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“Da un’automobile che passa qualcuno grida va’ a casa”, cantava un giovane Maurizio Vandelli al “Cantagiro” del 1969. E avrebbe avuto ragione, questo “qualcuno” in automobile, a gridarmi “va’ a casa”, perché “Tutta mia la città” è una bellissima canzone, un piccolo capolavoro di melodia e produzione. E poi, le prime parole: “No, non verrai, l’orologio della strada ormai corre troppo per noi”. 




Ora, provatemi a trovare un inizio più fulmineo e appassionato. Impossibile (io sono un grande appassionato di inizi di canzone, è la cosa che sento subito e mi fa decidere se mi piace o no). Che tempi! Comunque lo sconosciuto avrebbe senza dubbio intuito il mio grande disagio, la mia difficile postura, e soprattutto il mio imbarazzo nell’essere sorpreso a fare l’azione che mai e poi mai avrei pensato di fare nella mia vita. Stavo percorrendo la statale, e a un certo punto mi sono fermato per fare benzina. Non c’era nessuno. Mi fermo e metto la carta, quindi seguo con tranquillità e indifferenza l’invito della macchinetta a “guardare l’altro display”. Mentre rigiro gli occhi per tornare a “guardare l’altro display”, si ferma alla pompa vicino alla mia un tale in moto. Scende, mette il cavalletto, il cavalletto si rompe e la moto cade. La moto non era un Grillo, ma una moto di grossa cilindrata, la più potente cilindrata del mondo. Lui inveisce, e si china per tirare su la moto. A quel punto, senza dir nulla, mi avvicino. A volte un silenzio vale più di mille parole (anche se quasi sempre mille parole valgono più di un silenzio). Il problema è che a quel punto ho pensato: “ma se in questo momento passa un mio amico e mi vede lì a sforzarmi come un cristo a tirare su una moto pesante come il cemento, cosa penserà di me?”. “e se qualche conoscente mi scambiasse per il centauro?”. E quindi eccomi lì, a vergognarmi un pochino, e a sperare che nessuno passasse e mi vedesse. Io ho una reputazione, altro che moto di grossa cilindrata, io sono per l’apatia, la noia, il guardare il soffitto. Non è tutta mia la città, è tutta vostra, solo vostra. E quindi, e se mi vede qualcuno, e se questo qualcuno si fa un’idea sbagliata di me? Io che appoggio le mani sulla sella, io che guardo da vicino la carena, io che mi sforzo per qualcosa, soprattutto. Proprio io che non mi piace viaggiare, proprio io che non mi piace quell’idea di libertà, la velocità, proprio io che non percorrerò mai la route 66, proprio io che so per certo che non indosserò mai una tuta Dainese in vita mia!! Come avrei potuto spiegare l’equivoco? Il tale mi ha ringraziato, e io sono scappato in macchina. È che per me qualsiasi gesto pratico è un piccolo turbamento, un tradimento, e più è lontano da me il gesto (io e la moto), più mi sento a disagio. Ancora adesso, a distanza di giorni, ho paura di incontrare qualcuno che mi dice “ti ho visto una settimana fa che tiravi su una moto, ma eri tu?…no no.. Perché sembravi proprio tu… dai dillo che eri tu… magari un giorno ci facciamo un giro insieme!”. Per tutta la città, magari, come cantava uno splendido Maurizio Vandelli.