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1) Un aspetto positivo ed uno negativo del fare musica?

 
Sin da quando eravamo adolescenti nella musica abbiamo ricercato l’alternativa alla staticità del vivere in provincia. In genere o si giocava a calcio o si finiva a fare gli emarginati sociali, ascoltando i dischi che non ascoltava nessun altro tuo coetaneo, riempendoci quasi d’orgoglio della propria “diversità”. Questo senso di distacco dal conformismo poi negli anni credo ci abbia donato un forte senso critico nei confronti della vita stessa. Ecco probabilmente la musica ha di positivo proprio questo, sviluppare una maggior sensibilità sotto questo punto di vista. Imparare ad apprezzare le diversità, assimilandole quasi e rendendole un’esperienza importante di crescita.
Di negativo forse c’è principalmente la precarietà dal punto di vista lavorativo. Tutto passa inesorabilmente dalla propria arte, dal proprio genio. A prescindere dal riscontro mediatico e dal successo che quell’opera artistica possa riscuotere o meno. Senza il genio, senza la poesia e certamente senza l’entusiasmo si smette di fare musica. Queste cose vanno coltivate giorno dopo giorno.

 

2) I talent sono spesso criticati ma a tuo giudizio, perché riscuotono tanto successo?


Generalmente è impossibile avere successo in ambito musicale senza l’appoggio di una fetta importante dell’industria discografica.
Il mercato discografico ha subito negli anni 2000 una forte crisi e in qualche modo ha dovuto ricercare nuove strade da percorrere.
Il talent è uno spettacolo prettamente televisivo che rifocilla le case discografiche di interpreti già di successo. Produrre un disco ad un artista che ha già un seguito importante su scala nazionale, che è entrato per settimane nelle case degli italiani, è molto più semplice e meno rischioso. Oggi nessuno ha più voglia di rischiare. Minimo sforzo, massimo profitto.
La giostra funziona bene e non trovo motivo per il quale la televisione e l’industria discografica debbano porre fine a ciò.
Poi di base di tutto questo al pubblico interessa poco, la musica per gran parte della gente è un semplice prodotto di largo consumo, come un hamburger, una bibita gassata. Si prende quello che è sullo scaffale più vicino e se magari è lo stesso del vicino, dell’amica e dell’attore famoso ancora meglio.
A scuola servirebbe molto di più fare educazione alla musica piuttosto che insegnare a suonare “Inno alla gioia” con la diamonica.

3) Credi che un artista debba schierarsi politicamente? Approvi la politica nella musica?

 

Crediamo molto di più che ci sia un dovere etico ed intellettuale da rispettare, nel dire ciò che non funziona, ciò che è sbagliato, ciò che è ingiusto, che sia nelle proprie canzoni, che sia nella vita di tutti i giorni. E’ un po’ il risultato di quel senso critico di cui parlavamo prima, purché non si riduca tutto alla banalità del testo sanremese a sfondo politico che spesso non ha nulla da invidiare ai temi scolastici dei bambini di quarta elementare. A quel punto che si continui a parlare d’amore!

4) Accetteresti di scendere a compromessi per raggiungere il successo o un pubblico maggiore?
Avere una band prevede già una serie di compromessi da accettare. Si fa musica assieme, si accettano i difetti altrui come in una relazione amorosa. Però ciò ci diverte e ci fa stare bene.
Quindi il compromesso va bene se ci si sente a posto con la propria coscienza.
L’importante è non cadere nel ridicolo facendo cose che non sapremmo fare.

5) Pensi che il fare musica influenzi in qualche modo i rapporti con gli altri (famiglia, relazioni, amici, parenti)?

 
Fare musica porta via senza dubbio tempo e questo in un modo o nell’altro influenza le nostre vite private. Certo quando si era giovanissimi era più complicato giustificare in famiglia le prove fino a tarda notte quando il giorno dopo c’era scuola. Crescendo  le spiegazioni da dover dare son diventate sempre meno e si è in qualche modo più autonomi . Poi alla fine ci si sceglie accanto persone che sappiano accettare i nostri ritmi, le nostre assenze. Diversamente sarebbe impossibile.


6) Sei legato alla tua città o esiste un posto in cui preferiresti vivere?
 
La nostra è una storia di fughe, ritorni, pause e ripartenze. Accettare con piena consapevolezza di passere il resto della propria vita in provincia, in una cittadina pugliese circondata dal terzo agro più grande d’Italia, è un po’ come credere di poter vivere per sempre in un’isola nel mediterraneo, però senza il mare blu e il clima tropicale. Cerignola è un po’ come una triste isola abitata da isolani con la loro cultura, il loro modo d’interpretare la vita. Il cerignolano è diverso da chiunque, nel bene e nel male. E’ una città molto complicata e per questo spesso vien voglia di scappare via.
Fare la nostra musica in un posto come questo è ancora più complicato ma va ammesso che rende la missione molto più affascinante. Percepire l’appartenenza alla controcultura, alla nuova scena ci riempie il cuore. Si muove qualcosa, nuove band attive con voglia di farsi sentire, un bel collettivo culturale come “ResUrb” a sostenere le nuove realtà.
In definitiva se c’è voglia di combattere, la nostra città è senza dubbio un bel terreno di scontro.