Il portale della musica Indie italiana
Ho letto con piacere l’articolo di Paolo Plinio Albera e volevo offrire un modesto contributo al tema “far sentire canzoni alle (tue) tipe” e relativi risvolti, irrisolti o irrisolvibili o viceversa. E’ vero, questa presa di posizione non migliorerà il mondo della musica, e d’altronde qualcuno potrebbe tranquillamente affermare che per ovviare al problema basterebbe smettere di scrivere canzoni d’amore o nelle quali compaia – in un modo o nell’altro – una figura femminile (è il mio caso) o del genere bramato da chi scrive (tutti gli altri casi a seconda di ciò che piace, of course). Ma siccome oggi sono in vena, mi concentrerò per dire la mia, badando soprattutto ai contenuti poetici del feticcio “canzone”.
 
 

Premessa doverosa e necessaria: se guardiamo alla storia della nostra letteratura, è innegabile che dar voce all’ispirazione legata al nobile impeto d’amore è la colonna portante di quel che il movimento poetico produce, da sempre. Ho notato che nel suo interessante articolo PPA si concentra a suo modo su un momento particolare, ma diverso e posteriore alla scrittura: la reazione della musa alla quale è dedicata la nostra opera all’esposizione dell’opera stessa. E’ un momento valido e sicuramente legittimo, ma a mio parere dedicarvi il focus per ragionare sull’opera può essere fuorviante. Perché? Temo che comporti un abbassamento al livello del quotidiano di un qualcosa che è stato composto al di sopra del quotidiano, per andare al di là delle nostre settimane tutte uguali e dell’affitto da pagare, e fondamentalmente con la speranza ultima di saldarsi a un qualche tipo di eternità.
 
Da un lato, la tenerezza di cercare un soffice abbraccio dopo aver scritto qualcosa per qualcuno è cosa buona e giusta e non guasta – lungi da me giudicare i rituali di coppia e le cose simpatiche che ci fanno star bene con una persona. Dall’altro, come poi lo stesso PPA denuncia, il rischio di misunderstanding è altissimo, perché il mondo delle muse è un mondo multiforme, variegato, potenzialmente infinito e soprattutto scivoloso come una saponetta (che notoriamente, più stringi più reagisce scivolando via dalle mani). E che quindi va rispettato per i regali che ci fa e temuto per come potrebbe adirarsi (nascondendosi, ad esempio).
 
Credo che un artista (inteso come quello che mette giù i versi) possa allo stesso tempo sentire il dovere della scrittura e pretendere il diritto all’ispirazione. E quindi, quale che sia la situazione, non doversi sbilanciare, per forza di cose, per cercare ancoraggi reali a versi e rime catturati e impressi su foglio. Basti pensare che alcune delle donne e muse ispiratrici più celebri della storia della letteratura italiana non sanno minimamente cosa è stato scritto in nome loro. Parliamo di Dante, folgorato a una fermata della metro da una certa Beatrice, nome probabilmente inventato da un funzionario illuminato, inseguita in tutti i peggiori bar di Caracas con la fantasia ed elevata a luce pura, portata sul palmo della più potente delle opere, messa affianco a Dio, degna di essere madre di tutto e tutti e tutte, capocannoniere della serie A del calcio fiorentino e attico in pieno centro con piscina. Ma ci rendiamo conto? Penso che noi oggi non riusciamo a capire del tutto quel che fu, e tuttora E’. E che fu anche grazie al fatto che Dante, completamente andato nella sua strada di genio incompreso, non trovò mai il modo di chiedere a Beatrice cosa pensasse dei suoi canti. Cambiamo un attimo protagonista: ma ve lo vedete Petrarca spaccare il cellulare perché Laura non gli risponde su whatsapp?
 
«O donna in cui la mia speranza vige, 
e che soffristi per la mia salute 
in inferno lasciar le tue vestige,                                       81

di tante cose quant’i’ ho vedute, 
dal tuo podere e da la tua bontate 
riconosco la grazia e la virtute.                                        84

Tu m’hai di servo tratto a libertate 
per tutte quelle vie, per tutt’i modi 
che di ciò fare avei la potestate.                                      87

La tua magnificenza in me custodi, 
sì che l’anima mia, che fatt’hai sana, 
piacente a te dal corpo si disnodi».  
 
La verità è che questi Poeti hanno avuto un merito che noi oggi difficilmente possiamo permetterci: si sono tenuti – volenti o nolenti – alla larga dal riportare sulla terra l’immortalità della loro opera. L’hanno consegnata alla storia e se oggi ne parliamo, probabilmente, è proprio perché Beatrice, Laura, e compagnia cantante non si sono mai presentate a quell’appuntamento, lasciandoli soli al tavolino del bar. Altrimenti la probabilità che volassero incomprensioni e fogli strappati (parliamo di copie uniche, altro che file .doc riprodotti con un click, quindi ciaone Divina Commedia) quanto sarebbe stata alta, e quanto più povera la nostra poesia e la nostra (già disperante) cultura. E questo dando per scontato che in un certo senso i poeti citati amassero alla follia le destinatarie dei loro scritti. Come io d’altronde ho provato/provo/proverò? lo stesso sentimento per le donne (poche, molto poche a dire il vero) che popolano e popoleranno le mie canzoni.
 
Qui c’è la differenza fondamentale tra me e te, caro PPA (e lo dico senza polemica, ma per amor di discussione perché l’argomento è interessante). Io ho sempre preferito una dedica durante un concerto, esplicita o meno, la quale molte volte è stata preceduta da un prezioso testo (manoscritto, ci vuole sempre un certo stile) dei versi che stavo dedicando. Perché noi siamo artisti e abbiamo il dovere di capire che, potendo già contare sulla fortuna di riuscire a incastonare per sempre un frammento di una persona, grosso o meno, all’interno di una storia e quindi della nostra storia, non possiamo anche avere la pretesa (in buonafede, ovvio) di disporre quando vogliamo di un palcoscenico in carne e ossa che ci dia unfeedback immediato per saziare la nostra velleità di eterno e bramosia di esser ricambiati.
 
Ho sempre preferito il “leggila prima di dormire/sognare/sognarmi” (a seconda del caso). Ho ricevutofeedback vari, dai baci agli insulti. Per quando riguarda l’esecuzione, nostro grave dramma contemporaneo? c’è sempre un “vieni al prossimo concerto che la faccio per te”. Mal che vada, una persona in più a sentirci (che di questi tempi schifo non fa). Ben che vada, la notte è apparecchiata, e i brindisi scivoleranno leggeri come i versi che lei sa esser stati scritti per lei. Di solito a quel punto rimane qualche ora prima che riappaia la luce e con essa tutto il merdaio, per dirla alla Izzo, che chiamiamo mondo/vita/etc. Sta a noi non sprecar tempo e cercare, per le strade dell’amore, altre e più alte ispirazioni.
 
 
PS per quanto riguarda l’ultimo punto, potrebbe comportare delle controindicazioni nei confronti di chi lavora il giorno successivo.