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1) Un aspetto positivo ed uno negativo del fare musica?


Di aspetti positivi ce ne sono un’infinità, la musica è tempo sottratto alla frenesia del mondo, è ordine e ritmo nel caos della nostra vita ma soprattutto, se dovessi sceglierne uno, direi che la musica è unione poichè è un codice universale. Fare musica significa contribuire alla fratellanza e ce n’è un gran bisogno in questo periodo. Un aspetto invece che trovo irritante, non nel fare musica in generale, ma nel fare musica al giorno d’oggi, specialmente nel nostro paese, è che la musica è trattata sempre più come un prodotto commerciale: l’artista non è più sorgente di comunicazione ma è diventato un produttore (quando non un semplice esecutore) e la canzone non è più un veicolo di un messaggio ma un bene che deve sottostare alle regole del mercato, del marketing, ecc… 
 
 
 
2)I talent sono spesso criticati ma a tuo giudizio, perché riscuotono tanto successo?


I talent producono “musica in scatola” precotta e sotto gelatina pronta per essere consumata  (non fatemi fare il parallelo con Piero Manzoni che se no finisce male…) che è la cosa perfetta per un mercato musicale comandato da un pubblico sempre più vorace (nell’era dei digital store ascoltare un album intero è quasi impossibile) e con la soglia di attenzione sempre più bassa (si pensi ai quotidiani on line che ora scrivono di fianco al titolo dell’articolo il tempo medio di lettura). In più si aggiunge il fatto che il talent stuzzica la voglia di successo di cui l’uomo moderno è assetato. L’obiettivo non è più fare musica, scrivere canzoni, ma è diventare famoso. Il cantautore non interessa più a nessuno, se va bene interessa l’interprete, altrimenti va bene anche uno youtuber.

3) Credi che un artista debba schierarsi politicamente? Approvi la politica nella musica?


Che domanda difficile… Se mi si chiede se un progetto musicale debba appoggiare questo o quel partito politico e farsi quindi portatore, attraverso le proprie canzoni, della propaganda e del messaggio di una parte politica dico sicuramente di no. È vero che la musica è prima di tutto comunicazione, ma è comunicazione di ciò che l’artista ha da dire: se si riempie il contenitore (la canzone) di un contenuto scritto da altri allora si torna a parlare di “musica in scatola”. Essendo la musica un fantastico veicolo di messaggi poichè possiede, come si è detto, un linguaggio facile ed universale, l’artista ha un grande potere ovvero può influenzare (o tentare di farlo) l’ascoltatore. Credo quindi nel grande “potere politico” della musica, intesa come forza nel creare una coscienza nell’ascoltatore. Come diceva Cortazar ogni rivoluzione, per funzionare, deve essere accompagnata, se non partire, da una rivoluzione del linguaggio. Mi piace quindi pensare alla musica come parte di questo “linguaggio rinnovato” ovvero come uno stimolo a cambiare le cose che non vanno nella società e nel mondo.

4) Accetteresti di scendere a compromessi per raggiungere il successo o un pubblico maggiore?


Assolutamente no. La storia del nostro progetto musicale risponde perfettamente a questa domanda: siamo una band che, nonostante non sia così conosciuta, suona ormai da quasi dieci anni, che si è prodotta da sola i propri dischi da sempre, e che lotta per diffondere la propria musica in un mercato onnivoro. Ovviamente l’obiettivo per un musicista è quello di “diffondere il verbo” e di fare arrivare la propria musica ad un pubblico sempre maggiore, ma questo non può snaturare o cambiare la natura del progetto. Noi ci siamo sempre mossi in questo senso e abbiamo cercato di più di slegarci da qualsiasi forma di mercificazione della musica che, inevitabilmente, porta a scendere a compromessi. Volevamo e vogliamo continuare ad essere liberi di scegliere con chi e con che tempi collaborare. Oggigiorno infatti il mercato discografico richiede una velocità che spesso va a discapito della qualità della musica. Essendo bolognese farò un parallelo culinario: la musica è come la cucina e richiede i suoi tempi; puoi fare un ragù in dieci minuti ma non sarà mai buono come il ragù che la nonna metteva sul fuoco alle sei di mattina per far sì che fosse pronto per mezzogiorno.

5) Pensi che il fare musica influenzi in qualche modo i rapporti con gli altri (famiglia, relazioni, amici, parenti)?


Suono la chitarra da quando avevo otto anni. A quattordici anni mio padre mi fece scegliere tra un motorino e una chitarra elettrica. Quella fu forse la prima volta in cui decisi davvero che la musica sarebbe stata parte della mia vita. A breve formai la mia prima band e cominciai a suonare in giro. Ho conosciuto persone bellissime alcune delle quali sono diventate molto importanti per me. Per questo motivo continuo ancora, tutti i giorni, a scegliere la chitarra elettrica al motorino e chi sta al mio fianco sa che non ho un casco e un passaggio da offrirgli, ma gli sta bene così perchè sa che sull’autobus potremo cantare a squarciagola.

6) Sei legato alla tua città o esiste un posto in cui preferiresti vivere?


Sono nato a Bologna e amo questa città sopra ogni cosa poichè ho legato ad essa i miei ricordi, le mie gioie ma anche le mie sofferenze e nelle sue strade e nei suoi palazzi rileggo me stesso. Ovviamente ci sono altre città e altri luoghi che porto nel cuore, le verdi colline dell’Irlanda su tutte, ma quando di ritorno da un viaggio in auto mi avvicino a Bologna e spunta San Luca dai colli mi si riempie l’anima di serenità…solo allora sono tornato a casa.