “va bene, lo so, ci credo”. Poi scappo dalle bimbe e da mia moglie, che erano ancora al ristorante. Non dico nulla a mia moglie, non ce l’ho fatta. Alle nove entriamo in chiesa e aspettiamo l’arrivo degli artisti. Fa caldissimo. dio si mostra sempre con il fresco delle chiese: evidentemente lì dio era morto. Vedo da lontano i due tangueri, seduti in prima fila. Lei si gira e mi sorride, come a dirmi “lo fai vibrare o no questo cuore?”. Poi arrivano i due chitarristi, e iniziano a suonare il tango e qualche bellissimo valzer venezuelano. Mi bastano alcuni secondi e non riesco più a seguire il concerto. Non riesco a non vedere che lei, che muove le sue mani nell’aria, lui che da seduto la cinge, lei che chiude gli occhi e muove sinuosa la testa e le spalle. Guardo le sue caviglie, e le sue scarpe dorate che mimano i passi di danza. I numeri delle stazioni della via crucis appese al muro della chiesa li guardo e li conto a tempo di tango: e uno e due e tre e quattro. Lui si gira verso di me, mi sorride, sornione annuisce con la testa come a dirmi “ti sta entrando dentro il tango, vero?”. Io gli sorrido. Lei non smette di sorridere nell’aria, muove i fianchi, forse sta facendo vibrare il suo cuore. E io qui, in questa piccola chiesa francese, con le bimbe addormentate, cristo in croce sempre più sofferente. E Buenos Aires lì, a un attimo, i passi di tango, le scarpe lucide, io portato lì di peso da questi due che a un certo punto mi appaiono feroci:”tu devi diventare un tanguero come noi!”. Ma quanta invadenza, questo discorso del cuore che vibra, le sue caviglie gonfie, la sua collana d’oro, questo dire “ti ci vedo a fare il tanguero”. Uno sconosciuto “mi vede”, quando io neanche lo percepisco. Il concerto finisce. Vanno via a passo di danza, leggeri come desideri e pesanti come sogni infranti. Mi sembrano, solo a quel punto, solo vittime sacrificali di una nostalgia dolorosa, di un tempo immaginato e subito evaporato, due persone che per un’ora hanno provato ad essere altro, e non solo ombre in catene, come me, come tutti.

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