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SCACCIA SCACCIA SATANASSO - di Matteo Gorgoglione

Ok, devo inventarmi di meglio. Basta rispondere sempre “ehhhhh?” dall’altra stanza quando mia moglie mi dice:“guarda che bella giornata, andiamo al Valentino?”. Le ho provate tutte: ho boicottato, mi sono finto stanco, mi sono inventato un impegno. Ma ora devo trovare qualcosa di nuovo e risolutivo. 





Come in quel film della marmotta dove Bill Murray riviveva sempre lo stesso giorno, io quando vado al Valentino rivivo sempre lo stesso anno. Un anno tipo il 1999. Cagnoni liberi che, giocondi, ti sfrecciano vicino, ma tanto sono sempre cuccioli (dal 1999). La capoeira: due o tre tizi che si agitano, con il petto nudo e i pantaloni gialli e verdi. Va bene se sei a Rio, e conta che secondo me se io vado al parco a Rio mica vedo con tutta questa facilità dei tizi che si danno calci finti. Capossela, che dopo tanti anni ancora non gli passa il ballo di San Vito. Ho capito che non ti passa, ma a me è passato da subito. Cosa devo scontare, a oggi?. Manu Chau, condannato a essere per sempre clandestino e desaparecido. Qualche inizio di Subsonica. E poi, c’è sempre quel famoso ritornello che tutti pensano di conoscere, e quindi il relativo coro diventa tristemente arbitrario: chi canta “potrei ma non voglio fidarmi di te”, chi intona “vorrei ma non voglio fidarmi di te”, chi urla “potrei ma non posso fidarmi di te”, chi sussurra “vorrei ma non posso fidarmi di te”. La taranta, i gonnelloni e le nacchere, le magliette Frav sdrucite dal tempo. Se vuoi mangiare, cous cous come se piovesse. Da bere, occasionalmente, sangria (e considera che sul sangria party si potrebbe fare un racconto a party). Intanto sul prato, si sono fatte le due del pomeriggio, e stranamente inizi a vedere qualcuno con lo slippino. L’ultima volta c’era un gruppo di persone che si abbracciava, e che invitava altre persone ad abbracciarsi. In fondo, penso, questa del Valentino è una questione che, tra tante, riguarda il destino della giovinezza. È proprio il ricordo di questo divertimento generale e adolescenziale che ci fa essere così spaesati, così stanchi. Non più fatalmente pizzicati dalla taranta, ma dal terrore della perdita: scaccia scaccia satanasso, scaccia il male che c'ho dentro e non sto fermo.

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