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«Un mattino qualsiasi un uomo iniziò a suonare il suo sax nella metropolitana. Per quasi due ore suonò con maestria complicati temi di jazz e improvvisazioni bebop. Eppure solo 2 persone, di cui una un bambino di 3 anni, si fermarono ad ascoltarlo. Alla fine delle due ore aveva raccolto 4 dollari e 50 cents. Quell’uomo era un famoso jazzista, e nessuno lo aveva riconosciuto. Ma la sera stessa quello stesso jazzista si esibì in un famoso locale e stavolta le cose cambiarono: vennero a sentirlo in 5, il gestore non volle pagarlo perché non aveva portato abbastanza clienti e uno del pubblico gli chiese: “sì ho capito che sei un jazzista, ma cosa fai di lavoro?”»
 
 

Leggendo le prime righe di questo bellissimo racconto di Stefano Lazzaretto chiunque si sarebbe immaginato un finale totalmente diverso: un finale più romantico in cui il nostro “eroe” musicista tanto bistrattato per strada si sarebbe riscattato poi la sera davanti a una platea numerosa e attenta, rapita dalla sua maestria. Ne pregustavamo la rivincita con un’esecuzione impeccabile, un misto di sudore, cuore ed esperienza, seguita da applausi scroscianti e standing ovation del pubblico. Poi, ovviamente, sarebbe arrivata implacabile la riflessione sulla deriva del mondo intero che di giorno non riconosce un musicista di talento salvo poi tesserne le lodi la sera solo perché inserito nel contesto considerato idoneo, sicuramente più costoso: che cecità! Che sordità!
E invece no, niente di tutto questo. Niente rivincita, ma una bella sveglia che suona per riportarci alla realtà. Alzi la mano chi tra noi musicisti non si è mai trovato in una situazione simile. Alzi la mano anche chi, generalmente amico o parente del musicista, non si è trovato anch’egli stesso in una situazione simile ma dall’altra parte del “palco”. Succede, e succede sempre più spesso. Succede anche a musicisti di talento che magari anni fa per la stessa serata avrebbero preso un cachet condito da un paio di zeri invece di uno zero e basta.
“E’ sempre stato così!” potrebbe obiettare qualcuno. “Davvero?” Dico io. Forse è vero: in fondo, anche se con tinte diverse, c’è sempre stato un gestore di un locale poco interessato alla qualità delle degli eventi che propone, ci sono sempre stati band e musicisti mediocri, che di certo tutto fanno meno che avvicinare il pubblico alla musica live, ci sono sempre state serate storte e sempre ci saranno. Impossibile però non constatare che una mutazione è avvenuta rispetto alla fruizione della musica dal vivo anche solo negli ultimi 20 anni. Crisi economica, crisi culturale di proposte e ricezione, cambiamento dei canali di fruizione (si…i social…), mutazione dei gusti e voglia crescente di non spaccarsi le orecchie: un unico nesso che lega chi sta due ore e mezza col tablet alzato a riprendere tutto un live (pagato anche caro) e chi in un localino di città se la prende coi musicisti perché con il loro soundcheck disturbano chissà quale conversazione.

Non ho la pretesa di trovare soluzioni, non ne ho le capacità. Ogni tanto mi chiedo solo chi me e ce lo faccia fare e la risposta è sempre la solita: la passione. Banale e scontato ma è così. Urge però una sincera e profonda analisi e (auto)critica del sistema che investa anche noi musicisti: siamo così sicuri che il nostro “prodotto” sia davvero così eccellente da farlo uscire di casa? Credo che l’80% delle volte la risposta sia NO.