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ANTONIO FIRMANI - Conosciamolo

1) Un aspetto positivo ed uno negativo del fare musica?

Di aspetti postivi ce ne sono veramente tanti, altrimenti io, e come me altri, non sceglieremmo di fare questo mestiere, o almeno di provarci. La cosa che mi piace più di tutto però è innegabilmente la fase di scrittura. Il processo creativo, lo storytelling, è l’aspetto che sicuramente preferisco, anche più del live, è una cosa alla quale proprio non potrei rinunciare. L’aspetto negativo maggiore forse è rappresentato dal fatto che oggi, in Italia, soprattutto per la musica indipendente non c’è una vera industria, non c’è un vero mercato, e quindi chi prova a fare questo mestiere vive, almeno agli inizi, nella precarietà e nell’incertezza più totale. Questa cosa, spesso, inficia il processo creativo.



2) I talent sono spesso criticati ma a tuo giudizio, perché riscuotono tanto successo?

Innanzitutto secondo me c’è da fare una distinzione: ci sono talent e talent. Secondo me la proposta di X Factor negli ultimi anni è una proposta valida. Sono chiari nella proposta di intenti, cercano una pop-star, un interprete. Niente di più, niente di meno. Credo che in quel caso il pubblico segua il programma perché sa esattamente cosa aspettarsi. Per quanto riguarda altri tipi di talent, credo che l’accento sia più sulla sfera emotiva, che è quella che fa sempre presa sullo spettatore medio e quindi il target a cui si riferiscono è leggermente diverso, ma comunque molto vasto.

3) Credi che un artista debba schierarsi politicamente? Approvi la politica nella musica?

Assolutamente sì, mi sono sempre piaciuti gli artisti che prendono posizione, non deve essere un obbligo certo, ma apprezzo molto quando un artista, soprattutto quando è molto importante, abbraccia una causa (mi vengono in mente Bob Geldof, o Bono) e lotta per essa. Credo che la musica abbia un potere enorme, e veicolarla per cose giuste e concrete è una cosa bellissima. Certo non mi piace l’eccesso, non mi piacciono quegli artisti, o quelle band (e ne abbiamo un po’ in Italia ad esempio) che fanno della lotta politica la loro unica ragione d’essere o il loro unico argomento d’espressione, lì faccio un po’ più fatica.

4) Accetteresti di scendere a compromessi per raggiungere il successo o un pubblico maggiore?

Io credo che raggiungere il maggior numero di pubblico possibile dovrebbe essere una delle priorità di qualsiasi  musicista, se non vuoi arrivare alle persone, se suoni per te stesso, lo fai a casa tua. Il punto è che bisognerebbe capire di quali compromessi stiamo parlando, sicuramente non snaturerei mai le mie canzoni, o i messaggi di cui si fanno portatrici, questo no.

5) Pensi che il fare musica influenzi in qualche modo i rapporti con gli altri (famiglia, relazioni, amici, parenti)?

Inevitabilmente, non per forza in maniera significativa, ma credo proprio di sì, credo che sia un influenzarsi reciproco.

6) Sei legato alla tua città o esiste un posto in cui preferiresti vivere?

Benché viva in un posto come Napoli, non ci sono legato particolarmente. Può sembrare strano, forse perché vivo in periferia. Ho sempre cercato di raccontare storie universali più che locali, nelle quali gli ascoltatori si potessero riconoscere. Di sicuro nei miei testi c’è la provincia vissuta dalla mia generazione, rassegnata e disillusa. Non so se preferirei vivere in un altro posto, sicuramente Torino e Ferrara sono due città che mi piacciono molto, ma forse, la mia provincia disastrata che tanto amo odiare, è il posto che in questo momento fa per me.



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1) Un aspetto positivo ed uno negativo del fare musica? Il lato positivo, musica o non musica, è fare il cazzo che ti pare.  Ecco, questa cosa difficilmente ti viene perdonata.
2) I talent sono spesso criticati ma a tuo giudizio, perché riscuotono tanto successo? Beh è lo stesso principio per cui ha senso un reality, ad esempio. Metti in campo l'umanità e il quotidiano, la fragilità e il sogno e la stendi nelle fasi in cui nasce e cresce. E poi chiunque ama giudicare, e niente ti fa sentire più sereno nel giudicare del mettere degli artisti in un contesto scolastico. Poi la realtà è che il rock'n'roll lo fai proprio per non andare a scuola, per non avere nessuno che ti dice come devi essere, come ti devi vestire o muovere o parlare. Per questo agisce davvero nelle vite delle persone, perché è una pratica di libertà. Per questo di cento partecipanti hanno una carriera vera in dieci e hanno gente ai concerti in tre. Esiste una grande affezione allo sviluppo drammatico delle parab…

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