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PIOTTA - Il mitico rapper risponde alle domande di Marco Zuppa

Abbiamo incontrato Tommaso Zanello, in arte Piotta, per una lunga chiacchierata in occasione dell'uscita del suo ultimo EP "8 e 1/2". 

1) E' stato recentemente pubblicato il tuo ultimo EP, vuoi parlarcene?

L'EP si chiama "8 e 1/2" e in copertina c'è un ponte, quello che si trova a Roma in Via Ostiense perché è simbolicamente un ponte tra il lavoro precedente "Nemici" e quello che verrà. Inoltre è anche riferito al film di Fellini, in cui il protagonista, Mastroianni, ha 43 anni ossia la mia stessa età quando ho registrato l'EP, e si trova in un momento cruciale della sua carriera, in cui dopo aver cercato nuovi stimoli, parte per un percorso creativo molto ricco. Dato che so come sta venendo il prossimo album, era una metafora calzante. Inoltre trattandosi di un EP, ci si può permettere un titolo "minore". Preferisco che ogni album abbia un titolo che riassuma il contenuto di quel disco.






2) Un aspetto positivo ed uno negativo dell'essere un musicista?

In realtà non credo che non ci siano aspetti negativi ma, essendo un lavoro che si fa per passione, ti dà l'occasione di mettere in circolo la negatività e sfogarla scrivendo un testo o suonando due ore sul palco.
Lo show con la band è molto energico ed è un misto di rap, rock e di tutte le influenze che ho fin da piccolo. Ci spendiamo tanto sia musicalmente che fisicamente.

3) Come nascono i tuoi brani?

Inizialmente il lavoro è tra me ed Emiliano Rubi, che mette mano alle macchine. Successivamente chiamiamo dei musicisti ad incidere alcune parti. Sono sempre musicisti che gravitano intorno alla nostra realtà o gli stessi membri della band, dato che ci piace coniugare il lato lavorativo a quello umano. Questo è un aspetto assolutamente imprescindibile per me, nella vita quanto nel mio lavoro.
Una volta che i pezzi hanno una struttura, li passo alla band in modo che possano impararli o proporre alcune soluzioni. Io dò sempre ampio spazio alle proposte, non è detto che vengano accolte però mi piace ascoltare quella che è la loro idea. A livello live poi il brano può cambiare come durata e struttura. Non c'è la schiavitù dei 4 minuti. Decidiamo poi i pezzi da tenere o da eliminare, alcuni brani vengono rimessi in scaletta a richiesta popolare, come "La forza che scorre". Dipende anche dal taglio che si vuole dare al live. Nello scorso tour c'era un intramezzo reggae, in questo invece abbiamo un'intenzione più rock, forse perché lo abbiamo preparato in inverno e avevo voglia de menà.

4) In passato ti sei espresso molto chiaramente sui talent. Qual'è secondo te la cura a questo male?

La soluzione è sempre la morte naturale. Per carità, nessuno vuole uccidere ulteriori posti di lavoro, che non sono tanto quelli dei ragazzi che i talent li fanno, perché quasi nessuno di loro lavora o fa cose ben lontane da quello che era il loro sogno. mi riferisco a tutte le varie maestranze che gravitano intorno a una trasmissione. Credo che moriranno di morte naturale, com'è già successo a tante altre cose in Italia. Mediamente dopo 20 anni e ci siamo quasi, senza scomodare la storia e le parti più oscure della nostra nazione ma banalmente potremmo citare il Festivalbar, per restare su un tema un pò più cheap. Gli ultimi due anni tra l'altro hanno dato delle belle botte al sistema dei talent, un pò ne sono prova gli ascolti, un pò la noia delle nuove generazioni e un pò il successo di gruppi come Thegiornalisti, Calcutta, Canova, Liberato, ecc. che sono riusciti ad avere successo senza passare da un talent, a dimostrazione che si può tuttora fare e probabilmente avranno sempre più successo e sarà ancora più duraturo. Ricordatevi poi di chi ha combattuto in trincea per demolirli, quando saranno caduti. Non è una cosa facile.




5) Cosa significa per te essere un artista indipendente?

La parola "indie" è così variegata che ci si può mettere dentro un pò di tutto. Per me indie è più un termine tecnico. Ad esempio i Thegiornalisti sono con l'etichetta Carosello che è enorme ma è pur sempre indipendente. Oppure possiamo definire indie l'attitudine. Ad esempio Caparezza è indie, per me rappresenta perfettamente questo termine. Avendo conosciuto da vicino e non essendogli piaciuta una certa realtà mainstream televisiva e musicale, ha preferito ripartire dalla sua terra, con le sue idee e i suoi dischi e il suo pubblico e con loro è cresciuto. Da questo punto di vista è stato anche un pioniere.
Altrimenti indie potrebbe essere un suono. Da questo punto di vista i Thegiornalisti non sono indie, per me sono la cura del talent, nel senso che, chi voleva fare un bel pop, ad un tratto si è trovato un muro davanti. O si passava da un talent o non si riusciva a proporre questo genere. Loro quindi per aggirare questo sistema, si sono uniti alla scena indie che era già abituata a vivere lontana da certi ambienti. Così come loro hanno fatto altri, creando questo binomio indie-pop, che ha avuto dei risultati eclatanti come Liberato o Calcutta  o Fast Animals and slow kids e tanti altri. Tra l'altro tutta gente capacissima di stare su un palco e con degli ottimi compositori. Devo dire che anche per quello che non mi piace, ho profonda stima. 

6) Cosa ne pensi della scena rap odierna?

Noi negli anni 90 sognavamo che l'hip hop fosse sulla bocca di tutti, perché prima era solo di nicchia, cosa che mi ha coinvolto nel genere e dato modo di esprimermi al meglio. Poi è arrivato sulla bocca di tutti e così dentro ci finisce di tutto. Adesso c'è l'hip hop antagonista, quello più leggero, più impegnato, più commerciale o più underground. C'è chi fa bei testi e chi nemmeno se li scrive. C'è chi nonostante venda bene continua a scrivere, vedi Marracash che è bravissimo sia a livello di metrica che di flow e timbro vocale. Mi piace che c'è un tale ventaglio di suoni e attitudini, che chi approccia il genere, può decidere cosa seguire, così com'era l'hip hop anni '90 americano quando abbiamo iniziato noi. 

7) Hai suonato molto sia in Italia che all'estero. Hai notato differenze nel modo in cui si vive la musica live nei vari luoghi che hai visitato?

La differenza mentale maggiore che ho notato è stata nell'accettare di più il "gioco delle parti". Non per forza tutto quello che fa l'artista sul palco, rispecchi il suo modo di essere. In altri paesi è più accettato il concetto di shobiz. Non c'è una caccia alle streghe solo perché qualcuno funziona. Ci sono anche meno invidie tra gli artisti. Personalmente non mi piace molto Guè Pequeño ma è un discorso di gusti, gli riconosco una grande capacità artistica. Personalmente mi sento più vicino a Caparezza, per attitudine e gusto personale ma non compromette il mio giudizio artistico nei confronti di uno o dell'altro. Purtroppo io sono sincero e quindi, mi prendi i vaffanculo.

8) Come vivi il rapporto coi social e come hanno cambiato il mondo della musica?

Beh sono invidioso di non averli avuti negli anni '90. li avessi avuti, non avrei trascorso tanto tempo a rettificare le letture sbagliate o in malafede di alcuni giornalisti. Il social ti permette di esporre i tuoi concetti in modo diretto. Questo si riflette sui tuoi lettori, che magari sono minori rispetto a quelli che ti seguivano per le polemiche ma sono un pubblico che ti segue per come sei veramente e soprattutto, sono un pubblico che mi piace. Perché c'è sempre l'idea che l'artista deve piacere al pubblico ma è una partita a due. Anche il pubblico deve piacere all'artista. Io voglio conservare il pubblico secondo me giusto per seguire le cose che voglio dire, con cui giocare alla pari e mettersi in discussione con argomenti anche seri, come la politica, il lavoro, l'economia, le unioni civili, ecc.




9) Hai fondato l'etichetta "La grande onda". Come avviene lo scouting di gruppi al giorno d'oggi?

Beh un tempo il locale e il live arrivava per primo, oggi per ultimo. Arriva comunque, perché se non sai stare su un palco, il gioco non regge.
Oggi è più comodo, puoi seguire le cose sul web e poi fare la prova del 9 conoscendo il gruppo e seguendolo live. Il rapporto umano resta fondamentale, soprattutto per una piccola etichetta. Invece un'etichetta grande, ha meccanismi diversi e questo aspetto può anche essere trascurato. 

10) Hai recitato la parte di Pinocchio adulto a teatro. Vuoi parlarci di questa esperienza?

Sì, questa è una delle cose più strane che mi siano capitate. E' nata da un incontro fortuito con alcuni compagni di scuola alla Festa del Cinema di Roma. Loro mi proposero di lavorare ad alcune musiche di questa opera teatrale, cosa che credo ne fa il primo caso di rap e opera lirica. Io ero già onorato da questa offerta, trattandosi di un'opera lirica scritta da Andrea Camilleri e Ugo Gregoretti che va in scena al Teatro Massimo di Palermo. Dopo qualche incontro, mi hanno proposto un ruolo e abbiamo iniziato a lavorarci. E' stata una bella esperienza ed è andata anche in onda a Natale su Canale 5.

11) Rispetto ai tuoi esordi che cambiamenti ha subito il mondo della musica?

Beh uno è certamente l'avvento del web che ha cambiato le regole. Non ha reso tutto meritocratico ma ha dato spazio a nuove meritocrazie. Adesso ci sono dei gruppi che sanno gestire i nuovi media e lavorare bene anche grazie a questo. Devo dire che poi da fine anni '90 ad oggi è cambiato tutto il mondo. Non in modo gioioso ma forse questo è dovuto al fatto che, invecchiando, si ha una visione meno spensierata. Per me però negli anni '90 si sognava di più. Adesso c'è anche un'idea più individualista. Manca quell'idea di collettività che noi avevamo. Oggi si dice "ce la faccio", un tempo dicevamo "facciamocela, tutti insieme".

12) Quale pensi sia il compito di un artista oggi?

Secondo me un artista deve riuscire a mantenere alta l'attenzione sul fatto che il mondo che una persona vive è composto di individui, che a loro volta compongono una comunità. Quindi o ce la fa tutta la comunità, o finiamo come nei film in cui si vedono pochi eletti che sono chiusi in torri d'avorio, assediati da una moltitudine di poveracci. Purtroppo l'economia sembra andare in quella direzione. 



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