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1) Un aspetto positivo ed uno negativo del fare musica? 
Non credo possano esistere aspetti negativi nel fare musica, e con questo ti avrei già risposto. Pare addirittura che faccia bene a livello cardiaco e influisca sulla pressione sanguigna! (Ride) E’ risaputo che chi si approccia alla musica presenta poi una crescita superiore del quoziente intellettivo. Pure, gli aspetti positivi del fare musica in condivisione con la gente sono molteplici e qui, se me lo permetti, mi esprimo in veste di direttore di una scuola di musica. Aumenta la consapevolezza della propria creatività, la ricerca di un proprio genere e di uno stile personale ma soprattutto si può scoprire un eventuale talento che, se non coltivato, rischierebbe di restare per sempre in noi. Si sa anche che chi fa musica è tendenzialmente una persona sensibile… Per cui, per quanto mi riguarda, solo cose positive.
 
 
 
2) I talent sono spesso criticati ma a tuo giudizio, perché riscuotono tanto successo? 
Forse perché in televisione non c’è niente altro che meriti attenzione? Sono sincero… e non mi va di ricalcare i luoghi comuni che criticano questi programmi senza giustificarne i motivi. Un po’ ammetto di avercela perché questa tendenza ormai decennale dei talent ha creato strane radici nel tessuto sociale ed è una delle ragioni per cui il livello di chi la musica la fa (e l’ha sempre fatta) senza le “luci della ribalta”, deve alzarsi sempre di più per emergere. Ed è certamente un bene questo! Ma ci hanno inculcato che basta andare in televisione per avere successo… i nostri figli ce lo gridano a tutta voce, inebriati come sono dalle gesta delle ultime ugole d’oro scoperte dalle illuminate madrine della tv. E sono i giovani il maggior zoccolo duro che decretano il successo di questi programmi. Indubbiamente in molti guardano queste trasmissioni, ma non vorrei soffermarmi su qualcosa che è fenomeno del nostro tempo, di questo periodo storico, di questa poca voglia di cultura e invece di molta fame di prodotti mordi e fuggi. Sì, si fa molta fatica a leggere un libro (!) e a scegliere in prima persona il tipo di musica che più rappresenta noi stessi. È più facile accendere la tv e inebetirci con quello che ci propinano. Lo subiamo inizialmente, poi, essendo quel che passa il convento, ci diventa familiare e ce lo facciamo piacere! Io sono per l’esperienza di anni di lavoro, per la fatica vera, guadagnata a mani nude, per le conoscenze sul campo e non quelle fatte nei corridoi di qualche ufficio importante. Sono per il classico pugno in faccia e la porta sbattuta sul muso… ne ho prese e ne prenderò ancora! Appartengo a una generazione che non aveva portantini per spostarsi, solo poteva contare sulle sue gambe. E’ che il mondo cambia troppo in fretta e ieri è già un secolo fa! Ma se ti sembro polemico, credimi… non è soltanto apparenza. 
 
3) Credi che un artista debba schierarsi politicamente?/Approvi la politica nella musica? 
Diciamo che credo non debbano coesistere musica e politica… Sono due aspetti del mondo opposti e paralleli, non convergeranno mai. Dopodiché ognuno di noi ha le sue convinzioni, le sue preferenze e i suoi riferimenti ma devono vivere nella sfera personale privata. Ci sono stati artisti importanti, soprattutto americani, Bob Dylan in testa, ma anche Springsteen, che nei loro testi hanno miscelato la politica con la situazione del loro paese affrontando spesso temi come la condizione umana, ma anche le politiche mondiali. Penso anche agli U2 che si sono schierati contro un certo tipo di situazione del loro paese e hanno scritto sul debito dei paesi più poveri. Si può comunque fare, tutto è concesso (non permesso!), al cantautore… l’unico limite è la sua paura. Il suo pregiudizio. Per quanto mi riguarda chi adotta lo stile dell’andare a braccetto con un certo colore e una certa fazione, non è mai libero di essere se stesso. L’uomo libero non dovrebbe mai schierarsi troppo; mostrare la faccia in pubblico va bene, ma spezzare il cuore in due significa poter essere bersagliato da chiunque. Un uomo, prima ancora che artista, deve guardare il mondo senza intromissioni. 
 
4) Accetteresti di scendere a compromessi per raggiungere il successo o un pubblico maggiore? 
Domanda non facile, se ci penso, ma dato che sono un istintivo ti rispondo di getto e senza troppi giri di parole. Non ho mai voluto scendere a compromessi, con nessuno e con niente e non credo inizierò a farlo ora. Le qualità buone escono, sempre, se ci sono naturalmente. Per raggiungere più pubblico e più successo basta solo impegnarsi a fondo ed essere motivati. E sinceramente onesti, con se stessi e con il pubblico. Dopodiché quello di cui potremmo parlare si chiama in un altro modo. E mi fermo.
 
5) Pensi che il fare musica influenzi in qualche modo i rapporti con gli altri (famiglia, relazioni, amici, parenti)? 
Oh si! Spesso in positivo, ma può capitare anche che si tolga del tempo ai propri rapporti, alle relazioni interpersonali e alle volte questo non è bello. Dopodiché, qui bisogna trovare dei compromessi… In questo caso sono necessari. Parlare chiaro al proprio cuore e alla propria testa per capire se si ha necessità di fare musica. La mia esperienza è indicativa, ho incontrato da subito persone intelligenti, la mia famiglia per prima, che non mi hanno mai ostacolato, soprattutto perché ho cercato di non togliere loro troppo tempo. Non dico di non aver fatto sacrifici, tutt’altro, e anche qualcun altro ne ha fatti nei miei confronti. Ma se ciò in cui credi e per cui vivi, lasciamelo dire, è importante, sia tu e sia gli altri devono farsene una ragione. Non c’è alternativa. 
 
6) Sei legato alla tua città o esiste un posto in cui preferiresti vivere? 
Amo la mia città, ci sono nato e ho alcuni dei ricordi più cari. Detto questo non sono legato a essa, credo che non apparteniamo a nessuna città, siamo figli davvero del mondo, oggi più che mai! Non è certo la globalizzazione che ci sbatte in faccia questo, non è nemmeno la moda odierna di prendere e andare dove ci capita con lo scopo di fare esperienza o spesso quello di scappare. Spesso mi chiedo come sarei stato e cosa sarebbe cambiato rispetto a come sono ora, se fossi nato in uno dei paesi anglosassoni, in America soprattutto. Per la lingua, molto più semplice ma allo stesso tempo meno poetica dell’italiano. Comunque in America, in Canada o in Australia penso che vivrei molto bene. Ho vissuto per qualche tempo a Parigi, è un’altra destinazione di quelle che consiglierei a tutti per farsi un viaggio interiore. Comunque in qualsiasi punto della terra noi saremmo sempre noi. Solo un po’ più influenzati dal luogo e da tutto il resto, ma sempre noi con la nostra univocità.