Il portale della musica Indie italiana

Cala il sipario.

Si accendono le luci. 

Applausi.
 
Lo spettacolo è finito, la maschera è caduta. Cambogia non esiste.
 
La maschera caduta però, non è quella del personaggio Cambogia.
Paradossalmente, è la nostra.
 
Quella degli artisti e del pubblico, entrambi colpevoli ed entrambi puniti giustamente da uno scherzo mediatico.
 
Come in passato fu il caso delle teste di Modì, ma con post e comunicati stampa al posto dei sassi.
 
La musica è una relazione tra artista e pubblico, quindi le responsabilità vanno divise sempre a metà.
 
Il pubblico ha la responsabilità di non essere interessato ad un artista perché ha qualcosa da dire, ma solo al suo “genere”. L’inganno è che in realtà, i generi non esistono. Perlomeno non dovrebbe essere un problema del pubblico. Allo spettatore tocca solo ascoltare qualcosa che rispecchi il suo stato d’animo, tocca cercare la colonna sonora giusta per il suo vissuto.
 
Qui invece abbiamo scoperto che molta gente non presta attenzione alla musica o all’artista. E’ più affascinata dal fenomeno. Dal mistero.
L’hype diventa più importante, sovrasta i contenuti e ci accontentiamo del fumo, dimenticando l’arrosto.
 
L’artista però non è esente colpe. Se il pubblico non dovrebbe interessarsi ai generi, l’artista dovrebbe farlo ancor meno. Invece oggi tutti si affannano per omologarsi.
Ci vendono l’idea di “cantante indie” e con essa una precisa estetica.
E allora tutti a fare foto con colori pastello, strizzate d’occhio agli anni 80, foto sgranate e fuori fuoco, maglioncini, sigarette (ovviamente meglio se rollate a mano e con poca cura), produzioni una volta sognanti e una volta scarne e così via.
 
Da una parte gli emuli dei Thegiornalisti, dall’altra quelli di Calcutta.
Il risultato finale è una serie di artisti dall’estetica simile che si affannano più a vendere un’immagine omologata, che a far sentire i propri pezzi.
 
Io resto sempre convinto che la musica debba parlare per l’artista, che un artista dovrebbe avere il coraggio di proporre una sua estetica, invece che seguire la corrente, appiattendosi. Sono anche convinto che il pubblico dovrebbe interessarsi a un gruppo perché fa buona musica e non perché viene venduto e sponsorizzato come “nuovo fenomeno di una scena”.
 
Finché non recupereremo consapevolezza di quello che vuol dire fare e ascoltare musica, avremo sempre i Savastano, i Cambogia e gli altri a venire che sapranno ridere di noi. E ben vengano.
 
Forse così la smetteremo di farci seghe mentali sui post e le foto migliori da pubblicare e ci concentreremo sulla realtà, quella fatta, suonata e ascoltata dal vivo, con attenzione.
 

Cala il sipario.

Si accendono le luci. 

Applausi.
 
I due greggi di pecore escono.
Uno dalla porta d’ingresso, l’altro dai camerini.
Il pastore nell’ombra, spegne il pc e sorride.