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PAOLA TURCI AL BARI IN JAZZ 2017 di Anselmo Cane

L’altro giorno stavo ascoltando la radio a casa mia, in particolare il giornale radio della rai. Mi ha colpito una notizia…svelato il calendario del Bari in Jazz 2017, sarà Paola Turci a chiudere la rassegna. Paola Turci? Jazz? Ok…iniziamo a mettere le premesse va. Niente contro Paola Turci (anche se il singolo sanremese non lo ritengo all’altezza della sua carriera), niente contro il Bari in Jazz, niente contro il Jazz, niente contro gli altri stili musicali che girano ai giorni nostri. Ma cosa centra Paola Turci in un tabellone di un festival jazz?

A cosa serve un festival? Solitamente serve per la fare la festa a qualcosa. In questi ultimi anni in effetti di festival ne sono spuntati fuori come funghi e molti di loro sono dedicati al jazz. Ed è bellissimo. Il jazz a me ha insegnato tantissimo e mi ha senza dubbio migliorato come musicista. Se studi jazz impari cosa significa il groove, impari cosa sia il Tempo (quello vero… non la scansione matematica del metronomo), impari cosa sia l’armonia –“Se il mondo intero potesse solo sentire la forza dell'armonia...”[Cit. W.A.M.] -, impari a improvvisare e a scavare a fondo la bellezza e la complessità della musica. Il jazz ti apre la mente e dio solo sa quanti vantaggi e benefici ne ho tratto da quando mi sono buttato in questo mondo, soprattutto quando sono su un palco e magari suono rock, pop o altro. Se penso che ne so ancora pochissimo di jazz, non oso immaginare quanto miglioramento potrei trarne continuassi a studiarlo ed ascoltarlo.
E Bari in Jazz? E molti altri come lui? A quanti di voi piace il jazz? Su dieci vostri amici, quanti ascoltano e conoscono il jazz? Uno? Nessuno?
Quest’anno al Primo Maggio a Roma si è esibito Giovanni Guidi, pianista. Presentato da Camilla Raznovich come genio del jazz italiano, vincitore del premio “Miglior Album Italiano del 2016” secondo la rivista Top Jazz. “Me cojo.i” - penso io - “finalmente un po’ di musica sul palco del Primo Maggio, anche se questo non l’ho mai sentito in vita mia…ascoltiamolo subito!”. E cosa suona Giovanni Guidi? Una versione di “Can’t Help Falling in love” assolutamente pop – melodia e accompagnamento – come più o meno suonavo io le canzoni al terzo mese di pianoforte quando avevo 13 anni: niente jazz, neanche una minima ombra. Zero. Zero improvvisazione, zero swing (lo SWING diamine!!), zero armonia. NIENTE. Delusione.
E allora diciamoci la verità: il jazz, anzi no scusate, la parola “JAZZ” serve solo a chi organizza questi eventi per dare un certo tono intellettuale e qualitativo all’evento o all’esibizione in sé. Poi per paura del clamoroso buco si riempie l’evento di pop o chi per esso e si attira la gente. Benissimo! Ma allora cosa c’è di male a fare un festival Pop? Chiamatelo POP! Non vi danno i finanziamenti per la cultura??? Capisco…inventatevi altro allora. Perché dietro la parola “JAZZ” c’è gente che studia, c’è gente davvero appassionata che va avanti a stenti, maestri che suonano poco perché ormai gli spazi per loro sono ridotti al lumicino. E credo che sia il caso di averne più rispetto.

Bisogna ricominciare a mettere dei paletti belli fissi perché aprendo a tutto, rendendo “democratica” la musica, abbiamo (avete) iniziato a imbarcare sulla nave orde di mediocrità e banalità straordinarie non facendo più educazione culturale sulla gente che poi mi va a sentire Paola Turci e torna a casa convinta di aver assistito al concerto dell’orchestra di Count Basie.  

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