Il portale della musica Indie italiana
Quando ero bambino i miei genitori ascoltavano molti cantautori italiani e, tra questi, Pino Daniele. Fino a poco tempo fa non sono mai riuscito ad apprezzarlo e penso di aver capito il perché: era qualcosa di diverso da tutto il resto. Rispetto ad altri grandi della musica italiana che passavano nel mangianastri c’era qualcosa di “altro” nel suo stile, qualcosa che poteva non tornare all’ascolto di un bambino che non organizza ancora il mondo in categorie definite.
Penso, oggi, che affibbiargli l’etichetta di cantautore o di bluesman italiano significa buttare il suo stile unico in un un calderone e perdere di vista ciò che lo ha contraddistinto: l’amore per la black music, la sua vena jazzistica, la scelta metrica di fare poesia in dialetto napoletano e soprattutto l’idea di canzone e di concerto più legato all’improvvisazione.
Tutto ciò lo ha portato durante il suo percorso artistico a ricercare la collaborazione di musicisti da tutto il mondo affinché portassero sul palco con lui il loro background culturale, col risultato di una ricchezza unica.     
 

In questa intervista, l’ultima rilasciata nel 2013, racconta del suo ritorno a New York con musicisti napoletani che lo hanno accompagnato durante gran parte della sua carriera.