Il portale della musica Indie italiana
VeiveCura nasce in Sicilia dalle mani di Davide Iacono come progetto solista nel 2010.
Atmosfere dream-pop, centinaia di concerti in tutta Europa, e il piacere di incrociare durante il proprio cammino artisti nazionali ed internazionali del calibro di Justin Vernon (Bon Iver/Volcano Choir), Olafur Arnalds, Franco Battiato, Mauro Ermanno Giovanardi, Cesare Basile, Umberto Giardini, Paolo Benvegnù.
“ME+1” è il quarto album di VeiveCura, pubblicato nel 2017 da Rocketta Records.
“Fascinazioni che si traducono in uno stato di malinconia sospesa, come in un cortocircuito emotivo, quello che si genera applicando al futuro il sentimento più caratteristico del passato, la nostalgia”. (Gianluca Runza, Rumore, Marzo 2017)

 

Ciao Davide. Veivecura è la tua creatura artistica: musica elettronica, certo, ma molto “suonata”. In proporzione, quanto tempo impieghi davanti al computer e quanto a comporre al piano o con uno strumento tra le mani?

 

«Ciao! Hai detto bene, musica per certi versi elettronica ma suonata. Quanto tempo passo davanti al computer durante la composizione? …Zero. Le mie ispirazioni nascono dal pianoforte e ultimamente anche dai sintetizzatori. Il computer arriva dopo, solo per modificare alcuni suoni o cercarne altri in sostituzione, ma di solito preferiamo i suoni “veri”. Tra l’altro non sono io in prima persona a smanettare col computer, affido questo compito a Puma e Scucces, miei compagni di viaggio negli ultimi 4 anni».

 



Come mai hai abbandonato i testi in italiano per cantare in inglese?

«È stato un processo naturale, sono passato alla lingua inglese con Goodmorning Utopia, e in quel periodo vivevo in Germania, l’inglese era la lingua con cui comunicavo con tutti. Collaboravo con artisti internazionali che scrivevano in inglese, quindi come vedi è stato un passaggio naturale.
Negli ultimi mesi invece ho sentito di nuovo l’esigenza di esprimermi in italiano, ho scritto un brano nuovo insieme a Scucces e cantarlo in italiano mi ha dato un’emozione molto forte, ecco vorrei tornare probabilmente alla mia lingua».

 

Quattro album, concerti in tutta Europa. Preferisci i periodi in studio o le esperienze dal vivo?

 

«Non ho preferenze, sono momenti totalmente diversi. C’è del buono e del cattivo in entrambe le esperienze. In studio mi piace veder nascere i suoni e diventare lentamente brani veri e propri. I tour li adoro per la carica di adrenalina e le infinite strade e facce che attraverso con gli occhi».

 

Come ascolti musica: streaming/digitale? Compri (ancora) cd? Hai un giradischi e il ritorno del vinile ti ha contagiato?

 

«Non ascolto molta musica a dire il vero, non ho Spotify ad esempio. Sono un po’ all’antica, se sto al computer la musica la ascolto ancora su youtube, ma il luogo dove ascolto è l’automobile, chiavetta usb. A casa ho una discreta collezione di cd, io sono di quella generazione. Il vinile mi affascina molto, credo sia il supporto fisico più giusto anche per il futuro, paradossalmente. Se un giorno sarò abbastanza benestante da potermi permettere i vinili allora diventerò un incredibile collezionista di vinili».

 

Ed ora 6 domande che tradizionalmente facciamo agli artisti…
Un aspetto positivo e uno negativo del fare musica?

 

«L’aspetto positivo è che la musica ti riempie la vita di poesia, perlomeno per come la vivo io. L’aspetto negativo è che ti toglie tanto, per lei ho perso la stabilità economica, ho fatto stare male delle persone, ho rinunciato a un bel po’ di cose».

 

I talent sono spesso criticati, ma a tuo giudizio perché riscuotono tanto successo?

 

«Guarda non lo so, ho smesso di farmi certe domande, perché l’unica spiegazione al fatto che la gente guardi Maria De Filippi è che l’uomo discende dalla scimmia, e questa cosa mi fa paurissima. Detto ciò, presi dalla frustrazione qualche anno fa abbiamo ceduto alle lusinghe di parte dello staff di XFactor e abbiamo partecipato ai provini, è stata l’esperienza più terrificante della mia carriera, per fortuna andò male».

 

Credi che un artista debba schierarsi politicamente? Approvi la politica nella musica?

 

«Credo che ogni artista dovrebbe essere libero di fare ciò che vuole. C’è chi vuole fare l’impegnato, chi vuol fare lo stupido, chi vuole fare entrambe le cose (tipo me). Solitamente non sopporto i musicisti politicamente schierati quando si elevano a paladini dell’arte suprema, e non sopporto gli idioti che fanno successo con canzonette fini a sé stesse, perché ci vuole arte anche nell’ironia e nella semplicità».

 

Accetteresti di scendere a compromessi per raggiungere il successo o un pubblico maggiore?

 

«Ci sono diversi livelli di compromesso. Negli ultimi tempi ho cambiato forma mentis, riesco a staccarmi dalle emozioni e ad analizzare con lucidità ciò che mi circonda. Ad esempio il primo singolo estratto da ME+1 è stato “Kill Kids”, ma del disco è uno dei brani che mi esalta meno. Ho accettato questa scelta della produzione perché effettivamente è uno dei brani più radiofonici dell’ultimo lavoro discografico. Se per compromesso invece intendi iniziare a suonare musica stile Modà, beh, preferisco andare a cercarmi un altro hobby».

 

Pensi che il fare musica influenzi in qualche modo i rapporti con gli altri (famiglia, relazioni, amici, parenti)?

 

«In parte credo di averti risposto già precedentemente. Sì, fare musica influenza tantissimo i rapporti interpersonali. Se sei un musicista di successo non hai grossi problemi. Se sei un musicista squattrinato il discorso cambia radicalmente. Come ti dicevo, ci sono stati alcuni rapporti che col tempo si sono logorati, ti parlo di donne che hanno fatto parte della mia vita ma anche di problematiche legate alla famiglia, ai parenti. In generale vieni visto come uno un po’ fuori di testa, perché se non guadagni bene la tua figura non è molto accettata, forse la precarietà da fastidio. Viviamo in una società in cui nasci, cresci, studi, lavori (quando trovi un lavoro), ti sposi, fai uno o due figli, ti fai la casa, la tv, la macchina, invecchi e muori. Io sono la cellula impazzita, e probabilmente morirò solo, povero e pazzo (pazzo veramente però).
Con gli amici invece non cambia nulla, a meno che non siano essi stessi parte della band, in quel caso si lavora sul filo del rasoio, è pericoloso legare amicizia e arte».

Sei legato alla tua città (Modica, Sicilia) o esiste un posto in cui preferireste vivere?

 

«Sono visceralmente legato a Modica, questo è uno dei motivi per cui VeiveCura fa molta fatica a farsi strada. Vivere in Sicilia vuol dire essere tagliato fuori. Andare a fare un concerto al centro/nord Italia è un’impresa, un viaggio infinito. Per questo motivo noi partiamo principalmente solo con i tour. Non c’è un altro posto che preferirei a Modica, in una grande città probabilmente diventerei un omicida seriale. Ho bisogno di tranquillità, spazio, silenzio, civiltà. La mia parte di Sicilia mi fa bene all’anima, mi riempie gli occhi di bellezza. Dispiace chiaramente la distanza da tutto, per andare a vedere un concerto di livello in pratica bisogna prendere l’aereo. Come in tutte le cose, ci sono i pro e i contro».