Il portale della musica Indie italiana
You drive too fast
Can you please shut up
I’ll call the police

If you don’t stop

Giovani e ambiziosi, decidemmo di andare a passare il capodanno del 1999 ad Anversa. Secondo la leggenda, risalente al XV secolo, il nome “Antwerpen” deriva dalla frase “Hand Werpen”, cioè lanciare la mano.

 
 

Si parla dell’uccisione, da parte del soldato romano Silvio Borbone, del gigante Druon Antigoon: il soldato uccise il gigante e gettò la sua mano nella Schelda, il fiume di Anversa. Anversa ha dato i natali a pittori, illustri letterati, filosofi. Ma anche alla band più figa e tamarra della fine degli anni 90, cioè i dEUS (chi di voi non ha ballato almeno una vlta “Suds and Soda”?). Noi avevamo una vera ossessione per i dEUS, tanto che mettemmo su una band che faceva cover dei dEUS. Partimmo la sera del 29 da C.so Inghilterra, 93milalire andata e ritorno con Eurolines. Arrivammo ad Anversa la mattina del 30 dicembre, dopo un viaggio lunghissimo, e una sosta a Strasburgo di cinque ore perché si erano rotti i tergicristalli (nevicava), ore ed ore passate in autogrill. Il 30 sera andiamo a mangiare in un locale vicino all’albergo, cozze e patatine e birra, poi iniziamo a vagare per la città. Per puro caso entriamo in un locale, dove vediamo gli strumenti già piazzati sul palco. “Suoneranno di certo, restiamo qui”. A mezzanotte salgono sul palco i Vivè la Fetè, una di quelle band adatta per chiavare o cose così, pop francese anni 80, una cantante sexy con la vocina stonata, ma soprattutto il bassista dei dEUS, quel Danny Mommens che alcuni mesi prima avevo conosciuto in un concerto dei dEUS ad Alessandria: ricordo, mi chiese se avevo ecstasy, pastiglie, coca, di tutto. Mentre avevo in mano solo una Sprite, peraltro. Comunque inizia il concerto, e fu molto divertente. A metà concerto arrivano tutti i dEUS, Tom Barman e gli altri, noi ci avviciniamo, li salutiamo, gli chiedo se si ricordava del concerto al Barrumba, alcuni mesi prima, quando noi accompagnammo tutta la band in un ristorante in Via Verdi, prima del concerto. Lui si ricordava di noi. Parliamo un po’, e poi dice “il primo gennaio è il mio compleanno, siete invitati, vi va di venire?”. Noi dicemmo “sì”, senza mostrare grande entusiasmo. In realtà eravamo felicissimi, invece. Il primo gennaio arriviamo in questa discoteca, e facciamo quello che si fa in discoteca: balliamo, beviamo, fumiamo. Balliamo con la band, e soprattutto con una piccola donna “bassina e perduta” come dice Lucio Dalla, che in quel momento era la fidanzata fresca fresca di Mauro Paulowski, il futuro chitarrista dei dEUS. Facciamo ordine: Tom Barman si innamora di questa ragazza, lei appare nel video di “Instant Street” (andate a rivederlo, la riconoscerete), poi si lasciano, poi lui scrive una canzone a lei dedicata, poi lei si mette insieme al chitarrista della band, bello e impossibile. Io quella sera mi innamoro all’ istante di lei: bassina, perduta, un broncio esistenziale travolgente, i capelli castani, i seni tondi, gli occhi incazzati, delusi, isterici. Come non perdere la testa? Io perdo la testa per le donne bassine e perdute, ancora oggi. Sto lì tutta la sera a guardarla, mentre si canta tutti insieme “Happy Birthday” a Tom Barman. Gli regaliamo uno Zippo viola. Poi andiamo via. Il giorno dopo andiamo a fare colazione, sul tardi. Mentre camminiamo vediamo salire dalle scale della metropolitana proprio lei, Magdalena, la cui notte era stata più movimentata della nostra, suppongo. Non ci riconosce, o forse sì. Io la guardo, più innamorato che mai. Poi prese una strada e noi un’altra. “Magdalena” dei dEUS la ascolto ancora adesso, e la vedo ancora lì, bella e tormentata, in una angolo buio della discoteca, persa nei suoi pensieri, nei suoi amori.